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LA TESTIMONIANZA. 50 anni fa nella Valle del Belice

LA TESTIMONIANZA. 50 anni fa nella Valle del Belice
gibellina Me lo ricordo ancora come lo cominciai il Sessantotto. Avevo appena finito di godermi il Natale: cibo, stoppa, poker: scambiando il giorno con la notte, come mi diceva mio padre quando (raramente) mi rimbrottava. Poi fui ingoiato anch'io dalla scossa terribile del Belice e dalle immagini che senza pudore toglievano il fiato mostrando l’Italia dei pezzenti, dei poveri, dei fragili. Le case si erano piegate come la ricotta. Si scoprì che non avevano neanche un "cordolo" di cemento che forse le avrebbe tenute in piedi. Case povere come chi ci viveva dentro.

La decisione fu immediata. Bisognava partire per dare una mano. Nel gruppetto di volontari, organizzato in via Castello a Reggio, c’era anche un giovanissimo medico di Villa San Giovanni, Totò Severino che poi fece il chirurgo a Roma dove diventò medico e amico di molti intellettuali, attrici e attori di orientamento democratico. Ero appena arrivato quando mi arrivò il messaggio che mi cercavano da Roma. Come sapessero in via dei Frentani che fossi lì non l’ho mai capito. Ma feci l’interurbana, perdendo un bel po’ di tempo, e mi dissero che dovevo coordinare i ragazzi che sarebbero arrivati un po’ da tutta Italia per dare una mano. In realtà ne arrivarono molti dalla Sicilia, dal Mezzogiorno e da Napoli e pochissimi dal Centro Nord. Alla fine c’era un gruppo di almeno 120, un terzo ragazze. Le facce e le storie me le ricordo tutte, nomi e cognomi assai di meno. Di certo c’era un Colajanni, figlio (o nipote?) di Pompeo, mitico capo partigiano in Piemonte nella cui abitazione a Palermo dormii una notte, in una stanza carica di libri. C’era il figlio di Emanuele Macaluso che lavorava preciso e senza mai stancarsi: chiedeva cosa ci fosse da fare e te lo ritrovavi di fronte quando aveva risolto il problema pronto a fare un’altra cosa. E c’erano i napoletani, arrivati con un autobus in 50. Tra loro il figlio di Giacomo Furia, il comico caratterista che appare in centinaia di film con Totò, la Loren o i De Filippo; e i figli di Massimo Caprara, l'ex segretario di Togliatti (la figlia era un fenomeno: attiva e impegnata 24 h. Quando il padre chiese ai due di tornare a casa lei si rifiutò di mollare e restò con noi mandando avanti il fratello che, mi pare, fosse più grande di lei). Erano straordinari i napoletani: una risorsa e un problema. La metà, i più instancabili. Non si rifiutavano mai di fare quel che serviva. L’altra metà era incontrollabile. Bisognava adattarsi a fare di volta in volta quel che serviva. Non si potevano fare obiezioni senza creare confusione e difficoltà. Fu chiesto aiuto a Napoli e arrivò un giovanissimo Umberto Ranieri (che fu poi senatore e Sottosegretario agli esteri). Fece una riunione di tutto il gruppo e ripartì con metà.

Scegliemmo, in accordo con le indicazioni palermitane, di fare centro a Sciacca, immediatamente a ridosso dell’epicentro ma poco danneggiata perché le strutture fondamentali non erano state ingoiate dal sisma. Ci muovevamo secondo le indicazioni della sera precedente o quelle più urgenti del primo mattino. Coprivamo falle. Intanto, si trattava di supportare i vigili che continuavano a scavare. Scavavamo anche noi, ma molto alla lontana. In realtà, facevamo i loro assistenti. Un supporto, appunto. Una scossa maligna nei giorni successivi uccise 8 vigili del fuoco mentre scavano tra le macerie. E poi assistevamo chi sembrava aver perduto ogni istinto di sopravvivenza ed era stato scippato drasticamente delle proprie capacità di persona. Soprattutto donne e uomini anziani, ma anche giovani che si erano trovati dentro l’epicentro. Veder muoversi il tetto sotto la testa, ci spiegò uno degli psicologi arrivati nel Belice, è come perdere la certezza del padre perché quel che hai sopra la testa è una certezza assoluta di riparo per ogni essere, non solo umano. Un trauma devastante e in gran parte irreparabile. Alcuni aiutammo a disseppellire corpi travolti e schiacciati dalle macerie respirando odori e sciami nauseabondi. Altri aiutammo a costruire dei grandi capannoni (tubi innocenti e lamiera) dove la sera gli scampati si aggiustavano con sdraio, sedie e coperte (chi le aveva) per proteggersi dal gelo di quelle notti di gennaio.

Fu subito chiaro che era necessario un segno di riconoscimento per superare la diffidenza dei terremotati e per essere più visibili a chi aveva bisogni. Non avrebbe in nessun caso potuto funzionare la fascia della Federazione giovanile comunista italiana. Ci rivolgemmo alla Cgil ed ottenemmo un po’ di fasce e il problema fu risolto. Del resto nessuno aveva in mente o si fece venire in mente che dentro la consumazione di quella tragedia fosse possibile far propaganda politica.

Non c’era nulla di cui non avesse bisogno la gente. E’ difficile immaginare il passaggio dalla vita organizzata, quale che sia, alla privazione immediata di tutto, proprio tutto, quello che hai. Una ragazza di Napoli mi chiamò in disparte: “C’è un problema che riguardava le donne”. Io non capivo, lei era impacciata (era il 1968!). Poi sbottò: “Hanno le loro cose. Si chiamano mestruazioni – scandì provocando- e non c’è un assorbente perché nessuno in Italia, è la solita storia, pensa che possano servire assorbenti. Hanno vergogna di chiedere. Che facciamo?”. Ovviamente, non ne avevo la più vaga idea. La nominai seduta stante responsabile del settore. Non so come e cosa fece. Dopo due giorni, le chiesi. Rispose frettolosamente: “Problema risolto”, e passò oltre. Miracoli napoletani.

Sotto il terremoto di un'Italia antica nasceva quella "moderna". Se ne accorse un giornalista di gran razza, Maurizio Ferrara, l'unico direttore di un grande quotidiano nazionale che venne per raccontare il Belice. Scrisse sull'Unità un articolo straordinario e struggente su "Cuccuredda". Era il nome della bambina tirata morta da sotto le macerie. Ma siccome le macchine da presa erano lontane venne chiesto di rimetterla giù e di riportarla su per farla vedere in televisione. Pietà e cinismo, vecchio e nuovo, miseria e strumentalizzazione. Ferrara fu implacabile coi torturatori del corpicino di Cuccuredda.

Feci anche due cose illegali in quei giorni, credo entrambe prescritte. A Sciacca in albergo avevamo tre camere da due letti al secondo piano. A un certo punto ci chiesero di sloggiare perché la caserma dei carabinieri era pericolante e l’Arma doveva stabilirsi lì. C’impuntammo. Non era facile scacciare dall’albergo dei ragazzi venuti a dare una mano. Si decise che si prendevano il primo e il terzo piano e noi saremmo rimasti al secondo. In cambio, nel nostro corridoio, al secondo piano, avrebbero accatastato materassi, coperte e i letti smontati ddelle stanze degli altri piani per liberarle . La sera di nascosto, con la silente complicità di una delle figlie del proprietario, ragazze e ragazzi esausti salivano a gruppi al secondo piano. In ogni stanza, accanto ai due letti, l’intero pavimento veniva ricoperto dai materassi e si dormiva lì con le coperte addosso. Un giorno il proprietario mi disse che aveva visto quattro ragazzi in più dei sei clienti che pagavano. Piantai una polemica minacciandolo perché mi diffamava. Lui s’impaurì. In effetti non era vero che erano saliti in quattro senza pagare. Era stati almeno una quarantina. Andò così per decine e decine di giorni senza che noi pagassimo.

Poi da Bologna arrivò un assessore del Pci, non ricordo più se del Comune o della Provincia. Si occupava di assistenza sociale e aveva l’incarico di offrire, attraverso Enti locali siciliani, ospitalità per qualche mese a ragazze e ragazzi della zona terremotata. Il nostro gruppo aveva intanto accumulato un bel debito col ristorante per il cibo. Mangiavamo in giro quel che capitava. Ma la sera facevamo capo all’albergo. Le regole erano precise: niente alcolici e un piatto a scelta (il primo o il secondo) per contenere le spese. Con una faccia tosta che non ho mai più ritrovato avvicinai l’assessore, gli spiegai la situazione e gli chiesi se ci poteva aiutare in qualche modo. Non si scompose. Mi chiese perché non aveva provveduto la Cgil. Gli spiegai che non eravamo del sindacato ma della Fgci (nelle settimane successive su proposta di Claudio Petruccioli sarei entrato nella direzione nazionale) e fino allora ogni ragazzo, io compreso, aveva pagato di tasca propria. Ma ormai eravamo agli sgoccioli. MI disse: “Vedrò che si può fare”. Credo che caricò i nostri pasti tra quelli dei ragazzi che restarono due giorni in albergo in attesa di partire per l’Emilia. Non ricordò più il suo nome. Mi piacerebbe tanto, se è ancora vivo come spero, poterlo ringraziare.