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L’INTERVENTO. La Catanzaro di Gianni Amelio e il lettino del Politeama

L’INTERVENTO. La Catanzaro di Gianni Amelio e il lettino del Politeama
politeama La Catanzaro di Gianni Amelio, Nino per gli intimi, è una città della memoria. Come tutti i prodotti della memoria è un insieme di sentimenti, di ricordi, di immagini in trasparenza, che assumono forma e dimensione delle emozioni, ma anche delle luci e delle ombre, che a volte si trasformano in amore e odio. Un lungo flash back dello spirito girato in bianco e nero, mentre ai capricci della memoria è legato il periodo di formazione del carattere, quando prende corpo il proprio io rispetto alle diversità e agli altri.

Allora Catanzaro è una metafora della propria ricerca di identità, di un percorso umano, artistico e di crescita che si alimenta di luoghi, di spazi, di camere ammobiliate, il negozio di alimentari o il macellaio, in cui si faceva “la cresta” sulla spesa, ma anche i ricordi confusi del crollo del carcere, o della palestra della scuola media Mazzini. E soprattutto il Politeama, luogo simbolo, origine e fine dei propri sogni, luce e penombra dei propri dissidi interiori, delle paure mai risolte, delle debolezze inavvertite o semplicemente inconfessabili, lettino psicanalitico o copertina di Linus.

Ma il Politeama è anche un luogo catartico, in cui si rispecchiano il proprio bisogno di normalità, ma anche la fuga disperata dalla realtà, scrigno dei desideri e bunker delle proprie insicurezze, mentre fuori si muovono i fantasmi dell’altra Catanzaro, il figlio del chirurgo facoltoso, il padre “impiegato” emigrato in Argentina, la famiglia allargata, il sesso inquieto e irrisolto.

Catanzaro è la penultima parola del romanzo scritto da Amelio e che non poteva che titolarsi Politeama, anche se il vecchio cinema non ha alcun riferimento con la controversa storia del libro.

Amelio è ritornato a Catanzaro trascinando inconsapevolmente la città che pensa in una seducente scorribanda intimistica tra vicoli e atmosfere di una città che non esiste più, rifiutando di misurarsi con quella che esiste, nelle dimensioni, nelle fattezze decadenti in cui si trova e trovando, ancora una volta, un solo luogo simbolo : il nuovo Politeama di Paolo Portoghesi, responsabile a suo avviso di brutture estetiche, ma principalmente di essere sorto dalle macerie del vecchio edificio a cielo aperto. Peccato che Gianni non si sia reso conto, quando meritatamente il pubblico e la critica internazionale acclamavano la sua indiscussa e mirabile arte cinematografica, che il vecchio Politeama, quando si decise di costruire il nuovo teatro, era da anni chiuso perché inagibile e tecnicamente irrecuperabile, per come avevano certificato almeno tre perizie, provocate a seguito del clamore dell’incendio del cinema Statuto di Torino. Ma questa è la realtà non il sogno.

Amelio è ritornato a Catanzaro sulla scia di un percorso identitario, come il suo viaggio in Argentina alla ricerca della vera identità del “padre”, bisogno di verità e di certezze rassicuranti, ma anche del tempo perduto, di un mondo lontano, non di premi o onorificenze. Ma anche qui la realtà è leggermente diversa, perché Catanzaro ha cercato invano di dare al grande regista di “Ladro di bambini”, fine cultore anche del “cinema di carta”, l’occasione di mettere la sua arte anche al servizio del riscatto della città. Ma anche questa è la realtà non il sogno.

Certo Catanzaro, oggi, non è la città dei “martedì del Supercinema”, del Circolo Gobetti e dell’eroico e antesignano “Il manifesto”. E’ passato mezzo secolo, ma, soprattutto è passata una stagione dell’anima e della nostra vita e con essa i nostri vent’anni di rabbia e di speranza. E non è colpa di Paolo Portoghesi se sul tetto del Politeama non si apre il cielo con le stelle vere, ma di gesso inanimato e senza luce. Forse è più difficile raccontarla questa Catanzaro trasfigurata e delusa, violentata e vilipesa. Ancora più difficile continuare ad amarla così com’è e non com’era nei nostri sogni fragili e incantati. Forse sarebbe più facile fare un film, non un cortometraggio. Meglio scrivere un nuovo romanzo, duro e senza sconti, guardandosi dentro con coraggio e onestà. Senza rimpianti e senza alibi.

Magari solo una dedica affettuosa: Ad Tersicorem virginesque musas.