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LE RECENSIONI DI MARIA FRANCO. Politeama di Gianni Amelio (2)

LE RECENSIONI DI MARIA FRANCO. Politeama di Gianni Amelio (2)
politeamapeg    «Quando Luigino aveva sette anni, sua madre lo vestiva da femmina. Al buio, nella casa senza finestre, lo faceva salire su una sedia e gli infilava le mutandine rosa, poi la gonnella a fiori, la camicetta con le maniche corte, le calze e le scarpe bianche della sorella che era morta il mese prima. In strada lo teneva per mano e lui camminava zitto a testa bassa, mentre i ragazzi lo chiamavano da lontano: “Ginetta, Ginetta bella…”»

Luigino cresce in un piccolo, povero paese della Calabria, figlio di padre ignoto e di una giovanissima ragazza Ida (quindici anni quando, già madre di una bambina, l’aveva partorito), «un’anima semplice», di cui non sapeva niente «perché lei non parlava né con lui né con nessuno. Si faceva capire a gesti ma non era muta, aveva la testa chiusa, con pochi pensieri dentro che le tenevano compagnia.» A scuola impara poco: «le parole del sillabario non gli entravano in testa»; ha un solo amico, Aldo che «lo stringeva da dietro e lo accarezzava senza fargli male»; si innamora di Meri, una fiorentina ventenne in visita a dei parenti.

Finita la madre in manicomio a Montefalco e, poi, morta suicida, Luigino viene aiutato dal prete e da una ricca signora, da cui scappa per rifugiarsi nel tugurio di Carmina, una donna massiccia e rozza che si dedica al pascolo delle capre e che, una sera, gli indica in Luigi, un venditore ambulante di pesce, «un giovanotto di statura piccola, ma forte di braccia e di cosce, con i baffetti alla moda», il padre mai conosciuto: «Bellu u guaglione ‘e Napoli, eh? Chillu a tia t’è padre.»

Ormai grandicello, Luigi conserva una voce sottile, da ragazzina, che suscita, al suo passaggio, nella «città senza stazione», commenti sarcastici. È Malastampa, un tipo «allampanato come un manico d’ombrello, il passo di fretta e le mani in movimento, e si scioglieva i capelli ossigenati sulle spalle», a dirgli, «tu si com’a mmia, si fimmina», a insegnargli a valorizzare la voce («Luigino non solo era intonato ma allungava i finali meglio di Flo Sandon’s e di Giorgio Consolini, che erano i suoi cantanti preferiti») e a imparare qualche passo di danza. Vestito da donna e con il nome d’arte di Genny, Luigino comincia a esibirsi al teatro Politeama. Da Napoli si trasferisce a Roma dove conosce la giovanissima Elide, che sposa e da cui ha una bambina, cui dà lo stesso nome della madre, Ida.

A Roma, Luigino fa molti lavori diurni per mantenere la famiglia, oltre a cantare, la sera, nelle trattorie, del tutto dedito alla figlia, trascurata, invece, dalla madre, ma rimane presto solo perché Elide scappa via portando con se la bambina. Conosce un mondo di sbandati che sopravvivono facendo marchette per poche centinaia di lire e le sale cinematografiche usate per incontri particolari. All’Apollo avviene, per caso, un incontro col padre: un dialogo fittissimo, torrido, in cui manca il riconoscimento esplicito tra i due, molto diversi eppure accumunati da tracce sottili.

Esordio letterario del regista Gianni Amelio, Politeama è un romanzo di formazione scritto in terza persona, ma in soggettiva, dalla parte del protagonista. I venticinque capitoli, preceduti quasi tutti da alcuni versi di canzoni d’amore in voga nel dopoguerra, raccontano, dal punto di vista di Luigino, bambino, ragazzo, giovane e adulto, la vita che gli capita.

Dalla quasi favola dell’infanzia dai toni dickensiani e con atmosfere che rimandano a certi straniamenti chapliniani al quasi dramma teatrale del dialogo all’Apollo si precisa il senso, più consapevole nelle tre lettere, due alla madre e una alla figlia, dell’accettazione, umile e tenace, della propria identità diversa. E dell’accettazione della vita, sempre: nelle sue esperienze più lievi e più crude, e per quanto imperfetta e incompiuta.

Gianni Amelio, Politeama, Mondadori, euro 18.00