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Togliere i figli ai mafiosi? Lo Stato, incapace di vincere, contro Impastato e Maria Rita

Togliere i figli ai mafiosi? Lo Stato, incapace di vincere, contro Impastato e Maria Rita
figli    E’ in discussione al Csm la proposta di togliere la patria potestà alle famiglie mafiose e di affidare i figli a strutture pubbliche. Si può disquisire a sazietà sulla questione, resta però che i piccoli allontanati dal nido diventerebbero vittime sacrificate all’inefficienza di uno Stato che non riesce a estirpare il fenomeno, che eleva a logica incontestabile -offuscando così l’idea stessa di Giustizia - l’ipotesi che chi cresce in un ambiente mafioso debba per forza sviluppare l’animo del mafioso e che si arrabatta utilizzando i più deboli, dopo aver loro impresso a caldo il marchio di mafiosi già solo decidendo che giocoforza condurranno la stessa vita delittuosa dei padri.

Dovesse esserci il sì del Csm, si stabilirebbe a priori, e con l’imperizia cinica delle decisioni frettolose e arruffone, che dove c’è un padre mafioso – latitante, carcerato – non ci sia possibilità di orientarsi per un’educazione sana ai figli, di guidarli su strade di rettitudine, di stare accorti a non porli davanti al bivio dove biforcano il carcere e la morte per mano assassina, magari spinti a ciò dall’intento di non incorrere nel destino amaro del genitore, tra sangue, galera, sofferenze inflitte e patite. E si dà per scontato che la nuova situazione di bimbo o ragazzo esiliato in strutture pubbliche – ed è tristemente noto come funzionano le più – non produca i guasti che invece spesso capitano a chi è estirpato alle origini e costretto, con buona pace dell’innocenza della giovane età, a mutare la vita da così a così e a finire in quella condizione di abbandono e di solitudine, senza l’affetto, le cure e le attenzioni di cui solo le mamme sono capaci. Inoltre, viene difficile credere che l’allontanamento possa trasformarsi in un affido a famiglie di buoni sentimenti: essendo note la pericolosità e la ferocia della ’ndrangheta, nessuno si arrischierebbe ad accoglierli, per il timore di poter impattare nelle ritorsioni.

La civiltà affossi quindi la barbarie. E la proposta cada nel vuoto. Applicarla sarebbe una prepotenza da Inquisizione, e una sconfitta delle Istituzioni, costrette a estremizzare con azioni da regime totalitario l’incapacità di estirpare il cancro. Pure, sarebbe un risultato pericoloso, con altri passi acciaccati verso la deriva autoritaria della Giustizia, in atto da tempo in certe aree più a rischio del paese e che avvolge di nebbia fitta lo Stato di diritto, incrina la libertà e la democrazia. Nessuno dovrebbe pagare la colpa del cognome che porta. Di sicuro, non un minore.

Ho conoscenza diretta di famiglie di ’ndrangheta che hanno deciso e attuato un futuro diverso per i figli, tenendoli estranei, spingendoli allo studio, alle buone frequentazioni, a forgiare pensieri positivi. Ma lo Stato pare non accorgersi della loro esistenza. O non intende accettarlo, per troppa rigidità, per troppe convinzioni che hanno messo crosta fino a deciderle inconfutabili, verità assolute. Non riflette, lo Stato, che i comportamenti repressivi applicati sul mucchio a prescindere, senza alcun distinguo tra chi nella malavita s’immerge mani e piedi e chi invece tende a scansarla, parano davanti a un muro cieco, diventano istigazione a delinquere, perché lasciare ai figli della ’ ndrangheta soltanto lo sbocco ’ndrangheta impedirà di spezzare il circolo vizioso e perpetuerà la malapianta.

Penso a Peppino Impastato, figlio di un boss di Cosa Nostra. Ha scelto un percorso di onestà e di denuncia, pur vivendo in un ambiente malsano. È in nome suo, e di tanti come lui di cui non c’è memoria solo perché non si sono immolati eroi, che bisogna astenersi dal sopruso amorale che si va profilando.

Anche in nome e in ricordo di Maria Rita Logiudice, la ragazza venticinquenne, bella e fresca di laurea con lode, che si è uccisa gettandosi dal balcone per non aver più sopportato la discriminazione per l’appartenenza a una potente cosca di ’ndrangheta di Reggio. Allora registrammo le parole di dolore e di contrizione del Procuratore Cafiero De Raho: «Credo che debba toccare la coscienza di tutti… che siamo tutti responsabili di fatti come questo… Persone così possono essere il cambiamento della Calabria… Se noi perdiamo simili occasioni per recuperare la libertà, l’onestà, l’etica, se diciamo ai ragazzi cambiate vita e poi, quando la cambiano, li isoliamo, li emarginiamo, non diamo nessun sostegno, allora non abbiamo più nessuna speranza per il nostro futuro… Dobbiamo fare tutto ciò che è necessario perché tragedie di questo tipo non avvengano più».

Peppino e Maria Rita – e chissà quanti altri non noti alle cronache – sono la prova che non c’è automatismo tra il crescere dentro una famiglia di mafia e il diventare mafiosi. Comunque, pure a voler ammettere che i più di quegli innocenti di oggi da adulti non condurranno vite da innocenti, valgono i pochi, è più importante che, pur di colpire il resto, non si penalizzino i Peppino e i Maria Rita.

Chi va a decidere tenga nella giusta considerazione i piccoli dal cognome scomodo che verrebbero a essere privati del diritto alla famiglia. E non trascuri le esternazioni del Procuratore su una figlia della ’ndrangheta che inseguiva e coltivava civiltà. Non commetta l’errore di lasciare che restino parole vuote. Non trasformi le lacrime di allora in lacrime di coccodrillo.