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REGGIO. Il direttore di Civiltà Cattolica racconta Papa Francesco

REGGIO. Il direttore di Civiltà Cattolica racconta Papa Francesco
spadaro Il 9 dicembre si è svolto nell’aula magna del Seminario arcivescovile il primo incontro della Cattedra del dialogo, promosso dall’Istituto Formazione Politica e Sociale Mons. Lanza, con il direttore di Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro sj. Il tema trattato “Chiesa e mondo al tempo di Papa Francesco”, ha in p. Spadaro, appena tornato dalla Birmania, un interlocutore privilegiato. Gesuita come il papa e membro della delegazione pontificia nei viaggi, più volte ha intervistato Francesco racchiudendo in diverse pubblicazioni il tratto profondo di questo pontefice che sceglie le periferie e guarda le vicende storiche in modo profetico. Le domande relative ad un pontificato così unico, è lo stesso Spadaro, a porle in apertura.

“In che modo – si chiede p. Spadaro - Francesco guarda il mondo? Quale, se esiste, la sua diplomazia, la visione a livello politico che offre al mondo? La misericordia è il filo conduttore che accompagna la scelta dei luoghi e i suoi viaggi. Ma la misericordia ha un valore politico? Domanda spiazzante – continua il direttore di Civiltà cattolica - per chi la considera una visione pia dell’esistenza, oppure la vive solo in maniera personale, sperimentabile nel perdono. Per Francesco la misericordia non è un concetto astratto, ma azione di Dio nelle vicende del mondo. Sa il disastro del mondo, ma il suo sguardo non è angosciato o pessimista, per questo non considera mai niente e nessuno perduto e tende alla massima riconciliazione possibile.

Fa un attimo di pausa e continua - Il papa nell’ultimo viaggio, tra i più difficili e rischiosi, non ha pronunciato la parola 'Rohingya”, finché si è trovato in territorio birmano, dove, invitato, ha incontrato i militari. Lo ha fatto e non ha abiurato alla verità, incurante delle polemiche e delle pressioni, con pazienza e capacità diplomatica unite alla profezia. Poi in Bangladesh, in un incontro ecumenico di preghiera dice che “la presenza di Dio è anche Rohingya” e chiede perdono per le sofferenze patite da questo popolo. Con Francesco la divisione dell’asse del bene e del male cade. Scardina la visione costantiniana di secoli, frantumando le immagini simboliche del pontefice imperiale. Il colore usato non è più il rosso, tipico colore imperiale e la sedia non è più poggiata sui tre gradini. Francesco resta flessibile alle dinamiche del mondo per quel pensiero aperto, incompleto, che consente di interpretare la drammatica crisi globale senza meccanicismi rigidi. Il discernimento gli consente di comprendere le situazioni mentre accadono.

Vorrei porre un  problema di gran importanza: il Papa dove prende le sue decisioni? In Cappella, pregando, facendo discernimento. Il Papa non fa piani quinquennali. Rivela che l’Angelus, scritto la sera, spesso è modificato 20minuti prima, quando si raccoglie in preghiera. Il pensiero lo completa il Signore. Così la scelta dei luoghi non è tanto andare a confermare i nostri nella fede, ma là dove ci sono ferite aperte.

A Lesbo, dove l’80% - continua il gesuita - sono uomini e donne musulmani schiacciati tra despoti e terroristi. Queste scelte destano scandalo. Come la frase di Francesco sui terroristi: “Povera gente criminale”. parole che hanno provocato scandalo  anche tra i suoi. Perché? Cosa ha detto? Di amare i propri nemici! Accade anche in Bolivia, a St Cruz: entra il Papa e lo applaudono, così innumerevoli volte mentre parla, eppure non è un rivoluzionario, nel suo discorso c’è la dottrina sociale della Chiesa.

Scandalo e strumentalizzazione. Come per la radici cristiane europee. Per Francesco le radici cristiane vanno vissute in uno spirito di servizio che si incarna nella lavanda dei piedi. Dove è andato nei suoi viaggi in Europa - incalza p. Spadaro - forse a Parigi, forse a Londra? No, Lampedusa, l’Albania che chiede di farne parte, ma ancora non è Europa. E poi in Bosnia. Forse è andato a Mostar, dove ci sono i cristiani? No, a Sarajevo, con le sue rose rosse, memoria dei crateri provocati dalle granate serbe. E’ una città ferita. Francesco vuole toccarla. Tocca i muri in silenzio. Così ad Auschwitz. E poi Istanbul, l’Armenia, luoghi del conflitto. Lo Sri Lanka, dove gli Induisti e i Buddisti non sono in pace. E giù fino al confine messicano, dove celebra una messa in un setting straordinario. Un’unica assemblea, dove sotto l’altare c’erano i messicani e più in là, oltre il muro di filo spinato voluto da Bush, gli americani. Ecco il suo compito profetico, di mediazione nei conflitti e di operatore di pace in quello spazio vuoto che, in questa stagione dei manipolatori di ansia e paura nessun leader della terra è capace di colmare.

Padre Spadaro si interroga a voce alta e facendolo interpella tutti. “Perché Francesco tocca i muri? La risposta, me l’ha data un amico musulmano di Francesco: “Gesù quando toccava le persone, cosa voleva fare? Guarirle! Ecco, Francesco vuole guarire le ferite di un’umanità martoriata. La diplomazia tra le sue mani non è più ars diplomatica classica, ma si sposa con la profezia e la necessità di dire la verità per trovare una soluzione ai conflitti.