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Claudia, una vita spezzata dopo esser passata dall’ospedale delle morti sospette

Claudia, una vita spezzata dopo esser passata dall’ospedale delle morti sospette
annunziata   Non è ancora chiaro se Claudia Malizia sia una nuova vittima di malasanità. Ma è andata via, dopo una semplice operazione in day hospital e quasi un mese di agonia. La donna, 36enne originaria di Luzzi, è morta ieri, dopo una presunta setticemia e un giro di valzer tra ospedali nel tentativo di salvarsi. Claudia si era presentata in una clinica catanzarese circa un mese fa, per un semplice intervento per curare l’alluce valgo. Nulla di più semplice. Ma qualcosa deve essere andata storta. Perché dopo essere tornata nella sua casa a Luzzi, la giovane, madre di una bimba di un anno e mezzo, comincia a stare male. Febbre alta, debolezza e dolori tali da spingere il marito a portarla all’ospedale “Annunziata” di Cosenza, dopo solo qualche giorno trascorso a casa.

All’Obi – l’osservatorio breve intensiva – ci arriva a fine novembre. Poi, a metà dicembre, transita nel reparto di Medicina interna. La donna continua ad avere la febbre. Le analisi, secondo quanto trapela, avrebbero fatto emergere l’infezione che, piano piano, le avrebbe consumato il corpo. La donna è stata trasferita così a Catanzaro, dove i medici fanno il possibile per salvarla. Ma per lei non c’è stato nulla da fare. Il caso è, però, ancora poco chiaro. Secondo alcuni sanitari che l’hanno avuta in cura, infatti, a causare la morte potrebbe essere stata una pericardite dovuta ad una malattia autoimmune. La famiglia, inizialmente, aveva disposto i funerali per oggi. Ma la salma sarebbe stata posta sotto sequestro dalla procura, che ora vuole vederci chiaro.

La sanità calabrese, intanto, sembra rimanere un malato incurabile. A Cosenza, infatti, sono diversi i casi di morte sospetta. L’ultimo, in ordine di tempo, è quello dell’anestesista Maria Barca, deceduta per una setticemia a seguito di un intervento all’ospedale “Annunziata”. La donna lo scorso 5 dicembre è stata ricoverata in ospedale per eseguire un piccolo intervento di asportazione di una cisti ovarica operata in laparoscopia. Il pm Domenico Frascino ha iscritto sul registro degli indagati i sanitari che l’hanno avuta in cura nei giorni che hanno preceduto la sua morte. Si tratta di otto medici di ginecologia e due di chirurgia, indagati per omicidio colposo.

Ci vorranno 60 giorni prima di conoscere gli esiti dell’autopsia, ma secondo le prime ricostruzioni, la donna ha iniziato a lamentare forti dolori, probabilmente a causa della perforazione dell’intestino nel corso dell’intervento di rimozione della cisti. Nonostante i successivi interventi per salvarla, la donna non ce l’ha fatta. Il suo caso, però, non sarebbe l’unico. Gli avvocati Massimiliano e Paolo Coppa, Luigi Forciniti e Marianna De Lia, assistiti da un team di medici legali ed infettivologi, nei giorni scorsi hanno depositato al Nas due denunce relative a due decessi causati, secondo i legali, da setticemia, e quella per un terzo paziente rimasto infettato, con postumi gravissimi e permanenti, da Serratia marcescens, il batterio che ha già portato i medici dell’azienda ospedaliera cosentina in tribunale per la morte di Cesare Ruffolo e per il contagio di Francesco Salvo. «È ipotizzabile un pesantissimo/terribile bilancio», affermano gli avvocati, che ipotizzano «la contaminazione da germi patogeni dell’azienda ospedaliera di Cosenza». Queste persone hanno infatti in comune il passaggio, tra giugno e ottobre di quest’anno, da alcune delle sale operatorie (sette in totale) che a novembre sono state sequestrate dalla procura di Cosenza per «evidenti rischi di contaminazione».