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Giovanni LAMANNA, il colto riformista Amendoliano che amò i libri la politica e la Calabria

Giovanni LAMANNA, il colto riformista Amendoliano che amò i libri la politica e la Calabria
giovanni lamanna    (rep) Ho fatto con Giovanni Lamanna il mio apprendistato politico. Ero da poco tornato, nei primi anni settanta del secolo scorso, da Pisa. Ci conoscevamo già ed era nata un’amicizia affettuosa mediata dal figlio Gaetano, mio compagno di Liceo ed autore della mia conversione politico-ideologica alla Federazione giovanile comunista. Giovanni mi scovò a Serra S. Bruno terra del mio primo supplentato a scuola. Strappò una mia candidatura al Comune e alla Provincia nell’area territoriale delle Serre. Andò bene e mi chiese l’impegno come segretario cittadino a Catanzaro. Venni anche promosso nella segreteria provinciale del PCI che aveva a capo Franco Politano.  In quegli anni   il Partito ricambiava il sangue dei suoi gruppi dirigenti, si apriva alla gioventù passata attraverso il vaglio del ’68 e di esperienze universitarie significative. La segreteria della Federazione di Catanzaro aveva un’età media di circa trent’anni.  Oltre a  Politano   segretario,  la costituivano Enzo Ciconte, Gaetano Lamanna, Nino Potenza ed io. 

Era un buon gruppo, battagliero e politicamente generoso. Le diversità anche notevoli, di temperamento, di orientamenti culturali, venivano composte dall’accorta regia del segretario.  Giovanni era una sorta di nume tutelare, convinto della necessità di nuovi innesti, di un improcrastinabile rinnovamento generazionale e di visione politica. Nel 1975, già deputato, era stato eletto al Comune di Catanzaro dopo una battaglia interna al Partito rivolta al suo possibile radicamento nel ceto medio e nella borghesia professionale cittadina. Fra i nuovi eletti in Consiglio figuravano Antonio Alberti (primario ematologo ospedaliero), Mario Garofalo (noto e prestigioso avvocato)  Lolly  Rocca   (giovane docente di Lettere). La fisionomia del gruppo consiliare era abbastanza mutata rispetto alla precedente consiliatura.  Il prezzo pagato,  di una piccola diaspora di quadri  popolari   legati alla frantumata società dei quartieri catanzaresi, fu presto bilanciato dalla sorprendente affermazione del PCI nella competizione elettorale delle politiche del 1976. Fu raggiunto allora, dopo una travolgente campagna elettorale guidata e ispirata da Giovanni, l’incredibile traguardo del 31%, in una città governata da una Democrazia Cristiana fortissima e spesso premiata da percentuali bulgare. Pietro Ingrao, capolista per la nostra regione, celebrò sul giovane quindicinale del PCI calabrese (“Questa Calabria”) l’inedita affermazione elettorale, sottolineando la penetrazione del Partito nella roccaforte bianca del capoluogo.  L’artefice primo, Giovanni Lamanna, aveva giocato la partita in anticipo,  attrezzando il Partito, preparandolo ad una difficile svolta interna, impegnandosi senza risparmio in una complessa ed entusiasmante campagna.


Giovanni ha saputo onorare in quegli anni il doppio impegno di parlamentare e di capogruppo al Comune di Catanzaro. Anche per la sua cultura e inclinazione riformista, accettò la sfida delle cosiddette “Intese programmatiche”, con la partecipazione dei comunisti alla maggioranza di governo senza l’ingresso nella Giunta, saldamente presidiata dalla DC,   e  con l’impegno a collaborare lealmente alla progettazione condivisa di una città di moderni servizi,  con nuovi equilibri urbani capaci di candidarla sul serio al ruolo strategico di capoluogo di regione.  Ma si sa com’è finita. Da segretario cittadino lo informavo, poiché era spesso a Roma per impegni parlamentari, dell’inanità di tanti sforzi.  La Dc  dell’epoca assorbiva con straordinaria intelligenza tattica le proposte di cambiamento che avanzavamo al tavolo del programma. Siamo riusciti soltanto ad elaborare insieme un buon regolamento per la nascita e il funzionamento dei Consigli di Quartiere.  Sulla questione decisiva dell’assetto urbano valeva invece la regola del rinvio, della delega a commissioni senza alcun potere, del “troncare, sopire”; tutto a salvaguardia di interessi forti e gruppi saldamente al comando della città. Giovanni era ben avvertito di questa contraddizione, ma anche combattuto tra fedeltà alla linea nazionale delle Intese Programmatiche e il desiderio di ribaltare il tavolo, obiettivo considerato da me segretario cittadino ormai obbligato. Presto si dovette incaricare Enrico Berlinguer di dichiarare il disimpegno da tutte le intese programmatiche contrattate in Italia con danno all’immagine e al ruolo del PCI.

Giovanni Lamanna aveva seguito, come tanti dirigenti di fama del vecchio PCI, una parabola canonica nel movimento operaio e contadino italiano.  All’inizio degli ani cinquanta del ‘900 è un promettente e brillante avvocato della buona borghesia professionale ed agraria del crotonese; ma avvia  presto un percorso di  “andata al popolo”,  scegliendo  di fare il dirigente di organizzazioni di massa e poi di partito, per  il riscatto delle “plebi” contadine calabresi e dei ceti popolari. Si afferma nel PCI come funzionario e viene anche eletto per tre legislature.  Ma qual’era il suo tratto distintivo, la sua specifica personalità?  Con altri dirigenti condivideva lo stile del tribuno appassionato nei comizi, la forza persuasiva nel dibattito interno, l’intelligenza tattica.  Ma nutriva la sua milizia ed attività politica con lo studio dei problemi e l’analisi stringente dei grandi nodi della società calabrese. Era anche per questo un infaticabile lettore, convinto che la politica ha bisogno di idee per indagare la realtà e cambiarla.  I pochi volumi che raccolgono i suoi interventi, il più delle volte nel vivo della battaglia, testimoniano una cultura non comune e studi rigorosi, un’insolita penetrazione dei problemi economici e sociali, una lungimiranza straordinaria sulle grandi priorità della Calabria. E’ noto che Giovanni era un esperto di economia agraria, di collina e montagna, e tirava diritto in epoca di trionfante cultura della modernizzazione, quando i comunisti erano accusati di “gracchismo”. La sua proposta era però avanzatissima. In un convegno all’Università della Calabria veniva ragionando di difesa del suolo, di azioni di contrasto al male antico del dissesto idrogeologico, di uno sviluppo agricolo sostenuto da un’intelligente industrializzazione, connettendo sempre le prospettive di politica economica agli interessi possibili di ceti, soggetti, gruppi sociali.                                                            

Quale distanza dalla piccola politica di oggi, dal tran-tran confuso e senza respiro che la connota, dalla prevalenza patologica della tattica sulle strategie, dall’assenza di ambiziosi programmi e di vigorose idee-forza.

Le ultime battaglie giornalistiche di Giovanni hanno riguardato il declino della politica e l’immiserimento del suo vecchio, glorioso partito, ancor più nel crotonese ridotto a terreno di scorrerie di gruppi e camarille strenuamente in lotta per l’acquisizione del potere. Un realista di temperamento e cultura scettica come lui sapeva bene che la politica è luogo di contesa per l’affermazione di linee e di gruppi dirigenti anche alternativi, purché sostenuti da Progetti e visioni del futuro.

Da vecchio “amendoliano” com’era, poteva comprendere le metamorfosi necessarie ad una forza politica vitale, capace di generare nuova storia in contesti politici profondamente mutati rispetto a quelli classici della storia del novecento. Non accettava però la pesante omologazione e il corrompimento di una comunità politica frutto di tante lotte per una nuova civiltà. 

Quanti avranno modo di visitare e interpellare la sua bella Biblioteca, donata al Comune di Crucoli, potranno rendersi conto della ricchezza di interessi, delle curiosità molteplici, dello sguardo attento, della vasta cultura di Giovanni.

Un bell’esempio da seguire, specie per i giovani impegnati nel nostro duro presente a contrastare la pericolosa miopia dei nuovi nazionalismi e dei razzismi risorgenti, un “ritorno di barbarie” che lo avrebbe visto assai preoccupato e in prima fila.