Direttore: Aldo Varano    

Un mantovano che uccide un calabrese è l’uomo che morde il cane

Un mantovano che uccide un calabrese è l’uomo che morde il cane
regg Il rovesciamento dell’ordine naturale delle cose. E a me spiace utilizzarlo un fatto di cronaca, così orribile e di un tempo troppo breve.                   

Dopo ipotesi di ogni tipo, tutte legate alla ‘ndrangheta e tutte immanenti nella calabresità della vittima, pare che a uccidere un ragazzo del crotonese, a Reggiolo in Emilia, sia stato un mantovano, per una di quelle cause più luride e più comuni di ammazzamento: lite di vicinato. Ed è ovvio che pare, perché c’è solo il fermo di un’ex guardia giurata; la verità giudiziaria ci sarà fra anni, e non sempre, lo sappiamo tutti, coinciderà con la verità reale.

E pare, che un gruppo di ragazzotti calabresi, le cui facce hanno fatto un lungo giro nei circuiti informativi internazionali, accusati di agire come i protagonisti delle serie televisive noir, in realtà postassero sui social effettivamente le immagini delle fiction e non le loro. E tutto fosse davvero un film.                                                                                              

E all’ennesima operazione contro i furbetti del cartellino, i giornalisti si sono già trovati in rete un servizio girato e montato direttamente dagli inquirenti, che ormai hanno uffici stampa efficienti e sono a un passo dallo scrivere direttamente i pezzi e girarli ai giornali, o magari farseli da sé i giornali.                                                                                                                  

E pare che ormai sia un dato fisiologico che alla fine dei processi un imputato su due risulti innocente, anche dopo parecchia galera. E il dato aumenta di molto, dal lato delle assoluzioni, se gli imputati siano eccellenti, acculturati e abbiano difese efficienti e non raffazzonate come quelle dei poveracci.                                                                                               

E si aspetta da un momento all’altro spunti un’indagine a chiarire che dietro al buco nero di dove i nordcoreani trovino i soldi per finanziare i loro esperimenti nucleari, ci sia la ‘ndrangheta. E che magari un’intercettazione o un pentito rivelino il passaggio per la Locride di Kim Jong-un.                                                                                                        
L’ordine naturale delle cose si è invertito e non è un bene per nessuno, anche quelli che sembrano trarne vantaggi iniziali ne subiranno un danno alla fine, senza citare Robespierre e la ghigliottina: i presidenti di regione attaccano i commissariamenti e quando devono fare nomine scelgono i prefetti; i capi di partito attaccano magistrati e uomini in divisa e poi ne fanno un cospicuo uso a fini elettorali.                                                 

Le idee ormai vengono fuori dalle procure, e abbiamo un magistrato a garanzia anche della bontà di un film. Gonfiamo il petto per dirci figli dei filosofi greci e degli artisti del Rinascimento, ma mai che utilizzassimo uno dei loro pensieri. Macché Platone o Socrate o Aristotele che, esistessero, li metteremmo a far la questua alle stazioni e continueremmo a far la fila per le opere di D’avenia.                                                                     

La realtà è diventata un dato residuale, anzi, è costituita per due terzi da chiacchiere e comunicazione e per uno da fatti veri. E il mondo, il nostro, quello occidentale, vive dentro un enorme bar sport, dove tutto e finto, tranne il dolore di quelli che a giro devono stare in mezzo.                 

Chi ha a cuore la risoluzione dei problemi, chi si danna l’anima a rendere la società meno ingiusta, non deve farsi fregare dai meccanismi della comunicazione. La serietà è una pratica dura, ma costruisce futuro; la cialtroneria distrugge società e fa avanzare individui senza scrupoli.             

Il nostro è il tempo del pettegolezzo e del rancore, e se, anche quella, non fosse solo una chiacchiera, verrebbe voglia di ricorrere all’ibernazione e farsi svegliare quando la bolla mediatica sarà esplosa.