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Quando i calabresi erano campioni mondiali di scacchi

Quando i calabresi erano campioni mondiali di scacchi
scacchi   Nei secoli del Rinascimento e del Barocco in Calabria impazzava il più intellettuale degli sport: gli Scacchi. Naturalmente era diffuso soprattutto tra le classi medio-alte, ma la parte del leone la recitavano i chierici che, tra una preghiera e l’altra, si sfidavano sulla scacchiera mentre attorno infuriavano le scommesse, con tanto di quote e allibratori.

Inutili le raccomandazioni dei santi uomini casti e pii: l’arte strategica dei mangia-pedoni era diffusa come un vizio, i giocatori viaggiavano per le corti di tutta Europa in un vorticoso giro di scudi e zecchini e dobloni, più o meno come avviene oggi per il biliardo. A Savonarola e i suoi Piagnoni diventava il sangue acqua, vedendo gli incalliti viziosi dimenticare i loro doveri di peccatori, i giureconsulti arabi, in barba al Corano che proibiva il gioco, studiavano soluzioni legate a cavilli per dar modo ai loro campioni (erano tra i più forti e furono quelli che importarono il gioco in Occidente) di esprimersi. Principesse e nobili seguivano appassionatamente le contese in tempi nei quali uccidere il Re era obiettivo politico.

I Calabresi fondarono una vera e propria scuola; il teorico più importante fu Marco Aurelio Severino, nato a Tarsia il 2 novembre del 1580 che scrisse importanti testi sia storici che dottrinari e manuali pratici studiati poi per secoli. Sconfessò l’ipotesi di Palamede inventore degli scacchi, ma soprattutto riassunse il pensiero del gioco in “La Filosofia e il perché degli scacchi.” Ma lui, come tutti gli accademici, non ebbe mai una grande abilità pratica. Quelli che furoreggiavano provenivano da classi più umili, e con cervelli più scaltri.

Come Michele Di Mauro (il primo dei “Calabresi”), divenuto famoso in seguito alla sfida con Rosces, il grande campione spagnolo, che sconfisse dopo una partita memorabile durata due giorni al quale il poeta Savio dedicò un sonetto. Il Di Mauro, dopo una carriera esaltante, si ritirò a Grotteria ricco e carico di gloria.

Nel 1524 nacque invece Leonardo Di Bona, detto “Il Puttino”, vero talento dal gioco spumeggiante, le cui sfide con Paolo Boi detto il Siracusano entrarono nella storia. In seguito, catturato dai corsari saraceni, vide a poppa del veliero una scacchiera e riuscì a provocare la curiosità del capo che lo sfidò. Così non solo riscattò la sua libertà, ma anche quella del fratello e numerosi altri e alla fine se ne tornò libero con bel gruzzolo in tasca. Il “Puttino” inventò anche l’arte della stangata, fingendosi scarsissimo contro un tale Mocciaccio, tipo gradasso e offensivo, a cui però alla fine portò via settecento scudi e a cui inviò dopo una lettera nella quale raccomandava di non prendersi gioco dei forestieri per evitare “che da uccellatore fusse rimasto uccellato”. Nel 1575, alla presenza di Filippo II Re di Spagna sconfisse in una epica contesa il campionissimo Rosces (già sconfitto dall’altro calabrese Di Mauro, ma tornato in auge), venne riccamente ricompensato e ottenne l’esenzione dalle tasse per vent’anni del suo paese natio, Cutro.

Il più forte giocatore calabrese però fu probabilmente Gioacchino Greco, detto appunto “Il Calabrese” che, giovane di umili condizioni, apprese dai Gesuiti l’arte degli scacchi, e poi girò per tutta Europa passando di vittoria in vittoria, sconfiggendo Nobili e Vescovi, campioni e professionisti incalliti. Pubblicò inoltre un trattato molto apprezzato, nel quale teorizzava il gioco d’attacco e le aperture a sorpresa: una specie di Crujff dei suoi tempi. Dopo aver sconfitto tutti i migliori d’Europa Gioacchino, come tutti i campioni, suscitò numerose antipatie e critiche; così nel 1634 si trasferì ricco e beato nel Nuovo Mondo, e non se ne ebbero più notizie. Probabilmente è sepolto ai Caraibi, in qualche paradiso naturale.

Nel settecento fu la volta di Luigi Cigliarano, prete cosentino, seguito da decine di appassionati che si arricchirono puntando su di lui nelle tournée europee, e poi di Ludovico Lupinacci, uomo freddo “contro il costume dei calabresi” che contro una superstar francese mise in pratica la stangata ideata dal compaesano Puttino, perdendo le prime cinque partite ma stravincendo alla fine con tanto di beffa.

La “Scuola Calabrese” conobbe un rapido declino nella seconda parte del settecento, fino quasi a venire dimenticata. A ricordarcela ci ha pensato un breve ma bellissimo saggio di Giovanni Sole, docente di Storia delle Tradizioni Popolari a presso l’Università della Calabria, dal titolo ”Cavalieri Erranti – fortuna e declino degli scacchi in Calabria”, (Rubbettino) editore.

Calabresi cervelli fini, storicamente parlando.