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IL LIBRO. Il caso Aversa di Antonio Cannone, un libro che riapre un mistero

IL LIBRO. Il caso Aversa di Antonio Cannone, un libro che riapre un mistero
aversa   Tante, troppe le ombre che permangono dopo un quarto di secolo sul caso Aversa. Quello del sovrintendente della Polizia Salvatore Aversa e di sua moglie Lucia Precenzano, assassinati a Lamezia Terme il 4 gennaio 1992, è un delitto di mafia fra i più gravi avvenuti in Italia.

  Un libro – edito da Falco – di Antonio Cannone ne riapre ora tutti i contorni tra rivelazioni e misteri, grazie anche ai contributi di Armando Veneto, Enzo Ciconte e Gianfranco Manfredi.

  Il feroce agguato di 25 anni fa è a tutt’oggi, infatti, un caso non del tutto risolto. In parte, ancora impunito. Lo conferma, con una copiosa documentazione di prima mano, la ricostruzione di  Cannone, un saggio d’impegno e passione civile.

Su tanti dubbi si staglia un’unica certezza: con quel duplice omicidio – scrive Manfredi - i clan hanno eliminato un coraggioso e tenace poliziotto, profondo conoscitore del mondo criminale locale e hanno lanciato un terribile messaggio intimidatorio ai corpi dello Stato e a tutta la società. Lo percepì lucidamente l’allora Capo dello Stato Francesco Cossiga che scese a Lamezia per partecipare ai funerali”.

Manfredi ricorda come otto mesi prima del delitto Aversa, Lamezia era stata anche teatro di un altro duplice omicidio di ‘ndrangheta, quello dei netturbini Vincenzo Cristiano e Pasquale Tramonte, trucidati a colpi di kalashnikov la mattina del 24 maggio 1991, in un agguato collocato nell’ambito del racket della raccolta dei rifiuti urbani.

  Lamezia città “di frontiera”, la definisce Antonio Cannone, ed é qui che matura il delitto Aversa, poliziotto "scomodo", memoria acuta di mappe, organigrammi e traffici delle cosche di mezza Calabria. Il processo ebbe un iter tormentatissimo. Basti pensare che registrò – già nei primi due anni – l’annullamento di parecchi atti istruttori (l'incidente probatorio) e poi, sempre per insanabili vizi formali, la clamorosa cancellazione dell’intero dibattimento del '92. 

  In primo grado, dopo un’inchiesta-lampo, erano infatti stati condannati per "concorso in duplice omicidio premeditato" (rispettivamente all' ergastolo e a 25 anni), Giuseppe Rizzardi e Renato Molinaro, esponenti di secondo piano dello scenario criminale lametino. Ad inchiodarli, le dichiarazioni di Rosetta Cerminara, una ventenne impiegata all'ufficio Aci di Nicastro. La giovane “supertestimone” fornì una sua dettagliata descrizione del teatro del delitto (passava a piedi pochi minuti prima che scattasse l’agguato) e riferì quello che aveva visto dopo aver udito gli spari (tornò sui suoi passi, alcuni istanti successivi alle raffiche).

Tormentatissimo, dicevamo, l’iter processuale. Nata male, l'inchiesta giudiziaria sul delitto, ha avuto esiti processuali ancora peggiori registrando nel giro di pochi anni un campionario pressoché completo di annullamenti e atti non validi, "sparizioni di atti istruttori" (denunciati dal battagliero collegio difensivo degli imputati, guidato da Armando Veneto e Pino Zofrea), e veri e propri “ribaltoni” processuali.

E’ la corte d'assise d'appello di Catanzaro, il 12 maggio del 1995, a cancellare l'ergastolo per Giuseppe Rizzardi e i 25 anni per Molinaro. Una sconfessione clamorosa della supertestimone Rosetta Cerminara che l’anno prima il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro aveva decorato con medaglia d'oro al valore civile. E’ una sentenza-choc che assolve "per non aver commesso il fatto" entrambi i presunti killer condannati nel ‘94.

E non è finita. Ricorda Manfredi come l’ennesimo colpo di scena investigativo-processuale è del 2001. Il 21 febbraio di quell’anno furono individuati gli autori materiali del duplice omicidio. I killer vengono indicati in due pentiti della Sacra Corona Unita pugliese, Salvatore Chirico e Stefano Speciale che ammetteranno le loro responsabilità.  Il 24 aprile del 2002 vengono condannati dal gup di Catanzaro a dieci anni di reclusione. Con loro furono condannati a 18 anni Cosimo Damiano Serra, accusato di aver partecipato all’organizzazione e, all’ergastolo, il boss della ‘ndrangheta di San Luca Antonio Giorgi, noto come ‘U Cìceru’, alleato del clan Nirta, che avrebbe incaricato Chirico di mettersi a disposizione delle cosche lametine per eseguire il delitto.

Nessun rappresentante della ‘ndrangheta lametina – tranne Serra – ha pagato per l’assassinio della coppia. I capi storici Francesco Giampà e Nino Cerra sono risultati non indagabili perché assolti per la stessa accusa nel precedente processo del 1999: l’altro presunto mandante, Giovanni Torcasio, era stato assassinato qualche mese prima.

Ma la verità consacrata con le clamorose ammissioni dei due sicari pugliesi è fondata?, si chiede Manfredi. Molte ombre e molti dubbi permangono. Il massimo dell’impegno sembra essersi esercitato nel demolire tutti i risultati delle indagini precedenti. Bersaglio privilegiato, la giovane supertestimone. Così, da “eroina”, Rosetta Cerminara diventa una “mitomane menzognera”. Esce di scena la ragazza-coraggio, scompare un mito, si frantuma la donna “tosta” che regge il confronto con gli agguerriti avvocati della difesa e si copre di fango la medaglia al valor civile.

E’ certamente comprensibile l’impegno a cancellare la testimonianza di Rosetta, contro un "teorema Cerminara", profuso dall’avvocato Armando Veneto, che dai banchi della difesa si è battuto con vigore per la sua causa insieme all’agguerrita pattuglia di penalisti. ‘’Meno comprensibile – spiega Manfredi - è invece un certo accanimento investigativo-giudiziario. Qualche ulteriore luce sulla vicenda potrebbe accendersi anche prossimamente. A Lamezia, si è cominciato a incrinare e a rompere il muro dell’omertà. E forse potrebbero anche diradarsi le ombre che permangono su quella fredda sera di gennaio del ’92’’.

  La Giustizia – come testimoniano le pagine del bel lavoro di Cannone –  con gli Aversa non ha affatto le carte in regola. Sembra incredibile, ma nel tentativo di far luce sull’omicidio di un fedele servitore dello Stato e di sua moglie, lo Stato ha commesso errori madornali. Tanti e tali errori da indurre il Csm ad utilizzare proprio questa esperienza facendola studiare come "esempio da non seguire" in un corso riservato agli uditori giudiziari.

  Enzo Ciconte, parlando di giallo costruito da una mente fervida e fantasiosa, rende merito a Cannone di non far depositare la polvere su questo duplice omicidio e Armando Veneto bolla quello che definisce ‘’istrionismo di alcuni servitori dello Stato’’. Un dato é certo: questa vicenda chiama in causa gli apparati dello Stato e la frenesia di una svolta da dare subito in pasto all’opinione pubblica. Veneto rammenta a tutti che il problema della lotta alla ‘ndrangheta riguarda tutti i cittadini, per evitare che si faccia solo l’antimafia delle carriere, degli encomi e dei benefici, senza ottenere risultati concreti. Il delitto Aversa, da questo punto di vista, continua ad offrire a distanza di tanti anni molti spunti di riflessione e ad indicare strade che non devono essere percorse, pena la mancanza di credibilità dello Stato e della stessa democrazia.