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LA RECENSIONE. Bova nell’Ottocento post-unitario, di Giuseppe Viola

LA RECENSIONE. Bova nell’Ottocento post-unitario, di Giuseppe Viola
bova Bova è stata fino al 1986 città vescovile ed è capitale di un territorio, la Bovesia, convenzionalmente indicato come residenza dei ‘Greci  di Calabria’.

Il toponimo è legato al nome, Bôs, che in greco e latino indica il ‘toro’, un animale cruciale per le fonazioni dei proto-umani agli albori del linguaggio.

Può dunque darsi che le origini del luogo risalgano molto indietro e molto prima della civiltà romana.

Il territorio di Bova è abbastanza versatile in tutte le attività agricole (cereali, vino, frutta, ortaggi, pastorizia) e ciò ha permesso nei secoli passati la formazione di una classe di proprietari benestanti  che, sfruttando intensivamente il lavoro asservito  delle classi povere,  nel Settecento ed Ottocento diventarono talmente compatti da esercitare una egemonia indiscussa al livello sociale  e politico che diede loro molto prestigio anche rispetto alle classi più benestanti dei paesi vicini.

Le altre classi bovesi, agricole e artigianali, godevano di riflesso di questa primazia tanto che anch’esse recitavano ad ogni piè sospinto il bovisciano sugnu! con lo stesso orgoglio dei romani che si vantavano con il Civis romanus sum!

Tra Otto e Novecento, essendosi spostato il baricentro economico verso le marine, Bova patì un diaspora generale che spostò i ricchi verso Reggio e Bova Marina (eretta a comune nel 1908) e le classi meno agiate verso i luoghi di emigrazioni italiani ed esteri.

Ma l’orgoglio di cui sopra continuò a contraddistinguere i bovesi della diaspora, tanto che furono e sono molti i cittadini eccellenti (nelle università, nei tribunali, nell’imprenditoria, sulla carta stampata e, perché no, anche nella vita politica) che possono vantare l’ascendente aspromontano nel loro DNA.

E, quando qualcuno di loro emerge in qualche campo, i bovesi godono e si inorgogliscono perché considerano che buona parte di quel successo è da attribuire alla patria comune oltre che, naturalmente, al genio e alla perspicacia del momentaneo esaltatore erga omnes della ‘bovesità’. 

Sicché l’estate appena trascorsa abbiamo partecipato, nella bella sala dell’Auditorium, orgoglio edificatorio di Carmelo Nucera (sindaco negli anni 1990-1995), alla presentazione del libro BOVA NELL’OTTOCENTO POSTUNITARIO di Giuseppe Viola; bovese, un cursus honorum compiuto nella magistratura fino ai ruoli della Suprema Corte, un passato da mecenate sportivo, un pedigree politico-sociale che affonda le origini nei secoli passati.

Bovese, naturalmente, è l’editore, Iiriti di Reggio Calabria, come pure il prefatore, Gennaro Malgeri, professore emerito di Storia Contemporanea all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, e, ça va sens dir, il presentatore Pasquale Tuscano, italianista dell’Università di Perugia e studioso tra i massimi di letteratura calabrese (sua l’edizione laterziana degli scritti di Vincenzo Padula).

Bovese l’associazione promotrice, Bova life, il cui presidente Saverio Micheletta, anche lui della diaspora bovisciana,  è stato l’ideatore dell’importante Museo della civiltà contadina allestito per le strade della cittadina. 

Due sono i temi intorno a cui l’autore ha aggregato le pagine del libro:

  1. a) l’esistenza a Bova di un gruppo di borghesi antiborbonici (proprietari terrieri, farmacisti, galantuomini, avvocati, artigiani) che fin dalla prima fase prerisorgimentale avevano costituito 
“una vendita carbonara denominata ‘Il sasso forte all’ordone di Bova’, consolidatasi dopo l’Unità in loggia massonica. Una struttura della quale facevano, ovviamente, parte le famiglie liberali bovesi e, in posizione eminente, le famiglie Nesci, Marzano, Catanea, D’Andrea, Malgeri, Cotronei … Si tratta di un dato che risulta, oltre che da espliciti riferimenti contenuti in un vecchio carteggio tra il bovese (avvocato in Roma) Alfredo Catanea e il padre dello scrivente, anche dalla conferma che si rinviene nella già richiamata pubblicazione dell’avv. Pietro Catanea (zio dell’avvocato Alfredo), p. 32.

All’ombra della loggia in questione si erano formati, sotto la guida di Filippo Nesci che era il fratello della loro madre, i fratelli Agostino e Antonino Plutino, protagonisti dell’impresa garibaldina e politici rilevanti della fase postunitaria.

  1. b) La seconda questione, che occupa la seconda metà del volume,   è incentrata    sul conflitto fra clericali e liberali a Bova dopo il 1861 intorno al problema del Seminario-Ginnasio annesso alla Diocesi, sulla sua ‘apertura al territorio’ (si direbbe oggi) nonché sulla questione molto spinosa della nomina (vescovile) dei docenti e del controllo o meno di questa operazione da parte del Comune di Bova.
Rilevante è il fatto che il Prorettore della scuola fosse stato un sacerdote di origine irpina, Bernardino Varricchio, Canonico della cattedrale già in epoca borbonica e inquisito nel 1850 per le sue simpatie liberali, che vi insegnava assieme ad un fratello.

Rimandato al paese natio dopo due anni di latitanza vene reinserito, dopo il 1860, nelle sue funzioni di direzione e di insegnamento, che mantenne fino a metà degli anni Ottanta, quando venne esonerato dall’autorità ecclesiastica.

Varricchio fu il maggiore alleato del Comune di Bova nella lunga e alla fine sfortunata lotta contro la Diocesi che resistette, con tutti i mezzi ed anche  mediante subdola rottura di patti intercorsi, a qualsiasi ipotesi di intromissione laica nel funzionamento del Seminario-Ginnasio.

Sicché il Vescovo Mantovani punì la città liberale trasferendo il Seminario nella Marina, creando così una delle condizioni che avrebbero portato poi  a che la frazione fosse elevata a Comune nell’età Giolittiana.

Il libro molto documentato (assistito da una ricerca archivistica rilevante negli archivi parlamentari, vescovili, provinciali, comunali) si conclude con un capitolo di ‘considerazioni finali’, il XIII alle pagine 217-227.

Qui l’autore, esaurita la parte storica della sua trattazione, scrive de jure condendo prendendo atto: 1)  che a distanza di un secolo dallo sdoppiamento comunale ‘la grande’ Bova, “- la Chora dei Greci di Calabria –‘ si è ridotta ‘alla dimensione di un piccolo borgo, anche se divenuto uno dei ‘gioielli d’Italia’, meta turistica e costante oggetto degli interessi storico-paesaggistico-culturali’, p. 224; 2) che per converso “Bova Marina è divenuta, negli anni, un pulsante centro marino, a breve distanza dal capoluogo provinciale, con sicure prospettive di crescita economica, demografica e turistica” (ibidem)  ma “manca di una ‘sua’ precedente storia ,…, che non sia , …, quella secolare e illustre dell’antica madre” (p. 225).

La conclusione viene affidata ad un interrogativo retorico

‘che ritiene si ponga pressante alla sensibilità culturale e all’orgoglio (il corsivo-neretto è del recensore) storico di ogni bovese. Non è venuto il tempo – ad oltre un secolo dall’inutile e sofferta separazione – perché le due comunità recuperino l’antica unità, ritrovandosi nella loro identità storico-culturale e, con essa, identificandosi nel prezioso patrimonio delle memorie e delle tradizioni, in sintesi nella loro comune e affascinate storia?” (p. 225)

Giunto alla fine del volume, molto curato nell’editing e scritto in un italiano ‘curiale’ (verrebbe da dire considerando la formazione dell’autore) nel quale appaiono ingiustificati i diversi sic! che all’interno del testo sottolineano i discostamenti dall’italiano storico nel quale furono compilati i documenti tratti a luce dagli archivi, il recensore ha delle osservazioni da fare:

  • 1) Il titolo del libro non appare adeguato al suo contenuto:  Le prime 135 pagine, su 230 di testo (escludendo dal conteggio le quasi 150 pagine di documenti) sono dedicate alle vicende della ribellione antiborbonica del 1847-1848 nella Calabria Reggina e Aspromontana nonché alla repressione che ne seguì; onde sarebbe apparso più congruo uno scorciamento del titolo con l’esclusione dell’aggettivo ‘Postunitario’: Bova nell’Ottocento.
Anche il sottotitolo, Le nuove istanze liberali nei contrasti con la Curia vescovile si riferisce solo alla seconda parte del libro.

Meglio ancora, per quanto qui appresso si dirà, avrebbe suonato un titolo che avesse ristretto la ricerca dalla città alle sue élites, risultando in ragione di ciò congruo con il contenuto della ricerca.

  • 2) Il professor Pasquale Tuscano, nella presentazione bovese, ha sottolineato il fatto che nella storia controversa del Seminario-ginnasio non risulta presente alcun riferimento ad allievi provenienti dalle classi dei lavoratori della terra e che, di  fatto, non ve ne fu nemmeno uno.
  • 3) Aggiungiamo noi che in nessuna pagina del libro ci sono pensieri di sorta, nemmeno de relato, per le migliaia di braccia contadine che con le loro fatiche rendevano possibile l’esistenza di quel nutrito manipolo di classe dirigente aristocratico-borghese e liberale di cui effettivamente, e con grande efficacia, si ricostruisce l’attività politico-amministrativa dipanatasi per tutto l’Ottocento.
Dunque una storia della classi dirigenti di stampo hegelo-crociano, verrebbe da dire, che tiene volutamente in un cono di oscurità i lavoratori agricoli asserviti ai liberali, vera e propria maggioranza silenziosa cui non si è voluta prestare voce alcuna.

E’ un vero peccato, cui l’autore potrebbe ben ovviare con un supplemento della sua indagine.

Ma sarebbe come scrivere del ‘volgo disperso che nome non ha’ di manzoniana memoria e, forse, Giuseppe Viola, a scrivere quell’integrazione, non si sarebbe trovato nelle stesse condizioni emotive che lo hanno accompagnato nella stesura del libro che ci ha occupato ove, da ogni pagina,  la sua empatia nonché il suo moderato compiacimento di essere parte, sia pure per interposta persona dei sui ‘danti causa’, della storia narrata.

Giuseppe Viola, Bova nell’Ottocento post-unitario, Reggio Calabria, Iiriti Editore, 2017, € 15.