Direttore: Aldo Varano    

L’INTERVISTA. Padre Piccolo: I figli partono perché non s’è pensato al loro futuro

L’INTERVISTA. Padre Piccolo: I figli partono perché non s’è pensato al loro futuro
piccolo1   Sin dalle prime battute del libro “Guardarsi dentro” del gesuita napoletano p. Gaetano Piccolo, docente di metafisica alla Gregoriana, presentato a Reggio prima di Natale nella Chiesa degli Ottimati, emerge un aspetto decisivo di ogni racconto, di come in esso la nostra vita sia “catturata” come in uno specchio. Mentre leggiamo siamo letti. Il libro, un’originale lettura del Vangelo di Matteo, ha un ritmo incalzante, per le domande che vi risuonano ed aiuta il lettore ad incontrare le dinamiche umane che si porta dentro.

P. Piccolo, nella sua vita è determinante l’incontro con Gesù, ma anche S.Agostino e il soggiorno nello Sri Lanka, che luce hanno rappresentano nella sua vita?


Mi colpiva la parola “catturato”, nel senso di un atteggiamento passivo, che secondo me, ci viene chiesto da ogni racconto. Comprendo un testo solo se mi perdo. In modo particolare per il racconto biblico. Questa passività è uno degli aspetti legati al soggiorno in Sri Lanka, vissuto nella tappa finale della mia formazione, perché volevo conoscere il mondo orientale, in particolare il buddhismo, là dove si è conservata la sua forma più antica. La dimensione del silenzio, dell’ascoltarsi, l’invito del buddhismo al lasciar andare, mi ha aiutato ad applicare questo metodo all’ascolto della Parola di Dio.  Noi occidentali, anche di fronte ad un’opera d’arte, come l’icona, che appartiene ad un altro Oriente, il mondo bizantino, tendiamo a capirla come protagonisti. Su Agostino, che è un cercatore, ho speso il mio dottorato, quello che più mi è rimasto è proprio il suo desiderio di cercare, sentire che ti manca qualcosa. Questo processo si può avviare solo se ti rendi conto di una mancanza.        

 La genealogia di Gesù ci porta ad una frase molto usata non solo a Napoli, ma anche in Calabria, “a chi appartieni?”, avere radici è importante, anche dentro, come lei dice, una storia imperfetta, così come l’amore nasce nello spazio dell’imperfezione, che significa?

L’ha spiegato bene papa Francesco quando descrive i gesuiti uomini dal pensiero incompleto. Il non sentirsi pieni, spinge il bisogno di cercare ancora. Quando pensi di avere tutte le conoscenze, di avere sempre ragione, lì non cerchi più. Il mio amore, non è mai il modo definitivo di amare, cerco un modo migliore, il magis ignaziano. Se cerco un più vuol dire che ogni situazione è imperfetta. Così la dimensione del dubbio che ci accompagna.

La fede e il coraggio del dubbio, nel libro descrive Giovanni Battista che affronta il dubbio della sua vita: sei tu oppure ho sbagliato tutto? Come si fa a lasciar parlare l’incredulo che ci abita?

L’incredulo che è in noi deve parlare. La fede autentica è quella in cui abbiamo il coraggio di lasciar parlare la nostra parte incredula che ci spinge a cercare. Agostino dice: se lo comprendi non è Dio. La fede dove non c’è più lo spazio del dubbio non è autentica, se non cerchi più è autocompiacimento, è avere l’illusione di aver trovato Dio, in realtà ho trovato le mie convinzioni, le mie idee. Questa incompletezza per me è la trascendenza, questo spazio al dubbio, c’è sempre uno scarto. Proprio questo scarto è la divinità.  

Cos’è la felicità, in particolare, per un giovane? Non è facile, in una terra come la nostra, far comprendere che bisogna capovolgere la prospettiva, come a dire: beati i disoccupati, beati gli oppressi, beati i profughi….    

L’idea della felicità di cui parla Gesù non è un modo consolatorio per accettare lo status quo, ma la situazione in cui mi trovo è un punto di partenza per incontrare Dio. Ancora una situazione di imperfezione, di mancanza, di bisogno che mi spinge a cercare. Posso fare l’esperienza che Dio mi accompagna, è una sfida, potrei anche non farla. E’ paradossale, è sfidante, eppure quello è il punto in cui puoi scoprire che Dio è con te. Ma se non hai bisogno, Dio con te è disoccupato.

I padri e i figli.  Dall’uccisione reale o metaforica del padre alla sua assenza. Oggi, si aggiunge, soprattutto in questa terra, facciamo i conti con “le stanze vuote” dei figli che devono andarsene. C’è il modo di fermare questa emorragia?

Se viviamo la situazione in cui i figli partono, è perché chi è venuto prima non ha pensato al loro futuro. Oggi si tende a dare delle descrizioni molto stigmatizzate dei giovani, ma il vero punto è che nel nostro paese non c’è una cultura dell’assunzione di responsabilità, nessuno dice: la situazione in cui siamo è la conseguenza del modo in cui i nostri padri hanno deciso di vivere, l’idea della felicità del momento, approfitto di quello che ho adesso. Questo è modo di vivere che i nostri padri hanno trasmesso. Pensando ad un solo esempio legislativo, le baby pensioni. Quello è stato un modo di dire: intanto ora penso a me, ne approfitto, ma senza riflettere sulle conseguenze che questo avrebbe avuto sul futuro dei figli. Il vero dramma, in questo momento, è che manca un’alleanza generazionale. Potrebbe essere creata solo nel momento in cui i padri oggi ammettessero le loro responsabilità. Storicamente manca, anche per i padri politici, chi ha deciso le sorti del paese. E’ come se nessuno avesse la responsabilità.

 I legami e la loro ambiguità. Lei dice che ci si può servire degli altri per i propri disegni, come rendersi conto di questa trappola?

Quando ci si rende conto che la relazione in realtà non aiuta a vivere un sentimento autentico di pace. Quando stai abusando delle relazioni, inevitabilmente te ne accorgi dal modo in cui vivi, da quello che ti rimane, che è amarezza. La relazione che dà gioia è soltanto quella in cui ti doni per l’altro, investi nella vita dell’altro.