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REGGIO. Il 4 dicembre il saluto di Cafiero De Raho che se ne va

REGGIO. Il 4 dicembre il saluto di Cafiero De Raho che se ne va
drh  «Sulle prime, il barone aveva fatto una vera festa al genero, trattandolo quasi come la principessa, sedotto anche lui dalla grazia fine del giovane, inorgoglito dalla fortuna di essersi imparentato coi Francalanza; ma Raimondo aveva risposto a tante prevenzioni zelanti, a tante cure affettuose mostrandosi malcontento di tutto, in quella casa, ripeteva ogni quarto d'ora: “Come si fa a vivere qui?”» (Federico De Roberto, I Viceré, 1894).

Il procuratore Federico Cafiero De Raho ha fissato la data del 4 dicembre per un corale saluto alla città. L’evento si svolgerà nella sala “Gianni Versace” del Cedir, accanto alla sede della Procura.

Il Procuratore De Raho, chiamato a occupare il prestigioso incarico di Procuratore capo della Direzione Nazionale Antimafia, malgrado qualche recente espressione di simpatia e di amore verso la Calabria e la sua terra, non ha mai fatto mistero nelle sue parole di iscriversi a pieno titolo tra coloro che hanno valutato Reggio Calabria, e forse la regione tutta, un luogo invivibile, zeppo di mafiosi e di collusi tanto da non garantire a nessuno, se non con la solitudine, l’esclusione di pericolosi contagi.

Caro direttore, occorre dare atto che il Suo giornale ha dato spazio a queste riflessioni in tempi non sospetti, molto prima che il parlamentino dei giudici decidesse di promuovere il Procuratore De Raho alla guida della Dna, anche per risarcirlo dalla mancata nomina a procuratore di Napoli.

E ricordo anche, Caro direttore, i suoi articolo di quattro anni fa quando sottolineò la contraddizione tra i giudizi insistiti sulla straordinaria importanza giudiziaria e civile d’impegnarsi nell’avamposto reggino per sconfiggere la ‘ndrangheta, fenomeno nazionale e non solo, e la fretta dei capi degli uffici giudiziari di andar via da Reggio non appena possibile. E che da questa sconfitta siamo terribilmente lontani lo ha indirettamente ricordato lo stesso autorevole magistrato che in un’intervista ad un quotidiano nazionale di prima importanza, ha fatto presente la propria assoluta solitudine in città, al punto dall’aver rinunciato alla più innocente delle partite di tennis, essendo necessaria per la pratica di quello sport almeno un’altra persona.

Ora la prospettiva che tutti i vertici politici, istituzionali e religiosi della città e, vedrete, non solo, siano chiamati a raccolta suona singolare. Dei quattro anni trascorsi (uno in più rispetto al suo predecessore, per colpa di modifiche che hanno imposto la presenza obbligatoria di un periodo più lungo) si ricordano gli accorati inviti alla collaborazione, l’implicito rimprovero alla società calabrese di tollerare la ndrangheta e di non avere fiducia nei magistrati e nelle forze di polizia. Appelli accorati, invero non nuovi, e che, tuttavia evitano di spiegare ai reggini e alla gente di Calabria quali siano le vere ragioni della mancata sconfitta delle cosche e quali sono i tempi e le condizioni ipotizzati per liberarcene veramente.

Malgrado l’invio di uomini e di mezzi, l’incremento degli organici dei magistrati, lo sforzo di ministri come Orlando e Minniti per esaudire ogni necessità logistica delle toghe, ad oggi nessuno annuncia non solo la sconfitta della ndrangheta, ma neanche il delinearsi di un suo concreto e significativo indebolimento. Il procuratore De Raho avrebbe dovuto dire - con la stessa sincerità e onestà intellettuale con cui ha parlato della sua solitudine, caratteristiche che quindi non gli mancano - che la magistratura non è nelle condizioni di vincere la battaglia fintantoché non si determineranno condizioni economiche, sociali e culturali diverse da quelle attuali, che, è giusto precisarlo, non sono nella disponibilità della magistratura. La collaborazione della gente alle indagini non muterebbe questo scenario, la saggezza del popolo lo comprende e, infatti, tutto resta come prima, sino alla soluzione (controversa e disperata) di dover allontanare i figli minorenni dei boss dalle loro case, quasi che altrove (un qualunque altrove) sia possibile una redenzione preclusa nell’inferno reggino.

Ecco il punto: viene trasmessa l’impressione della radicata certezza che Reggio e la Calabria siano un inferno, un luogo maledetto, in cui i Viceré passano sconsolati ed affranti e, alla fine, non vedono l’ora di andare via. La città rischia di trasformarsi (se già non lo è diventato) in un Governatorato. Non sappiamo cosa dirà il Procuratore alle persone presenti per salutarlo nella sala “Versace”. Ma sappiamo che la città ha la necessità di specchiarsi nelle istituzioni dello Stato e di riconoscerle come proprie, come incollate alla propria pelle, avvolte dalla stessa polvere, legate dallo stesso destino. Altrimenti i Viceré seguiranno uno via l’altro e i reggini guarderanno con una diffidenza e un distacco sempre più cupi.