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La Calabria come la carne inquieta di Teresa

La Calabria come la carne inquieta di Teresa
salvatore dali  Di Teresa si diceva che avesse le carni inquiete. E che, per ottenerne le grazie, bastasse penetrare con sguardi di desiderio la finestra dietro cui lei cuciva spartendo gli occhi tra il telaio e la strada. Non era vero. Ma fu come se lo fosse, perché una manciata di gesso, una volta sparsa sul selciato, per quanto ci si sforzi non si riesce a recuperarla per intero. Le dicerie giunsero ai fratelli, che non si potevano consentire lo scorno e di macchiarsi l’onore. Castigarono quanti il venticello e vaghi sospetti raccontavano essersi approfittati della debolezza. Insistendo i sussurri e ormai stanchi di castigare, alla fine castigarono lei, e per sempre.

Teresa incarna la Calabria, le volte che la si immola vittima innocente. I suoi fratelli, lo Stato, le volte che per reprimere s’accontenta d’indizi evanescenti. Oh, successi ne ottiene. Ma capita che prenda abbagli clamorosi, con operazioni e manette che al quaglio si liquefanno più che la neve di maggio. Succede con regolarità nello scioglimento dei Comuni per infiltrazioni mafiose. Così, per citare alcuni casi, a Rosarno, Gioia Tauro, Camini, Isola Capo Rizzuto, Marina di Gioiosa, Platì. Dove ci furono carcere, gogna, assoluzione e indennizzo per ingiusta detenzione. Altre amministrazioni sono state azzerate per ’ndrangheta senza che ci siano stati colpevoli da portare a processo.

Oggi, di nuovo nella bufera c’è Marina di Gioiosa. Dove una Commissione prefettizia sostituisce il governo cittadino guidato da Domenico Vestito. Che aveva ereditato il Comune da un’altra Commissione prefettizia, lì al posto del Consiglio cacciato per un’indegnità di ’ndrangheta poi risultata senza fondamento in tribunale. I precedenti avrebbero dovuto consigliare maggiore cautela. A parte che Vestito dava affidamento, un’ottima reputazione, la sua, e buona la gestione, aveva, per esempio, portato al 50% i tributi versati dai cittadini per l’acqua e per i rifiuti, a fronte del 5% e 18% ottenuto in due anni e mezzo dai Commissari sui due servizi – sono dati di bilancio.

La verità è che la normativa vigente non funziona se la ’ndrangheta resta comunque forte e se i commissari mandati a sanare non producono le svolte auspicate. Non funziona e contrasta con lo Stato di diritto e con la democrazia se, per giungere a provvedimenti tanto drastici, la Giustizia si fa bastare indizi fumosi – il Sindaco che prende il caffè o chiacchiera con uno in odore di mafia, e tuttavia libero, un funzionario corrotto a cui le varie Bassanini hanno conferito poteri decisionali che bypassano la gestione politica, parentele scomode, la semplice malevolenza di uno che stende un verbale. Dal fumo, gli insuccessi. Che sono dannosi, perché incrinano la credibilità delle Istituzioni in una terra dove essa è fondamentale per far prevalere la civiltà.

L’idea era sbagliata fin dall’inizio, se si ragiona che con le sue strutture e i suoi organismi lo Stato non riesce a liberare la Calabria dalla ’ndrangheta e però affida a quelle stesse strutture e a quegli stessi organismi i governi dei paesi infiltrati dalla ’ndrangheta. Qualcosa non quadra.

*già pubblicato sulla Stampa d torino