Direttore: Aldo Varano    

L’INTERVENTO. Perché dire ‘ndrangheta è dire anche femmina

L’INTERVENTO. Perché dire ‘ndrangheta è dire anche femmina
laga Se fosse solo un gruppo sociale più o meno strutturato, pur con le collusioni e complicità di cui ha goduto e gode a livello politico, economico e sociale, non sarebbe così difficile combatterla, ma quello che sostengo è che prima di essere tutto questo, la ’ndrangheta è un’“organizzazione della mente” perché risponde in maniera puntuale ed efficace ai bisogni primari dello psichismo umano: il prendersi  cura di sé e dell’altro, il bisogno di identità e appartenenza, stravolgendoli, però, per i propri fini criminali.

È questa la straordinaria intuizione che ha da sempre ispirato e accompagnato coloro che sin dall’inizio hanno impegnato le loro energie e le loro risorse per fare della ’ndrangheta un efficace strumento di potere, di moltiplicatore di ricchezze su scala intercontinentale. Uomini e donne per molto tempo considerati ignoranti solo perché privi di un titolo di studio, ma che invece avevano compreso quanto importante fosse stare dentro le tradizioni, i rituali di una comunità, averne cura, difenderli. In poche parole presidiare il territorio, conoscerlo nelle sue dinamiche più nascoste e profonde, essere dei punti di riferimento.

Potere dentro il potere statale, suo interlocutore, signori della vita e della morte. Per molto, troppo tempo, in un passato neanche tanto lontano, si è incentrata la lotta alla ’ndrangheta usando quasi esclusivamente lo strumento giudiziario, trascurando più o meno volutamente ciò che studiosi (Lombardi Satriani e Meligrana in primis), soprattutto in ambito antropologico, avevano giustamente sottolineato: il ruolo del fattore cultura nella nascita e nello sviluppo della ’ndrangheta. Cercando di intrecciare antropologico e psichico, nel rispetto dei diversi ambiti scientifici, ho avanzato un’ipotesi di lettura che mette a fuoco il ruolo dei vissuti, degli affetti, delle emozioni, dei principali meccanismi psicologici che sottostanno al processo di maturazione dell’individuo dentro la complessa trama delle relazioni familiari in cui la donna svolge un ruolo strategico perfettamente funzionale al raggiungimento di quelli che sono gli obiettivi principali della ’ndrangheta: “ad intra” la costituzione e il rafforzamento dei legami tra i membri; “ad extra” il radicamento sul territorio, l’arricchimento, l’esercizio del potere, l’acquisizione e il mantenimento nel tempo di un riconosciuto e ampio prestigio sociale. E il punto di partenza è educare il bambino che diventerà adulto affinché ci sia crescita senza autonomia, sviluppo senza libertà. È indispensabile, nello stesso tempo, che la Politica si tenga innanzitutto distante dalle collusioni, che decida una volta per tutte di combattere in modo sistematico le criminalità organizzate. Perché ormai da tempo è emergenza democratica!

 Perché dire ’ndrangheta è dire anche femmina.

 Femmina, ancora prima che donna, perché il primo termine dà maggiore peso semantico a un ruolo cruciale: la trasmissione di quell’“humus culturale” che rende possibile la nascita e lo sviluppo della ’ndrangheta. Nel “sistema ’ndrangheta” la donna non possiede un’identità propria. È riconosciuta in quanto “donna di…”. Oggetto non soggetto. La si rispetta in quanto protetta da un uomo. Di sua proprietà. Nel momento in cui riceve un’offesa essa va vendicata ed è lei a spingere l’uomo alla vendetta anche nel caso in cui venga ucciso un membro della famiglia. La donna alimenta la memoria del congiunto ucciso con un uso della parola e del silenzio che imprigiona i membri della famiglia dentro un eterno presente da cui è possibile apparentemente uscire solo attraverso un altro omicidio che, invece, di fatto, fa ripiombare tutti dentro il passato che riattiva potentemente il vortice infernale della faida. E ci si vendica evocando un simbolismo ben preciso: s’imbraccia un’arma da fuoco, equivalente simbolico del fallo che penetra per uccidere e non per generare nuova vita.

Il seguente episodio illustra efficacemente quanto appena scritto: «Era stato ammazzato uno che aveva un solo figlio di circa due anni; la madre ha conservato la giacca che il padre indossava quando fu ucciso, fin quando ha potuto spiegare al figlio tutta la storia. Quando l’assassino è uscito dal carcere, prima ancora di arrivare a casa, è stato ucciso da questo ragazzo che indossava la giacca del padre e ha utilizzato il fucile che normalmente si tramanda come eredità di padre in figlio» (Lombardi Satriani – Meligrana, 1983).

Del figlio che si rifiuta di vendicarsi si dice “non bali e non poti” (“non vale niente e non è capace”). Non vi è quindi elaborazione del lutto, ma una permanenza dentro di esso in una condizione di sospensione. All’interno della famiglia di ’ndrangheta il processo di maturazione che dovrebbe accompagnare il bambino verso l’autonomia e la libertà viene fortemente ostacolato, consapevolmente ed inconsapevolmente. Essa non è il “luogo psichico” in cui l’individuo viene aiutato a sviluppare in maniera armonica le proprie capacità e competenze, ma lo spazio in cui si apprende, con un durissimo apprendistato, a sacrificare se stessi per il bene del clan, considerato il bene primario, il totem la cui unità e integrità va salvaguardata a tutti i costi; e chi prova ad uscire da questo schema va incontro non solo a svalutazione e disprezzo, ma anche alla morte. Il clan costituisce quell’istanza superiore a cui tutto va sacrificato: il “padre ideale”.

Attraverso l’azione educativa della madre  in stretta collaborazione  con il padre e le altre figure maschili, questa immagine paterna viene mitizzata e assunta a modello incontestabile. Contrastare il padre è andare contro se stessi, contro quello che un domani si potrà e si dovrà essere. Non è consentito nessun superamento, nessuno svincolo, nessuna “uccisione simbolica”. Se quindi la donna è la figura che contribuisce in maniera determinante alla costruzione della personalità criminale, bisogna fare molta attenzione a non collocarla solo in un ruolo esclusivamente educativo, intrafamiliare, quasi esterno al clan. Occorre infatti distinguere due ruoli: quello attivo e quello passivo. Nel primo caso, la donna svolge un ruolo di assoluta importanza, soprattutto quando il capo clan è detenuto. È lei che mantiene i rapporti con chi sta fuori ricevendo ordini di comportamento per sé e per gli affiliati al clan. In quanto “donna di…” le si deve assoluto rispetto, con evidenti funzioni decisionali di tipo operativo, anche se mai in assoluta autonomia e indipendenza. Nel secondo caso, anche se non approva le decisioni della famiglia, non le è consentito manifestare un dissenso reale, neanche quando è in gioco la vita dei figli. Tutto questo è incomprensibile se non si tiene conto di un ulteriore importante elemento: il fatalismo con cui queste donne accettano il proprio mondo come l’unico possibile. Ne accettano l’appartenenza come qualcosa di deciso da una volontà superiore. Anche se negli ultimi anni la situazione sta cambiando e ci sono state scelte coraggiose di alcune donne per sottrarre se stesse e i loro figli alla logica di morte del clan. Alcune di esse, purtroppo, hanno addirittura pagato con la morte questo loro desiderio di “emancipazione” (un nome per tutte, Maria Concetta Cacciola).

Cosa fare?

  In situazioni di emergenza, per arginare per tempo processi e dinamiche educative che si ripetono, va a mio avviso percorsa con prudenza e la dovuta cautela anche la strada coraggiosamente imboccata da qualche tempo, soprattutto dal Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria anche se all’interno della Magistratura, le posizioni sono diverse e contrastanti e cioè sospendere la responsabilità genitoriale e affidare i minori ad altri “soggetti educativi”. È lecito, infatti, chiedersi se siano capaci di educazione civica, secondo i principi della Costituzione, soggetti condannati per gravissimi reati. ’Ndranghetisti non si nasce, si diventa! Nell’impegno ordinario, invece, occorre innanzitutto agire per costruire un “senso ampio di comunità” che faccia da supporto alla costruzione di una “identità aperta”, alternativa alle identità chiuse tipiche della “famiglia di ’ndrangheta”, alla diffusione di un senso di solidarietà, che travalichi i legami di parentela e amicizia, e di una visione della famiglia come luogo della piena realizzazione di sé, e non di moltiplicatore di odio. Se questi sono gli obiettivi, il metodo da privilegiare è il “lavoro di comunità e di rete” attraverso interventi nei processi di educazione e socializzazione primaria e secondaria (azioni di sostegno alla genitorialità, alla scolarizzazione dei minori in difficoltà, di contrasto all’abbandono e all’evasione scolastica) e in ambito psicoterapeutico ove è necessario e possibile. Non solo, non dimentichiamo l’importanza degli interventi nel campo dell’animazione socioculturale all’interno dei quartieri (nei luoghi di aggregazione formale e informale), l’inserimento e reinserimento nel mondo del lavoro, in comunità alternative al carcere e il sostegno alle donne che vogliono uscire dalla logica totalizzante del clan. In sintesi è necessario “riconquistare” le piazze e le strade come parte costitutiva dello scenario geografico perché ciò significa riconoscere il continuo interscambio tra gli elementi di base dell’esperienza (il luogo, le vie di comunicazione, la geomorfologia del territorio) e gli eventi storici e culturali che in essi nascono e si sviluppano.

Tralasciare queste iniziative e affidarsi esclusivamente alla repressione giudiziaria, ancorché necessaria ed imprescindibile, significa aver perso in partenza la lotta contro lo strapotere delle ’ndrine. Ci sono, comunque, due presupposti da tener ben presenti: non pensare la ’ndrangheta come qualcosa di completamente esterno a sé, del tutto aliena dal proprio modo di pensare; è impossibile fare i “cavalieri solitari”. La lotta è contro un “sistema” potentissimo, ma fortunatamente ci sono uomini, donne, gruppi organizzati, segmenti significativi delle Istituzioni che s’impegnano a costo di grandi sacrifici. A ciascuno scegliere da che parte stare. A Reggio Calabria, come a Roma; a Milano, come a Bogotà… Tertium non datur, almeno in questo caso.

*Riferimenti bibliografici Freud S. (2003), L’Io e l’Es e altri scritti 1917/1923, Bollati Boringhieri, Torino. Lombardi Satriani L., Meligrana M. (1983), Un villaggio nella memoria, Casa del Libro, Reggio Calabria. Ruszczynski S., Fisher J. (2003, a cura di), Intrusività e intimità nella coppia, Borla, Roma. Winnicott D. W. (1963), «La paura del crollo», International Journal of PsychoAnalysis.

**Giuseppe Laganà, psicologo e psicoterapeuta, è membro della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Infanzia, dell’Adolescenza e della Coppia. Svolge la propria attività a Roma nell’area della psicoterapia psicoanalitica per l’età evolutiva.

***Articolo modificato dall’autore e già pubblicato su “Psicologia Contempoaranea” e su www.benecomune.net