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Palmi e lo scoglio delle mie radici

Palmi e lo scoglio delle mie radici
scoglio dellulivo    Palmi è la città della mia famiglia e lì ho vissuto i primi anni della mia vita. Il suo simbolo è lo “scoglio dell’ulivo”: un miracolo della natura nato per un segreto patto siglato tra la terra e il mare. Un monumento regalato dalla natura alla Calabria. Scrisse Leonida Repaci, un grade intellettuale italiano vissuto nel secolo scorso: «Questo olivo in cima allo scoglio rappresenta non solo se stesso ma l’intera Calabria, una Calabria aspra, solitaria, difficile, che accetta la sfida dell’esistenza per la portentosa soddisfazione di averla resa possibile contro ogni legge di natura; per la dignità di portarla avanti faticosamente, ma vittoriosamente...». L'albero è nato e cresciuto, infatti, in cima allo scoglio mettendo radici su un piccolo pugno di terra e alimentandosi solo con l'acqua piovana.

La storia di Palmi è legata al mare e la sua area costiera è chiamata “Costa viola” per il particolare colore che le acque marine assumono per effetto dei riflessi del sole.  Nelle vene della gente della città scorre il sangue di una leggendaria principessa, Donna Canfora di Taureana che, pur di non cedere alle pretese amorose di un predone musulmano, preferì gettarsi in mare, a largo di una località chiamata Pietrenere, e perire tra i flutti. Nelle notti di plenilunio, lo strano luccichio subacqueo provocato dalle meduse, ne ricorda ai pescatori l’indomito spirito.

E proprio sul tratto di spiaggia che dallo Scoglio dell’Ulivo arriva al fiume Petrace, tra i ruderi di una vecchia fortezza dominati dall’alto da una torre costiera, crebbe il più grande fiocinatore di pescespada mai esistito tra la Calabria e la Sicilia. Si chiamava “Saro Naca” e infilzò tra Scilla e Cariddi pesci d’ogni dimensione, diventando un irraggiungibile mito. Quando, ormai anziano, volle dimostrare di avere ancora braccio fermo e mira infallibile, risalì sulla passerella di un Ontre (così si chiamava la barca a remi con cui s’inseguiva il pescespada) per ripetere la magia del suo formidabile colpo. Mancato il bersaglio per il calo di vista dovuto all’età, si lanciò tra le onde per afferrare il pesce che lo risucchiò negli abissi. Il suo corpo non venne ritrovato.

C'è poi un'altra leggenda legata alla “pietra del drago”. Si chiama così il masso su cui venne mozzata la testa a Dragut Rais, vicerè di Algeri e compagno di scorribande del corsaro Barbarossa. Nel 1500, il pirata di origine turca definito da amici e nemici la spada dell’Islam, era il terrore delle popolazioni rivierasche del Mediterraneo. La Pietra è nascosta dai rovi, lungo il sentiero che dalla Marinella risale verso Palmi. Dragut venne sorpreso in una radura, con una parte dell’equipaggio della sua galea, dagli audaci difensori della cittadina calabrese. S’era assopito dopo aver bevuto a una fonte. E venne decapitato. Troppe volte aveva rubato e stuprato, uccidendo senza pietà uomini e donne. La fine di Dragut (così descritta da un racconto popolare) conferì ai marinai palmesi un alone d’invincibilità che li accompagnò nei secoli a venire.

Fieri combattenti e formidabili marinai, gli uomini cresciuti sulla Costa Viola, protetti dall’ ombra degli ulivi piegati dal vento, mostrarono di sapere incarnare lo spirito degli antichi guerrieri approdati in epoche lontane in quei luoghi incantati. Le armacie costruite sui dirupi del Sant’Elia, di Ravaglioso, Pietra Galera, Trachini, Taureana e della Pietrosa, custodiscono, infatti, segreti millenari raccontati dai poeti greci.

A largo di Capo Barbi, dove s’incrociano i venti di Libeccio, Maestrale, Scirocco e Levante, navigò Aiace Telamonio, il più forte degli eroi greci dopo Achille. Durante una tempesta, nel tratto di mare antistante la “Marinella”, perdette il suo formidabile arco in corrispondenza di uno spuntone di roccia che oggi è indicato - in memoria del fatto - come “Arcodace” .

A Ravaglioso, invece, approdò Oreste, figlio di Agamennone, mandato in Magna Grecia da un oracolo alla ricerca di un fiume dai sette affluenti (l’odierno Petrace) in cui immergersi per liberarsi dalle Erinni. Divenuto adulto, infatti, era tornato ad Argo per vendicare la morte del padre. Con indicibile impeto soppresse infatti la madre, Clitennestra e il suo amante, Egisto, che avevano assassinato Agamennone appena rientrato dalla guerra di Troia. Oreste sbarcò sulle coste di Palmi alla ricerca di quel fiume dai sette rivoli, in cui avrebbe dovuto bagnarsi per scacciare le Furie che lo perseguitavano. Lo trovò e vi si immerse. Da allora Ravaglioso venne chiamato “Porto Oreste”.