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RICORDI di FAMIGLIA. Gli abitini della zia rosa

RICORDI di FAMIGLIA. Gli abitini della zia rosa
barbie Mia zia Rosa viveva a casa con noi. Napoletana, come mia madre, ma di quasi dieci anni più giovane della mia genitrice, come lei parlava (e parla ancora) con quell'accento gradevole dei napoletani di Napoli vera, quella del Vomero, che non trascina le parole, ma le scandisce con fierezza senza modificarne gli accenti. Completamente diversa dalla mia tirannica madre, zia Rosa aveva un carattere mite, sempre sorridente e accondiscendente, faceva la sarta e cuciva tutti i nostri vestiti e anche tutti i vestitini della mia Barbie. Ero la bambina con la Barbie meglio vestita di tutto il quartiere e di tutta la mia scuola. Non importava cosa mettessero addosso a me, ma la mia Barbie doveva essere impeccabile e originale. Seguivo tutte le fasi del confezionamento dei minuscoli vestiti. Zia Rosella (così la chiamavamo noi bambine) era pignolissima: aveva piccole mani paffute che muoveva agili sui pezzettini di stoffa e sotto l'ago della macchina da cucire, e dalle quali ppaff! all'improvviso nasceva uno splendido vestito per la mia bambola. Pantaloni, magliettine luccicanti, vestiti da sera ipercolorati, meglio, molto meglio di un vassoio di dolcetti.

Zia Rosa dormiva in camera con me, perché io sono la terzogenita, sorella di altre due cresciute come gemelle che, perfide come Genoveffa e Anastasia, sperimentavano su di me diverse tecniche di gioco, attentando spesso alla mia vita. Così, a sette anni, presi il mio cuscino e dichiarai che mi trasferivo nella camera di fronte, che preferivo dormire con zia Rosella piuttosto che con due megere di quel calibro.

Dunque, nella cameretta che ci era stata assegnata dal Generale Mamma, zia Rosa dormiva in un lettino estraibile da un piccolo armadio e io nel mio lettino bianco da bambina. Ogni tanto si intrufolava anche il cane, Black, un barboncino bianco dolcissimo e amatissimo da zia Rosa e da me, che fuggiva dalla stanza terrorizzato non appena sentiva il passo o la voce del Generale in arrivo. Il cane sul letto, figuriamoci, il Generale l'avrebbe esiliato venti giorni in balcone, se se ne fosse accorta.

La zia, oltre ad essere una sarta, era anche una donna, non giovanissima, ma piacente, ed era fidanzata con un tale, che chiamavamo “zio Pino”.

E di zio Pino e zia Rosa vi voglio raccontare brevemente la storia.

Zio Pino e zia Rosa erano fidanzati “in famiglia”, come usava da noi a Reggio Calabria, da più di dieci anni. La peculiarità era che la famiglia di zia Rosa in questo caso era la mia famiglia, ovvero mia madre, le mie sorelle e soprattutto, mio padre, cognato di zia Rosa, che le faceva da “tutore morale” dal momento stesso in cui Rosella aveva accettato di trasferirsi da Napoli a casa nostra, a Reggio, per aiutare mia madre nel difficile compito di crescere tre figlie con un marito che viaggiava molto.

Così, il sabato pomeriggio, lo zio Pino arrivava da Gallico, suo luogo natio, a bordo della sua cinquecento beige per prelevare la matura fidanzatina da scarrozzare per la consueta passeggiata romantica. Ma erano gli anni settanta e mio padre, napoletano purissimo e correttissimo uomo, padre e cognato, non avrebbe mai e poi mai permesso ai due piccioncini di uscire soli soletti chiusi in una stretta peccaminosa macchinina. E allora, indovinate chi sguinzagliava loro dietro?

Me.

Io, dal 1970 al 1978, ogni santo sabato che il dio del buon onore delle famiglie manda in terra, sono salita sul sedile posteriore della gallicese 500, sono scesa alla Villa Comunale, sono stata abbandonata per un tempo X sulla giostra degli aeroplani, e poi ripresa per tornare a casa. Ero io il custode dell'illibatezza di zia Rosella.

Che io non fossi un adeguato sorvegliante, né per età, né per natura, a mio padre è apparso chiaro quando la zia Rosella ha dato la buona novella di essere incinta. Lo zio Pino, nonostante le pressioni di mio padre, che era un brav'uomo e contro un “gallicota” niente ha potuto, si è spudoratamente defilato.

Zia Rosella, in lacrime ma decisa a diventare madre seppur da sola, si è trasferita a Genova dalla sorella maggiore.

Tra le tante cose che voglio dire a mio padre, semmai lo rincontrerò in un altro universo, una è proprio questa. Come ti è venuto in mente di mettermi a guardia della verginità di una quasi quarantenne assediata da un marpione come quello? Dì la verità, papà, tu ci speravi e, da quel sant'uomo che sei, eri sicuro che lui l'avrebbe sposata. Già.

Mio padre è in paradiso e mia zia Rosella adesso vive in Umbria, ha sposato un enologo che ha adottato lei e la sua bellissima bambina e le ha portate a vivere in un casale che sovrasta uno splendido vigneto di loro proprietà.

Può sembrare banale, ma io credo che quei due hanno vissuto, vivono e vivranno felici.