Direttore: Aldo Varano    

REGGIO COM’ERA. La scuola

REGGIO COM’ERA. La scuola
studenti    A scuola si andava sempre. Pioggia, diluvio, riscaldamenti guasti, mezzi di trasporto insufficienti: non c’era scusa che tenesse: i genitori dell’epoca non ammettevano deroghe. Filare a scuola e basta. Che poi a decine la marinassero (magari per fiondarsi nelle due discoteche dell’epoca aperte la mattina ad aspettare gli studenti) è un’altra storia.

A scuola si andava a piedi o con l’autobus; quelli che venivano da fuori prendevano treni con 9 vetture “centoporte” (oggi 9 vetture non li hanno neanche gli Intercity). La passeggiata (spesso la corsa) in direzione scuola era uno dei momenti topici del corteggiamento. Le tempeste ormonali dell’età spingevano verso percorsi alternativi che toccavano le altre scuole cittadine: per andare al Vinci si passava prima dal Piria (c’è quella con i capelli rossi), poi dal Classico (c’è la biondina con la coda di cavallo), dal Magistrale (la ricciolina tutto pepe). Di fronte la scuola si formava un assembramento vociante e rumoroso: i più fortunati erano quelli con i motorini (Ciao e Boxer in primis, poi la classica Vespa e una miriade di altre marche, Morini, Bugatti, Benelli) che partivano da casa all’ultimo minuto.

Durante la “ricreazione” si mangiavano panini enormi. Chi se lo portava da casa rischiava di vederselo soffiare già alla prima ora. All’uscita se c’era qualche lira in tasca ci si fiondava a mangiare gelati e viennesi. Oppure si passava dal chiosco del poeta Balia a comprare fumetti di seconda mano, Supereroi, Tex, Linus, Oltretomba, Jacula, Messalina, Sturmtruppen. Tutti gli studenti avevano in tasca un gettone telefonico, il cellulare dell’epoca. Il massimo della sessualità era nei film con la Fenech e Gloria Guida. Le ragazze, tranne le più audaci, ti costringevano a mesi di corteggiamento per un bacio veloce e un abbraccio fugace, con il rischio tremendo (erano mazzate allora) di un genitore in agguato.

Quando pioveva (ma doveva piovere forte) i Bus erano pieni come quello di Fantozzi. I “contatti” audaci che avvenivano bastavano a soddisfare una settimana di sogni erotici. Tutti aspettavano impazienti le frenate brusche e le curve strette. Sul bus si scherzava, si rideva, si cantava. Ogni tanto si faceva amorevolmente a pugni. A volte salivano i controllori ed era uno sberleffo continuo; il rapporto con l’autorità di quella generazione era parecchio diverso dall’attuale: esisteva un costante moto di ribellione verso le stupidaggini delle società organizzate, si era impregnati di politica, di beata voglia di cambiare il mondo, di battersi contro le ingiustizie.

A scuola avvenivano fatti oggi impossibili: quando rapirono Aldo Moro al Liceo Vinci ci fu un’assemblea spontanea organizzata dai più adulti nel cortile; assemblea che il preside tentò di sciogliere e si prese un centinaio di pernacchie quando minacciò di espellere gli studenti “da tutte le scuole del Regno”. Nei primi anni ’80 la serietà degli scioperi studenteschi si trasformò in farsa, e gli scioperi si proclamavano a quindici minuti dall’inizio delle lezioni per cause davvero umoristiche. Nel 1983 alcuni malandrini chiusero i cancelli del Vinci con le catene dei motorini e dovettero intervenire i pompieri: il buon preside Crea sporse una denuncia contro ignoti e qualche giorno dopo apparvero dei ciclostili con un pezzo fiammeggiante intitolato “Dio Crea e Crea distrugge”. Altra denuncia contro quegli ignoti mascalzoni. Se però un professore convocava i genitori c’era poco da scherzare. I nostri erano genitori per i quali i professori avevano sempre ragione, anche quando avevano torto.

Il concetto di libertà era straordinariamente presente. Al vicepreside che ti intimava di star zitto, si rispondeva di non essere in caserma; alla prof reazionaria si faceva passare la voglia di venire in classe. In compenso l’attrazione per il sapere -puro, non finalizzato a nulla meno che mai al lavoro, era presente in dosi massicce. Quando un docente riusciva a catturare l’attenzione dei ragazzi, e la trasformava in passione, aveva soddisfazioni enormi.  Quasi 40 anni dopo io continuo a far temi grazie alla mia docente d’Italiano (prof Vanna Vavalà) che stimolò la mia creatività, mi diede fiducia, e cercò di condurmi verso il ragionamento autonomo.

Sotto questo punto di vista la scuola è peggiorata. Più che uomini tende a formare degli automi-lavoratori-consumatori. Noi credevamo nell’alternativa: oggi credono nello stipendio; noi riuscivamo a scorgere (sia pure con i limiti dell’età) i paradossi di una società (il sistema, si diceva) profondamente ingiusta e diseguale. E ciò si traduceva in uno stile di vita strafottente verso i canoni, teso alla ricerca e alla espressione dell’individualità, attento a problematiche anche distanti ma percepite vicine (ricordo una interminabile assemblea sui Sandinisti, una manifestazione contro lo scià dell’Iran, un raduno a piazza Italia per la festa delle Donne che non era quella bestialità che è diventata, ma una festa esclusivamente politica). La mattina a scuola si leggeva il giornale. Noi studenti (oggi sembra un fatto assurdo) compravamo il giornale. Sia che fosse il Manifesto, o La Repubblica, o il Secolo. Volevamo sapere.

Nel dicembre del 1982 gli studenti del Vinci occuparono Palazzo San Giorgio. Si gelava e i riscaldamenti non funzionavano. Spontaneamente, compagni e camerati uniti nella lotta al gelo (e all’incuria) scesero sul corso, si fermarono davanti al comune e poi, come una valanga, entrarono dentro. Tutti. La settimana dopo i riscaldamenti vennero riattivati. Senza che babbi e mamme si mettessero in mezzo. Non c’era bisogno della protezione dei genitori: non la volevamo. Se un genitore ti accompagnava a scuola, eri un bamboccio. Se le buscavi e lo dicevi a casa eri un mega-bamboccio. “Se le prendi fuori a casa prendi il resto”, si usava dire. Che poi i bulli c’erano anche allora. Ed è significativo, ma triste, vedere anche come siano andati a finire in questa terra violenta e sanguigna: chi sparato, chi in galera, chi tossicodipendente. La storia fa il suo corso, prescindendo dagli osservatori e dai rimedi presi.

Giustamente oggi i nostri ragazzi vivono più comodamente di quanto vivevamo noi. Hanno mille privilegi dei quali non si rendono conto. Però, maledizione, gli manca l’ingrediente principale che a noi oggi consente di ripensare a quei tempi ed essere felici di averli vissuti: la speranza nel futuro.

Tutta la classe dirigente che ha contribuito a levargliela, allarmi meteo o meno, un giorno sarà chiamata a rispondere di questo di fronte al tribunale della Storia. Perché puoi levare il pane, i diritti, il tempo, ma se togli la speranza trasformi l’uomo in una bestia, rabbiosa e affamata. E senza quella puoi avere abiti firmati, cellulari e tutto il finto benessere del mondo, la vita non ha ragione di esistere.

Era la fiducia nel futuro il segreto della nostra beata, e felice, gioventù.

*foto tratta dalla serie fotografica reggio com'era caricata su google.