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IL CINEMA e LA CALABRIA. Andrea Frezza (Il gatto selvaggio)

IL CINEMA e LA CALABRIA. Andrea Frezza (Il gatto selvaggio)
frezza  “Questa è una ribellione, no? allora, mi ribello!” Star Wars-Rogue One

Confessando un ritorno in Calabria traumatico/esaltante, un famoso personaggio si è aggirato negli ultimi 10 anni a Vibo Marina, ma “nessuno sa chi sono. Qualcuno crede che io sia un professore di liceo o un dirigente dell'amministrazione dello Stato in pensione, alquanto bizzarro nell'aspetto, che con i soldi della liquidazione ha acquistato e restaurato la casetta dello scoglio.”

Era invece un regista e scrittore calabrese, tra l’altro uno dei fondatori, negli anni ’60 a Vibo Valentia,  del primo Cineclub,  dove un gruppo di appassionati cinefili ha  svolto una intensa attività culturale cinematografica, probabilmente virata a sinistra, visto che “la nostra attività ha attivato addirittura l’attenzione della CIA, che ci ha inviato due  ‘classici’ personaggi  americani anche per invitarci  a  visitare la  segretissima base di Sigonella, con la prospettiva, tra l’altro,  di andare a studiare negli Stati Uniti…” Dove poi in effetti il regista andrà a lavorare e amare il cinema e la donna  della sua vita.

“Il sentimento dei luoghi accompagna le diverse età della nostra vita e condiziona le emozioni che determinano le scelte. I luoghi restano, in quella che per convenzione chiamiamo anima, come stratificazioni geologico-culturali. Nella mia anima, o spirito o particella di luce dell’universo e della creazione, restano tre strati, tre luoghi di formazione e maturazione, Vibo Valentia, ossia l’adolescenza e la prima giovinezza; Roma, la seconda giovinezza e la maturità; Los Angeles, la maturità piena e l’inizio della senescenza”.

A parlare è Andrea Frezza,  in una delle tante interviste che ha rilasciato ai media calabresi, non per la voglia di apparire, ma perché voleva far capire cosa è stato il cinema per la sua generazione e cercare di comprendere  cosa rappresentava  il cinema per i giovani calabresi, che “giustamente chiedono di uscire da questa melassa di clientelismo familistico che ha bloccato il cammino e lo sviluppo della Calabria”. Egli stesso ha  sperimentato lo stato delle cose calabresi attraverso incontri con molte istituzioni politiche che “portavano a nulla, perché non capiscono niente – diceva- non capiscono che senza la cultura non esiste coscienza, non esiste pensiero critico, non esiste una possibilità di risolvere i problemi…” Nello stesso tempo era costretto a  prendere  atto –amaramente - che  i politici capivano e sapevano  benissimo che la Cultura  poteva essere  normalmente rivoluzionaria,  cambiare le cose dal basso e senza violenza.  Ma  proprio per questo l’hanno sempre condizionata  rendendola il più possibile  politico-partitico dipendente.

Puntava molto sui  giovani, Andrea, e non è un modo di dire; nel senso che, per quello che la malattia gli ha consentito di  fare,   ha anche agito praticamente, accogliendoli nella sua casa di Vibo Marina, facendo corsi di cinema, partecipando ad eventi e incontri che li vedevano protagonisti. Voleva trasmettere loro la grande passione che ha consentito alla sua generazione di fare film che hanno fatto scuola in tutto il mondo, perché c’era “passione e  amore per ciò che facevamo, ma  senza l’urgenza di apparire. Io - e tanti come me- ho fatto anche il “negro”, cioè ho scritto sceneggiature per molti sceneggiatori famosi pieni di lavoro, imparando il mestiere; come andare a bottega.  Oggi è tutto un po’strumentale. Manca anche la cultura della storia del cinema, lo sguardo critico. Non vedo come individuare, però, una via d’uscita efficace, forse sono io ad essere stanco”.

Frezza è stato sempre cosciente che ai giovani il futuro stava riservando molte cose spiacevoli, e lo affermava   con grande lucidità, coinvolgendo la sua generazione. Scriveva infatti nella   prefazione al libro Uomo mangia Uomo (2008) di Lucia Patrizi e Matteo Scarfò: “la visione  che Matteo ha del futuro prossimo venturo è cupa… chi ha condannato le generazioni a cui avremmo dovuto affidare la memoria e la ricerca del nuovo a vedere nel loro futuro l’apocalisse, un disastro dove si perde perfino la speranza e non resta che la rassegnazione al male o la promessa di un misterioso inferno per riconquistare la gioia della libertà e del libero pensiero? Noi, loro nonni e padri”.

Matteo è stato assistente alla produzione del film Boogie Woogie che Frezza aveva scritto e tentato di girare  già negli anni ’80, ma senza successo, perché bloccato da vicissitudini produttive dopo i primi ciak. Racconta Matteo: “Era un  film  a cui  Frezza teneva tantissimo. Infatti  più di vent’anni dopo ci aveva riprovato nuovamente a girarlo,  riuscendo con il suo carisma a coinvolgere   un grande cast di attori italiani e americani; ma il mancato finanziamento da parte del MIBAC, per esaurimento dei finanziamenti, lo aveva bloccato ancora una volta, provocando in lui un grande sconforto. Per fortuna in parte superato scrivendo un libro, sempre ambientato durante la seconda guerra mondiale:  Così viviamo per dire sempre addio (2011) la storia della sua  famiglia e degli ultimi anni della sua  vita,  che sceglie di trascorrerli  negli stessi posti in cui è nato  per imparare a dire l’ultima volta addio”.

Frezza vedeva lontano, ha sempre avuto una antenna speciale per capire i movimenti giovanili, a cominciare da quelli che colpivano “a  gatto selvaggio”, all’improvviso, per provocare il maggior danno possibile  nelle fabbriche con gli scioperi  e in politica con il terrorismo. “Il gatto selvaggio” è appunto il titolo del film realizzato in clima ’68 sul rapporto violenza-rivoluzione. Un film politico, per la maggior parte dei critici, un film da censurare per la commissione censura,  un film romantico-esistenziale  per  Frezza, Fofi, Morante,  Aristarco e Moravia, secondo il quale i padri letterari putativi erano Andrea  Gide (I sotterranei del Vaticano, 1914) e Fedor Dostoevskij. Assistente alla regia di Frezza è stato il regista Gianni Amelio, che si divertiva a chiamare il film  “Il gattopardo selvaggio”.

Il film è stato girato in  un contesto politico-sociale rappresentato  da molti film di giovani registi italiani: Bellocchio, Sandro Franchina, Bertolucci, Samperi, Fra.lli Taviani, Faenza, Ponzi e altri.  “Del resto- racconta Frezza - in un incontro all’Università di  Trento ho sentito l’intervento di una giovane studentessa che diceva: “io sono cattolica, ma come Giuditta prese la spada e uccise Oloferne, io prenderò il mitra e scenderò in piazza. Quella ragazza si chiamava Mara Cagol. E nelle scene dell’occupazione dell’Università tra le comparse c’è Valerio Morucci, che diventerà un brigatista rosso. Ma l’ho saputo dopo”.


SCHEDA


Andrea Frezza (Laureana di Borrello1937-Vibo Valentia 2012). Regista, sceneggiatore, scrittore,  critico cinematografico, docente di cinema. Ha studiato architettura a Roma e antropologia a Parigi. Diplomato in regia e sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, ha collaborato con Cesare Zavattini ed è stato assistente volontario sul set di Robert Bresson,  Jean-Luc Godard e Orson Welles. Ha realizzato film, documentari,  sceneggiature per il cinema e per la televisione, miniserie televisive, romanzi e racconti. Ha insegnato sceneggiatura in Italia e in California. Ha ricevuto molti premi tra i quali: il “Nastro d’Argento” (1964) per il miglior documentario, il “Laceno d’oro” e la “Grolla d’oro”(1969) per la miglior opera prima (“Il gatto selvaggio”), il premio NIAF per il film “Ultimo bersaglio”.  E’ stato direttore artistico del “Calabria Film Festival” (2008).