Direttore: Aldo Varano    

LA PAROLA e LA STORIA. Morti

LA PAROLA e LA STORIA. Morti
louvre   Morti, rito di passaggio più complesso e temuto dell’esistenza, porto nel quale si conclude la navigazione di ogni uomo e che è più terribile degli scogli che ha scansato per una vita (Schopenauer), approdo ignoto di cui non si hanno notizie certe: pur non  volendo essere materialisti (Nfernu e Paradisu nterra sunnu!) occorre riconoscere che nuddhu tornau di ddha mi dici nenti (nessuno è tornato mai dall’oltretomba a raccontare alcunché!).

La lingua calabra per indicare il morire usa verbi ‘riflessivi’ di una certa rilevanza semantica: 1)  s’a mbuddhuriàu, è morto, letteralmente ‘è stato riavvolto il filo della sua vita’, quasi che, al posto delle Moire (Cloto filava, Lachesi avvolgeva e Atropo tagliava il filo dell’esistenza), ci fosse una qualche forza che potesse riavvolgere la pellicola della vita; 2) s’a cogghìu (se l’è raccolta), come se il morto si fosse raccolta la sua vita e se la fosse caricata sulle spalle per trasbordarla altrove; 3) si mburdìu, è ritornato nel bordo, in-bord-ire, andare nel bordo, quasi fosse possibile dopo lo sburdiri della nascita, ex-bord-ire, il rientro nel bordo con la morte; 4) si stutau la so’ lampa, non eppi cchiù ogghiu la so’ lumera (si è spento il suo lume, non c’era più olio nel suo lucerna), la vita dunque come metafora di una lucerna che ad un certo punto si spegne per mancanza di olio.

La Vecchia con la falce fienaia passava a radere l’erba della vita bussando alle porte dei ‘chiamati’.


Si raccontava di una moglie che, sapendo dell’imminente arrivo della Morte per portarsi via il marito, aveva pensato bene di nasconderlo sotto il letto.

Il trucco venne subito scoperto  quando la Signora in Nero rispose che lei uno si doveva portare: “Se non c’è tuo marito vienitene tu allora!”
E l’interessata, per salvare sé stessa da pericolo imminente, <<Eccolo – disse- eccolo!” e sollevò le coperte per consegnare il tremante e stremato marito al suo destino.
Tutte le altre sfortune possibili sono sempre migliori: morti no mi curri e guai cu la pala! (Purché non ci sia la morte anche i guai a valanga vanno bene!).

Tutti le sono soggetti, anche i giovani che senza avvedersene la sfidano dimentichi del fatto che avi cchiù gneddhi a la bucciria chi pecuri vecchi! (In macelleria ci finiscono più agnelli che pecore vecchie!).

Sì! – risponde il giovane – U giùvenu mori  ma u vecchiu ndavi a moriri!>> (il giovane può morire ma il vecchio deve morire!
Sì, - ribatte il vecchio con voce flebile – campa quantu voi chi morirai! E poi morti e patruni / non si sapi quando veni!
G.: Si! Ma tu non ti pprettari! Fatti i fatti toi e campi cent’anni! E cu non si faci li fatti soi / cu na lanterna va cercandu guai!
V.: Hai raggiuni! Ma sai chi ti dicu?
G.: Chi mi dici?
V.: Quando moru eu mi ndi futtu di cu resta!
G.:Va boh! Allura morti a ttia e saluti a nui!
V.: Pecura nigra e pecura janca / cu mori mori e cu campa campa!
G.: Si, ma mortu lu cani / morta la raggia!
V.: Tutti ddhà aìmu a jiri!
G.: Na bona morti e na curta agonia!
V.: Non ciàngiri! No! No! Cu nasci mori / chistu è nu viaggiu chi tutti aìmu a fari!
G.: Sì, ma cu perdi e ridi è pacciu!

La morte diventa ‘metro’ della coerenza (Cu nasci tundu no mori quatru / chi nasce rotondo non può morire quadrato) ed anche del successo economico: Commercianti e porcu / stìmulu quando è mortu.


Il calabrese, volente o nolente, nella morte e negli altri momenti importanti della vita si trova accanto a sé una presenza ingombrante ed anche un tantino profittatrice:

Si nasci / lu previti pasci!

Si ti mariti / lu previti nviti!
Si mori / lu previti godi!

Lu mortu va consatu, il morto va aggiustato: gli si chiudono gli occhi, se maschio gli si fa la barba, lo si deterge e poi lo si veste con l’abito e le scarpe della morte comprato in prossimità!

Poi va messo nel tambutu, per Rohlfs dall’arabo tavut, cassa mortuaria.

E poi occorre preparare la balata, dall’arabo balat, pietra che copre il sepolcro e, metonimicamente, sepolcro in genere, come in Foscolo: Qual fia ristoro ai dì perduti un sasso / che distingua le mie dalle infinite / ossa che in terra e mar semina morte? (‘Sepolcri’, 13/15) un po’ parassita

*Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson I funerali di Atala (1808) Museo del Louvre