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L’ANALISI. Le mafie e la scossa di Papa Francesco

L’ANALISI. Le mafie e la scossa di Papa Francesco
papa1 E’ un vero peccato che l’intervento pronunciato da Papa Francesco ricevendo la Commissione parlamentare antimafia sia passato sotto silenzio. Nessun giornale o telegiornale gli ha dato lo spazio che meritava. Eppure mai il Papa (quindi la Chiesa e il Vaticano), né chi lo ha preceduto, aveva affrontato la questione con tanta lucidità capovolgendo luoghi comuni e stereotipi che negli ultimi anni, con sempre più evidenza, hanno indebolito la lotta contro il fenomeno. Lotta non soltanto per denunciarlo, contenerlo o ridimensionarlo, ma per cancellarlo dall’orizzonte storico del paese riducendolo a fisiologica devianza.

Francesco ha risposto a una domanda che da anni quasi mai viene posta in modo esplicito: a chi tocca combattere e vincere le mafie? Chi ha questo compito e questa responsabilità in modo diretto fino a doverne rispondere al paese? Interrogativi apparentemente ovvi, in realtà sempre più oscurati da un dibattito emotivo e, talvolta, interessato. Francesco, invece, ha le idee chiare: l’incarico deve assumerselo la politica. Naturalmente non quella “deviata, piegata a interessi di parte e ad accordi non limpidi” che “soffoca” e “banalizza” il male.  Ma “la politica autentica, quella che riconosciamo come una forma eminente di carità”, ha scandito. Molti, con dentro l’intero movimento antimafia, sostengono formalmente la stessa tesi ma per dire una cosa radicalmente diversa. Nel comune sentire, sui media, per le élite politiche e gran parte della pubblicistica, per chi scrive sui giornali e vende libri sulla mafia (un mercato annuo da 70 mln valuta il Corsera) la politica deve combattere la mafia limitandosi ad approvare leggi migliori (cioè più repressive) e fornendo più strumenti, strutture e finanziamenti a magistratura e forze dell’ordine che, secondo un convincimento solidificato, sono e devono essere i veri protagonisti, con l’appoggio dell’opinione pubblica, dello scontro per liberare il paese dal fenomeno.

Papa Francesco dà l’impressione di pensarla in modo diverso. Nelle sue parole non appare mai il concetto della delega della politica (magari più ampia, energica, repressiva) alle forze del contrasto (magistratura e polizie). La politica invece - ripetiamolo: quella autentica - per il Papa deve sentire questa “lotta come una sua priorità” ed ha quindi l’obbligo di affrontarla in modo diretto e frontale, con una propria strategia che non può essere delegata. Scende nello specifico Francesco, e con sapienza e pazienza pedagogiche spiega alla politica che “lottare contro le mafie significa non solo reprimere. Significa anche bonificare, trasformare, costruire, e questo comporta un impegno a due livelli”.

Il concetto, piaccia o no, è strategicamente alternativo al modo in cui Stato e governi hanno affrontato il problema negli ultimi decenni. Il Papa sembra dare per scontato (correttamente) che senza il contrasto di magistrati e polizia la vita dei cittadini diventerebbe insopportabile, libertà e diritti verrebbero ridimensionati. Guai, quindi, a sottovalutare il valore prezioso e la funzione di queste forze che talvolta hanno dovuto spingere il proprio impegno fino al sacrifico supremo (nelle sue prime parole Francesco ha ricordato Livatino, Falcone, Borsellino e “tutti quelli che hanno pagato con la vita”). Dall’impianto papale si ricava una distinzione sottile che sempre più negli ultimi tempi è stata annullata. Com’è noto magistratura e polizia puniscono i reati che vengono consumati e bloccano quelli, ogni volta che è possibile, che sono in preparazione, prevenendoli. Ma c’è una questione più di fondo ormai cancellata dalla pratica dei governi italiani e perfino dall’orizzonte teorico e culturale delle punte più significative dell’antimafia: magistrati e forze dell’ordine contrastano la concretezza del fenomeno mafioso ma a chi tocca modificare e distruggere le condizioni che consentono incessantemente il processo della sua produzione e riproduzione? E’ questo il nodo vero di una lotta definitiva contro le mafie come dimostrano, del resto, le lamentazioni dei Procuratori delle zone cosiddette ad alta intensità mafiosa che dopo ogni retata di boss e sottoposti vedono nuovamente riempirsi i ranghi malavitosi in tempi fulminei.

Francesco si misura direttamente con la strategia di “un impegno a due livelli” contro le mafie: “Il primo è quello politico, attraverso una maggiore giustizia sociale, perché le mafie hanno gioco facile nel proporsi come sistema alternativo sul territorio proprio dove mancano i diritti e le opportunità: il lavoro, la casa, l’istruzione, l’assistenza sanitaria. Il secondo livello di impegno è quello economico, attraverso la correzione o la cancellazione di quei meccanismi che generano dovunque disuguaglianza e povertà”.

Sono parole ormai scomparse nelle zone di mafia. Da un lato, per paura di venire confusi con fiancheggiatori, servi sciocchi, o complici della malavita; dall’altro, perché l’illusione di una soluzione unicamente repressiva sembra avere inghiottito tutto il resto. Così la mancata sconfitta delle mafie viene giustificata e spiegata non col disimpegno di chi dovrebbe tagliarle l’erba sotto i piedi modificando la condizioni che ne consentono lo sviluppo, ma con sempre nuove varianti il più delle volte antropologiche o attraversate da sottintesi razzisti.

Osso Mastrosso e Carcagnosso, l’ambiente, il richiamo del sangue, la concezione dell’onore, l’omertà e tutto il resto della paccottiglia spariscono nell’analisi laica di Francesco. Chiarisce: “Oggi non possiamo più parlare di lotta alle mafie senza sollevare l’enorme problema di una finanza ormai sovrana sulle regole democratiche, grazie alla quale le realtà criminali investono e moltiplicano i già ingenti profitti ricavati dai loro traffici: droga, armi, tratta delle persone, smaltimento di rifiuti tossici, condizionamenti degli appalti per le grandi opere, gioco d’azzardo, racket”. E da dove nascono e da cosa sono generate le mafie il Papa l’ha già detto qualche rigo prima: è la “corruzione che, nel disprezzo dell’interesse generale, rappresenta il terreno fertile nel quale le mafie attecchiscono e si sviluppano”: non la razza, non l’ambiente, non il peso della storia né tutte le improvvisazioni che sovrappongono classi popolari e classi pericolose.

Una visione in cui spariscono le spinte repressive che talvolta deprimono vaste comunità. Non una posizione cedevole ma il rigore di chi avverte che ridurre lo scontro alla repressione può attenuare per un momento la presa mafiosa ma non può sconfiggere il fenomeno. Un messaggio in cui, attutito dal riconoscimento di ciò che è stato fatto in Italia, è evidente la polemica con la furbizia di chi ha volentieri assecondato le spinte a delegare la lotta per non assumersi la responsabilità di uno scontro che a tratti può diventare doloroso e chiedere sacrifici importanti.