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LA PAROLA e LA STORIA . Fera, Firriari, Hurriari

LA PAROLA e LA STORIA . Fera, Firriari, Hurriari
fera    Al mercatu, che a differenza della Fera aveva cadenze per lo più settimanali. I compratori associavano l’idea di prezzi bassi e ragionevoli.

Sicché l’evoluzione semantica fece scivolare la parola verso il significato aggettivale di ‘poco costoso’. Non sempre però il prezzo più basso era quello più conveniente:  A lu caru ccatta e a lu mercatu pensa (compra senza pensarci quello che costa molto, rifletti invece su quello che costa poco).

In Sardegna l’equivalente dell’aggettivo mercatu è barattu, anch’esso metonimico e rinviante a un periodo in cui gli scambi avvenivano senza moneta e, si suppone, erano meno onerosi per le disponibilità dei poveracci.

Mercatiari era un verbo che indicava il calpestamento disordinato di un pascolo o di un seminato fatto da bestie non custodite e, per traslato, la messa in disordine di una casa da parte di bambini inquieti o, ancora, il disordine di una mensa i cui convitati avessero sprecato, lasciandone molti resti, una quantità di vivande superiori al necessario.

Oltre a contadini e commercianti di bestiame soggetti rilevanti di fere e mercati erano i Frandinari: la parola era legata al commercio di un lino pregiato  (evidentemente in origine proveniente dalle Fiandre) che le donne impiegavano per i capi più impegnativi del corredo nuziale delle figlie; col passare del tempo perse il significato specifico e finì per indicare in genere il commerciante di tessuti.

Comu ciànginu i frandinari! era una espressione colorita che si riferiva ai periodi di crisi, non solo del commercio.

Altra parola collegata è Bazariotu, aggettivo anche sostantivato con radice araba bazar- (bottega) e suffisso greco –otes. I bazarioti, forse perché poco onesti, godevano di poca fiducia tra i contadini tanto che l’uso prevalente della parola divenne rafforzativo e sostitutivo di curnutu, certamente tra le parole meno edificanti: Bazariotu, Curnutu bazariotu.

Al verbo castigliano feriar, andare alla fiera, il Firriari, girare degli occhi (cu tuttu chistu  … l’aju na fazzulettata d’amici / Amici basci, però … / basci / ma tantu àuti … / chi a guardarili mi firrìanu l’occhi, Buttitta) con le varianti Furrìari (andare girando senza meta, cercare qualcosa in un posto disordinato (la borsa di una donna), ma anche ‘spingere innanzi’ il bestiame con sollecitudine, magari con i cani e per portarlo alla fiera) e currìari, inseguire, inseguire frenetico per l’accoppiamento tipico di montoni e caproni, cui si è pervenuti da un intermedio hurrìari tipico delle parlate centrali calabre.

Da Hurriari deriva urru, o gurru, a malapena censito da Rohlfs con accanto la laconica e riduttiva traduzione di voglia che, invece, era un termine molto usato e ricorrente.

Urru indicava la particolare condizione degli adolescenti e dei giovani, sempre intenti a fantasmi erotici e sessuali; onde erano inquieti, giravano per case e paesi sempre in cerca di occasioni di contatto con l’altro sesso, si relazionano al mondo mediante continue esibizioni ed allusioni alla sfera erotica propria o altrui.

Quando l’urru si manifestava  in chi non è più adolescente la comunità, compiacente e tollerante verso i giovani, stigmatizza i modo bacchettone il malcapitato che urriava o gurriava fuori quota.

Il significato inequivoco di urru, in alternativa alla catena semantica che abbiamo delineato, inviterebbe a ipotizzare un collegamento con l’Eros greco “… il più bello fra gli dei immortali, / che rompe le membra, e di tutti gli dei e di tutti gli uomini / doma nel petto il cuore e il saggio consiglio” (Esiodo, Teogonia, vv. 120-122).      

Madre Natura, che nel gurriari ha assimilato tutti gli animali, riservò il furriari per fiere solo agli uomini; entrambe le attività rimandano alla libertà dell’uomo che, se non soddisfa i desideri e le inquietudini, quantomeno gode per l’esposizione delle ‘mercanzie’, anche muliebri.

-         Cumpari / Cummari, ma nenti ccattàstivu ‘a ferra?

-         Nenti ccàttai, ma armenu godìu l’occhiu!

Tra i godimenti gratuiti delle fiere calabre e sicule rientravano sicuramente i cantastorie; con alle spalle dei ‘quadri’, vere e proprie  stazioni della ‘via crucis’ eroica,  racc(a)ntavano di vicende che avevano colpito l’immaginario delle classi rurali: il cornuto che uccide in fragrante moglie fedifraga e amante, il naufragio di un transatlantico, il libertario che uccide il tiranno e finisce sul patibolo, Musolino Giuliano, etc., etc..

Il compenso del cantastorie proveniva dalla vendita agli ascoltatori dei foglietti a stampa con i versi musicati e, dopo la diffusione degli apparecchi radio, dalla vendita dei dischi.

Poco costose erano le ‘fortune’ cartacee pescate dai coloritissimi pappagalli nella parte bassa della loro gabbia; spesso il padrone del pappagallo era anche un ‘mangiafuoco’ che alternava le sue esibizioni alle attività del suo, per lui, prezioso volatile.

Il furriari e il gurriari, il ‘girare in mezzo alla folla’ è stato spiegato e ‘simbolizzato’ da Walter Benjamin con una parole diventate poi, specialmente in Italia, referenza linguistica da spendere sul mercato della cultura mediatica, Flâner, Flânerie, flâneur.

“La strada conduce il flâneur attraverso un tempo scomparso. Per lui ogni strada è scoscesa, lo conduce in basso, se non proprio alle Madri, tuttavia in un passato, che può tanto più ammaliare  in quanto … resta sempre il tempo di un’infanzia! … L’ozio del flâneur è una dimostrazione contro la divisione del lavoro” (W. Benjamin, I <<Passages>> di Parigi, Torino, Einaudi, Torino 2000, pp. 465-478).