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L'Ultimo libro di Giuseppe Tripodi: "Ritratti in piedi del Novecento calabrese", tra anticipazione e recensione

L'Ultimo libro di Giuseppe Tripodi: "Ritratti in piedi del Novecento calabrese", tra anticipazione e recensione
TRIPODI   «Profazio, che come buona parte dei suoi colleghi cantastorie non ha compiuti studi musicali, da sessant’anni canta l’universo contadino in tutte le sue articolazioni senza mai smettere di guardare il mondo con gli occhi e dalla parte di chi lavora la terra. I contadini di Otello Profazio non costituiscono una classe sociale da assumere nell’olimpo della rappresentanza politica in posizione di partenariato subalterno all’élite operaia (gramscio-comunismo) o, addirittura come gruppo rivoluzionario d’avanguardia (bakunismo libertario); essi sono stati semplicemente la fonte da cui è sgorgata tutta la musica profaziana e, ad un tempo, i consumatori entusiasti e quasi esclusivi del prodotto commerciale che da essi è scaturito. (…) Poi, quando il mondo rurale si è disgregato, Otello ha inseguito i traditori dell’aratro e della zappa emigrati nel Norditalia o nel mondo o piccoloimborghesiti nelle stesse città meridionali, li ha costretti a ritornare alle proprie origini e alla secolare lingua dei padri e dei nonni, (il dialetto calabro-siculo da cui è nata la letteratura colta del ‘Bel Paese’), a ripassarla quella lingua e a farla riscoprire ai loro figli nella sua ricchezza lessicale, etimologica, fonetica nonché nelle polisemiche espressioni idiomatiche, nei proverbi, nei doppi sensi e nei non sensi.» «Come una spugna assetata che assorbe gocce d’acqua destinate altrimenti all’evaporazione, Otello ha collazionato le tracce di un mondo ormai disarticolato e attraversato dall’entropia, spremendole nel recipiente della poesia senza timore di rinfrescarle anche con rivoli che nascevano dalla sua stessa mente.» «(…) nonostante gli antropologi di professione gli rimproverino scarso atteggiamento filologico nella manipolazione degli spezzoni di cultura popolare che egli ha assemblato nel work in progress che costituisce la sua opera.»: « (…) andrebbe laureato honoris causa da qualsiasi istituto che avesse a cuore la sopravvivenza del dialetto e da qualsiasi cattedra di psicologia che avesse attenzione alle sindromi alienatorie da inurbazione.»

Se Profazio «è rimasto l’unico testimone del cosmo contadino ormai disgregato», Saverio Strati va considerato «in relazione alla ‘ndraghetologia letteraria.»: «Da lungo tempo la città di Reggio Calabria, la sua provincia e anche alcune aree limitrofe che una volta si estendevano fino alla piana di Lamezia e che venivano chiamate Calabria Ulteriore, sono interessate da un’epidemia, ‘ndranghetite, imputabile al batterio ‘ndrangitus cerebri’; le cronache sanitarie ci dicono che è attivo da più di un secolo, che con il tempo ha subito importanti mutazioni che gli hanno permesso di sopravvivere anche in condizioni ostili e di sfuggire a tutte le profilassi finora approntate per combatterlo, che le mutazioni indotte lo hanno perfino rafforzato sicché ha potuto diffondersi ulteriormente sconfinando nella penisoletta che una volta era denominata Marchesato di Crotone e in altre aree dell’Italia centrale e settentrionale. (…) Soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo scorso, complice anche l’accrescimento esponenziale della comunicazione sia per quantità che per qualità, il complesso delle informazioni sul bacillo e sulla sua diffusione, nonostante i limiti di cui abbiamo discorso, cominciò ad accumularsi e a sedimentarsi. E si venne a creare una disciplina derivata cui oggi potremmo dare il nome di ndranghetologia la quale vide aumentare a dismisura, ed in modo direttamente proporzionale al numero dei suoi praticanti, i suoi contenuti. Essendo però piccolo e costante il numero dei dati di fatto in un aggregato che cresceva sempre di più, e quindi la quota di essi dati nell’insieme risultante, si venne a cristallizzare una conoscenza aleatoria che anche un epistemologo di basso conio avrebbe potuto diagnosticare come propria di un paradigma scientifico a decrescente attività induttiva e a prevalente ipertrofia deduttiva. Ne è conseguito che la disciplina si è allontanata progressivamente dal modello delle scienze esatte di comtiana memoria. (…) La ‘ndranghetologia sembra essere uno degli ultimi polloni germogliato non si sa come dall’albero ormai rinsecchito della metafisica che ha puntato decisamente verso l’alto succhiando la poca linfa che saliva dalle radici. Questo germoglio verticale e competitivo potrebbe assorbire un nutrimento eccessivo e canalizzarlo solo verso la crescita legnosa anziché verso un esito fruttifero. E come un adolescente che crescesse troppo in altezza avrebbe bisogno di un istruttore adeguato che, facendone sviluppare la muscolatura, desse proporzione e forza a quel corpo esile e allungato, così il succhione della ‘ndranghetologia avrebbe bisogno di un potatore di vaglia che ne riducesse le parti apicali e sterili a vantaggio di quelle laterali e produttive. Ma nessun potatore è all’orizzonte e nessun Kant redivivo appare capace di elaborare una critica radicale di tale accumulo di deduzioni per retrocederlo con decisione dallo stato di episteme cui aspirano i suoi cultori a quello molto più banale e adeguato di pistis. Una parte consistente delle pubblicazioni e informazioni ‘ndtranghetologiche ha assunto la forma letteraria del romanzo e del racconto che, nella pletora di carta e inchiostro utilizzati sul tema, appare quella più legittimata allo spreco;se non altro perché la produzione narrativa mira aristotelicamente ad esprimere non il vero ma il verosimile, e quindi risulta meno boriosa e pretenziosa della ‘ndranghetologia applicata alla sociologia, al diritto, alla storia.»
«I temi stratiani prevalenti, facilmente individuabili e individuati in nuce da Riccardo Scrivano, sono: il viaggio (fuga e ritorno), il tempo nella duplice articolazione passato - futuro, a volte separati e a volte compresenti all’interno di un unico romanzo, il conflitto intrafamiliare talvolta centrato su una sorta di rovesciamento del paradigma edipico (conflitto madre - figlio al posto di quello classico padre - figlio). A questi elementi strutturali sicuramente può aggiungersi quello della presenza ingombrante, nella terra di origine e di riferimento poetico dello scrittore, della ndrangheta. Questo fatto probabilmente ha costituito il nodo gordiano in cui molti riferimenti autobiografici, nell’inversione del paradigma di Dorian Gray e senza il timore di far risaltare l’arte attraverso le vicende dell’artista, si sono avviluppati e sviluppati in modo difficilmente districabile. A partire dalla costruzione del testo, dove è quasi costante la narrazione in prima persona, per compiersi adeguatamente nei riferimenti ‘ndranghetologici che sono tanta parte nella sua scrittura. Con la precisazione che autobiografia non deve intendersi come riferimento a vicende che lo scrittore ha vissuto personalmente e direttamente, come era capitato a Luca Asprea attraverso l’affiliazione alla ‘ndrangheta e la condivisione del suo humus; che, anzi, in tutti i romanzi di Strati emerge una opposizione radicale, persino oltre il segno, al mondo dell’onorata società. Possiamo immaginare lo scrittore che ha conosciuto molti ndranghetisti, si è impadronito del loro linguaggio, forse ha manifestato la sua insofferenza verso di loro nell’età e nei luoghi in cui l’ipertrofia dell’autostima è indispensabile per non soccombere e per non passare da vigliacco; in conseguenza di ciò ha avuto i suoi incubi, le sue esperienze reali nell’immaginario avrebbe detto Freud, che ha esorcizzato e sciolto nella scrittura. E infine ha cucito e scucito cose svariate di cui ha avuto contezza diretta o indiretta, qui aggiungendo e là togliendo secondo la libertà che solo al genio è concessa.»


Di problematiche meridionali si è sempre occupato Rosario Villari, professore universitario e, per una legislatura, deputato del Pci eletto, come capolista in Calabria.
«Villari è apparso inizialmente ottimista, (…) sulla possibilità di superare questa condizione di arretratezza del Mezzogiorno. (…) Le vicende successive agli anni Ottanta del secolo scorso, l’impossibilità di incidere nelle decisioni che riguardano il Sud anche dagli scanni parlamentari (sarebbe opportuna una rivisitazione di quella attività attraverso la pubblicazione degli interventi alla camera dei deputati), la ripresentazione del dramma di intere regioni preda della criminalità organizzata che svolge in ogni caso una minima per quanto distorta funzione economica, il languire delle popolazioni in condizioni di miseria rinnovata e più pericolosa di quella alla quale erano stati acquiescenti e talvolta si erano ribellati i loro antenati, il torpore politico e culturale indotto dall’egemonia liberista sulla stampa e sui media; tutto ciò certifica, purtroppo, che quelle previsioni ottimistiche sono state frustrate.»
«Facendo un bilancio delle sue pubblicazioni potremmo applicare a Villari un luogo comune della critica letteraria, secondo il quale ogni scrittore non fa altro che scrivere solo e sempre un unico romanzo; egli infatti, a parte le molte edizioni del manuale per i licei e altri volumi, anch’essi usciti presso Laterza che ne è stato editore quasi monogamico, Storia dell’Europa Contemporanea (1971) e Mille anni di storia (2000) pensati anch’essi come strumenti didattici come pure Conservatori e democratici nell’Italia liberale (1964), ha speso una parte considerevole della sua attività scientifica nello studio di una macroregione che corrisponde al Mezzogiorno italiano, relativamente ad un secolo, il Seicento, la cui pregressa storiografia era rimasta schiacciata, in Italia anche per i diktat crociani, tra l’era del Rinascimento e della Riforma e l’età delle Rivoluzioni. (…) Villari si è dunque mosso, per cinquant’anni e con grande disinvoltura, intorno a temi che intersecavano la rivolta antispagnola del 1647-48. Nulla faceva presagire, e anche i lettori affezionati dei suoi libri non si aspettavano più, che l’incompiuta ricerca del 1967 sarebbe stata ripresa. Il lungo cammino dai ‘disegni preparatori’ all’ ‘affresco (Un sogno di libertà Napoli nel declino di un impero 1585-1648, Milano, Mondadori 2012)»

Un testo in cui «si ribalta la prospettiva fra le polarità sociopolitiche del regno (città e campagna, metropoli e comuni minori ) e il peso specifico di ognuna di esse nell’aggregato della rivoluzione; l’originaria qualificazione agraria della rivolta (   ) lascia qui spazio ad una descrizione più complessa e di segno rovesciato»: «Il libro si presta a letture ‘leggere’, da studente liceale per intenderci, ma è anche un punto di riferimento imprescindibile per gli studiosi che, dal professore di scuola media all’accademico, vi trovano spunti insostituibili per il loro lavoro e per le loro riflessioni. Ogni altra sintesi di storia napoletana che tratta anche del Seicento, (…) trova in quest’opera riscontri, rettifiche e precisazioni mai generiche e sempre fondate su documenti archivistici di prima mano.»

Otello Profazio, il cantastorie, Saverio Strati, lo scrittore, e Rosario Villari, lo storico, sono i protagonisti di Ritratti in piedi del Novecento calabrese di Giuseppe Tripodi, edito da Città del Sole.
I saggi – in precedenza pubblicati i primi due sulla rivista Belfagor e il terzo su Quaderni di storia – costituiscono quasi degli appunti per un’autobiografia collettiva della Calabria. In particolare della Calabria reggina di tradizione contadina che, dalla seconda metà del Novecento in poi, ha frequentato scuole superiori ed università entrando a far parte della fascia più che mediamente acculturata del paese. Si tratta di centinaia e centinaia di reggini che, soprattutto nell’infanzia e nella prima giovinezza, hanno visto nonni e padri ascoltare con simpatia se non con entusiasmo Otello Profazio, e, che, diventati più grandi, hanno studiato, al liceo, sui manuali di Villari e letto almeno qualcuna delle opere maggiori di Strati. Persone che hanno vissuto, spesso direttamente, il passaggio da una subalterna civiltà contadina ad un sostanziale vuoto produttivo, che hanno talvolta perso e altre accompagnato l’uso del dialetto a quello dell’italiano, che hanno visto la propria terra sempre più interpretata solo sub specie di ‘ndrangheta.

Tripodi – che utilizza un periodare classico e un linguaggio forbito e sanguigno – non nasconde la forte simpatia per Profazio, la profonda stima per Villari, di cui è stato allievo all’Università di Messina e le cui opere riprende con grande attenzione, e un sentimento molto meno lineare nei confronti della poetica stratiana.

Una sincerità che emerge anche dalle pagine finali, i Minima personalia, già pubblicati negli Annali del liceo classico di Tivoli, che costituiscono il quarto dei ritratti in piedi: quello dell’autore, uomo, insegnante, politico, assessore alla cultura: «Della mia esperienza didattica rimane il buon rapporto con gli allievi, le discussioni politiche che costituivano necessario contorno all’insegnamento di due discipline, storia e filosofia, che di politica erano intrise e da essa non potevano prescindere. E l’uditorio sapeva della non neutralità delle mie interpretazioni e, oso pensare, me le perdonava in forza della franchezza con cui le avevo sempre esplicitate e dell’affetto e dell’imparzialità con cui mi sono sempre rapportato agli altri. Forse anche l’impegno della quotidiana preparazione delle lezioni aiutava a passare bene le diciotto ore settimanali unitamente al sogno che ha accompagnato la mia vicenda umana e che si è accresciuto con gli anni: quello di riuscire a trasmettere a ogni persona con cui mi sono confrontato, simultaneamente e senza fatica da parte sua, le esperienze faticosamente acquisite nel corso dell’intera esistenza; salvo poi l’ovvia facoltà dell’altro di ritenerle o di porle nel dimenticatoio.»

*GIUSEPPE TRIPODI, Ritratti in piedi del Novecento calabrese, Città del Sole editore, 13 euro. In libreria da subito dopo Pasqua.