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L’INTERVENTO. Riina, è stato giusto farlo morire in carcere?

L’INTERVENTO. Riina, è stato giusto farlo morire in carcere?
gattopa Don Fabrizio Salina, quello del Gattopardo - per intenderci- s’immaginava che lo venisse a prendere una signora elegantemente vestita di marrone, una stella giovane e bella che in una stazione di provincia facendosi  strada in mezzo una frotta di “piangenti”, giungeva a lui, pronta ad accoglierlo tra le sue braccia ed a trasportarlo su un treno in rapido arrivo.

Immagine, soavissima e tragica assieme,  che un siciliano tra i più illustri pone a conclusione di un famoso capolavoro letterario, pubblicato, ahimè postumo!

Questa fine dignitosa è quella che augureremmo al nostro vicino di casa, ad un nostro caro infermo, a noi stessi: un trapasso dolce, che ci sorprenda come un abbraccio.

E’ questa la fine dignitosa che anima tante discussioni in Parlamento e per le strade tra i cattolici e i non credenti, ci s’interroga sul fine-vita, sul testamento biologico e su tutte primeggia il tono di Papa Bergoglio che augura a tutti una meta terrena priva di cure inutili e non adeguate a garantire la sopravvivenza.

Garantire una fine dignitosa è anche evitare trattamenti inumani e degradanti, e proprio nei giorni in cui i giornali annunciano il decesso del signor Salvatore Riina nato a Corleone il 16.11.1930 e deceduto in Parma, non possiamo fare a meno di riflettere sulla scelta, operata dallo Stato, di far morire in carcere, nel braccio ambulatoriale del carcere, - ma sempre carcere è - uno dei più grandi criminali della nostra storia. Un assassino pluricondannato, un bruto, un malvagio, ma pur sempre un uomo.

Un uomo, nei cui riguardi era stato affermato il diritto a morire con dignità, nei cui riguardi la Corte di Cassazione il 22 marzo 2017, sia pure rinviando la decisione al Tribunale di Sorveglianza di Bologna, aveva sancito il decadimento delle funzioni vitali, aveva elencato le complicate condizioni di vita, aveva dichiarato, in una parola, che l’efferato criminale, per via del sopraggiungere di quell’evento che ci rende uguali, era divenuto meno pericoloso, non più essere belluino, ma essere fragile, proprio come tutti noi che viviamo liberi, fuori dal carcere e fuori moriamo con dignità.