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LA CALABRIA e i PROVERBI. Meglio morsicato dai cani che dall’invidia (ciangiùtu)

LA CALABRIA e i PROVERBI. Meglio morsicato dai cani che dall’invidia (ciangiùtu)
invi   Megghiu strappeddhatu di li cani / chi ciangiùtu di li crischiani

Il proverbio è emblematico della serie che potremmo intitolare alle ‘malevolenze’ sociali; vi si paragona la lacerazione delle carni ad opera dei cani alla invidia, ciangiutina,  delle persone, dichiarando la preferenza per la prima.

Anzi, più precisamente, ciàngiri, picciàri, iettari u pìcciu, sono tutti sinonimi di lamentela per la propria condizione e di cattivo augurio, anche silente, per una persona che attraversa un momento felice della sua vita.

Si la nvidia fussi guaddhera / tutti chi nd’a tiravamu pe supra, se l’invidia fosse ernia tutti saremmo impegnati a tirarla in su; si fa riferimento al fatto che dall’ernia scendevano verso il basso le interiora e il malato tendeva a tirarle in su per rimetterle a posto. 

Nel Lazio si censura questo atteggiamento con il distico di una canzone popolare: tutti c’hanno quarche cosa / il più misero son io / e trallalleru Llalleru llalleru / e Trallalleru Llalleru llallà.

Non sempre il pìcciu aveva effetti negativi: lu picciu coli (fa bene, nci colìu l’aria di la muntagna, gli ha fatto bene l’aria montana) e la chiastima no, ove la bestemmia è la maledizione, l’augurio esplicito di cose sfavorevoli; ma c’era in Calabria, come in tutta la penisola, attestazione contraria: cavaddhu chiastimatu / nci luci lu pilu, cavallo maledetto ha il pelo lucido dalla salute, come quello che viene allevato nell’abbondanza e strigliato ogni giorno.

Due proverbi, entrambi in rima baciata e con la stessa struttura,  sconsigliavano l’uso di maledizioni perché si sarebbero ritorte contro chi le avrebbe proferite: a) Li chiastimi su di terra / cu li manda si li fferra, b) li chiastimi su di canigghia / cu li manda si li pigghia.

La maledizione è non è tanto pericolosa anche al paragone con un’altra rilevante malevolenza che è il gabbu, il verso o cachinno indirizzato a chi è stato palesemente sfortunato (uno zoppo, un cieco, un muto) e che si vuole imitare per metterlo alla berlina.

Si voleva che chi compisse gesti di scherno verso gli sfortunati fosse colpito lui quanto prima, magari attraverso un suo familiare, della stessa sventura: lu gabbu rriva e la chiastima no! E, ancora, fici fabbu e ncappau,  ha fatto gabbo ed è incappato, cu faci gabbu nci cadi u labbru – chi fa il verso a chi parla male si vedrà cadere il labbro.

Anche l’italiano ‘Bestemmia quanto vuoi / gabbo non fare mai’ esprime una sorta di protezione informale, certificata dal proverbio, della società verso chi è sfortunato.

La cultura popolare equiparava l’augurio negativo all’òcchiu, cioè alla iettatura, da cui ci si poteva liberare mediante accertamento dell’esistenza e, poi, mediante attività di scongiuro affidata a persone che sapevano, mediante l’uso di parole adatte, cacciari l’òcchiu cioè liberare una persona dalla condizione di iettatura che, altrimenti, avrebbe  continuato a piagarla.

L’occhiu poteva anche essere conseguenza di un afflato positivo incontrollato, vitti a me niputi dopu decianni e mi la prejai, mi ghinchìu lu cori; e la jettai nterra cu ddhu preju (ho visto mia nipote dopo dieci anni e me la sono scialata, mi ha riempito il cuore; e con quella contentezza lo gettata a terra).

Anche l’occhio da benevolenza doveva essere ‘ssumicatu’, cioè sottoposta a trattamento perché fosse neutralizzato.      

Ovviamente faceva più male il godere della disgrazia degli altri: cu si preja di lu me dolu, quandu meu è vecchiu lu soi è novu, chi gioisce del mio dolore, quando il mio sarà vecchio il suo inizierà.

Cu si preja di lu me dolu