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IL TEMPO DI UNA NOTTE, il monologo teatrale della reggina Annarita Marino (Città del Sole)

IL TEMPO DI UNA NOTTE, il monologo teatrale della reggina Annarita Marino (Città del Sole)
ma  Il tempo della notte può essere breve se si vive ad occhi chiusi, può avere profondità sconosciute e inattese, se vissuto come opportunità. Il teatro è quello strumento artistico che un’anima assetata di conoscenza usa per scandagliare luoghi suggestivi e remoti, attraverso le storie degli altri. Annarita Marino, prematuramente scomparsa nel 2015, è stata una donna e un’artista reggina che ha vissuto a tutto tondo questa dimensione. Questa sera alle 19 presso il Cine Teatro Metropolitano DLF, viene presentato il monologo “Il tempo di una notte”, edito da Città del Sole e portato in scena nel 2011. Tratta di Eleonora Duse ed Enrichetta, una madre e una figlia. Due esistenze che scorrono parallele e distanti, l’una sui palcoscenici del mondo, l’altra nelle stanze di collegi di lusso.

E’ un omaggio voluto con affettuosa tenacia dalla sorella Mariateresa, che ha curato la Prefazione della pièce che abbiamo incontrato durante le prove pomeridiane.

La presentazione del monologo di Annarita è un momento vissuto con trepida attesa e di grande coinvolgimento emotivo.

Assolutamente si. Ci sarà un coinvolgimento emozionale fortissimo perché si parla di un testo di un’autrice-attrice da poco scomparsa. Anche se lei è ancora viva per quelli che l’hanno apprezzata e conosciuta. Ho pensato che l’unico modo per farla sentire costantemente presente è stato quello di redigere questo testo e farne omaggio. Un regalo, un testamento spirituale a tutti gli amici e un modo di far conoscere quello che era il suo lavoro teatrale più importante.

Annarita Marino è nata e cresciuta a Reggio dove ha iniziato a calcare le scene…

Lei ha iniziato giovanissima con l’Associazione Calliope a Gallina, l’esperienza di teatro popolare, ma anche con lavori più impegnativi, come opere di Goldoni. Per motivi di lavoro è andata a Roma dove ha iniziato a frequentare l’Accademia Salvo Randone e contemporaneamente ha completato gli studi laureandosi in Lettere indirizzo cinematografia con una tesi sul confronto tra le due divine dell’epoca, di cui una è sempre stata presente nel suo immaginario artistico come modello. Sarah Bernard e Eleonora Duse. Prediligeva quest’ultima per la presenza scenica e la grande sensibilità con cui approcciava i testi teatrali .

Il titolo “Il tempo di una notte” è molto suggestivo, cosa sottende oltre la trama specifica?

C’è nel tempo di una notte soprattutto il tempo del lavoro interiore, della ricerca del sé che spesso si fa al buio della propria anima con tutto quello che ne consegue di sofferenza e di dolore. Così come è stato per Enrichetta e per la madre Eleonora. E su quel palcoscenico, quando lei lo ha rappresentato, privo di luci, veniva rappresentata la notte fisicamente, ma anche la notte dell’anima. Per Enrichetta significava la lontananza dalla madre. Ma la notte dell’anima significava anche per Eleonora e per Annarita la ricerca del sé.

Oltre ai personaggi famosi rappresentati è il rapporto madre –figlia, spesso conflittuale, ad essere rappresentato.

Si tratta di un tema universale, un archetipo sia nella letteratura e nella storia del teatro.

Nella conclusione si avverte come la chiusura quasi magica di un cerchio . Nel passaggio madre- figlia-nipote c’è qualcosa che ritorna…

La nipote che portava il nome di Eleonora, poi diventerà domenicana con il nome di sister Mary of St Mark, negli spettacoli che allestiva in Inghilterra nei collegi, si era portata dietro diversi costumi della nonna , utilizzandoli in occasione delle festività natalizie, in cui lei stessa faceva spesso la parte della Madonna, e si dice che venisse utilizzato un abito azzurro bellissimo che era stato di Eleonora. Fu lei nel 1968 a donare alla fondazione Cini di Venezia, l’archivio Duse, cioè la collezione completa delle lettere, carteggi, mobili e oggetti di scena. L’unica erede spirituale della nonna è stata lei. In quella parte che tu citi del testo, Enrichetta in qualche modo recrimina alla madre la distanza che le ha separate. Lei comprende che la figlia può diventare una donna simile a sua madre e la chiude a 12 anni in convento. C’è in questa scelta il rifiuto dell’idea che la propria figlia, calcando le scene, potesse diventare come sua madre.

Una scelta drammatica , un’amputazione di una possibile maternità che nasce da una profonda ferita…

Si l’avrebbe vissuta come un secondo fallimento, questa volta non da figlia, ma da madre. Ma come ci insegna la vita non si può sfuggire al proprio destino. Sister Mary e’ stata una religiosa che ha mantenuta viva l’eredità della nonna.

Cosa ci lascia tua sorella Annarita…cosa desideri con questo incontro?

Ci lascia oltre al valore artistico di ciò che ha scritto, l’idea che dietro l’arte e il fare teatro c’è una grande fatica e lavoro interiori, non è solo l’identificazione con il personaggio , ma il far parlare i tanti personaggi dentro la propria anima. Annarita ha fatto teatro in questo modo, non era famosissima, però selezionava molto bene gli spettacoli, i personaggi che recitava perché aveva chiara in testa questa idea che deve esserci una sintonia emotiva assoluta con il personaggio. Questo testo è emblematico di questo e per chi non l’ha vista sui palcoscenici , è un modo di far vedere una parte di lei. E poi lascia il segno della sua scrittura. Mi piace fare questo parallelismo, stasera mi ricorda il debutto nel 2011, perchè adesso Annarita debutterà come scrittrice. Prima che teatrale questo è un testo letterario, perché contiene in sé oltre l’anima di chi l’ha scritto, cioè di Annarita, ma anche una serie di tòpos, di archetipi letterari universali che si possono ritrovare nelle pagine più belle di narrativa. Lei non c’è, ma ci sarà, sicuramente la sua energia è già qui. Io dovrò solo gestire l’emozione di parlarne, perché mi tocca personalmente, ma sono sicura di fare quello che lei avrebbe voluto.