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LA CALABRIA e I PROVERBI. Pane e cipolla a casa tua è meglio della carne a casa d’altri

LA CALABRIA e I PROVERBI. Pane e cipolla a casa tua è meglio della carne a casa d’altri
paneecipolla   Megghiu a la casa tua pani e cipuddha c’a casa d’atri carni di viteddha

Il proverbio è un invito alla frugalità, al cibo essenziale, al pane e alla cipolla: bisogno soddisfatto in modo naturale e necessario (Epicuro) che permette anche di vivere felici, senza asservirsi a logiche di consumo, come insegna Josè Mujca, presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015: <<Se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere>>.

E infatti il ‘pane e cipolla’ risulta vincente sulla ‘carne di vitella’ mangiata a casa d’altri, dove si prova ‘…  sì come sa di sale / lo pane altrui, e com’è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale’ (Paradiso XVII; 58-60); e dove non si può certo pretendere  pane fatto con fior di farina senza che ti rispondano: Pani jancu? A casa tua!

Chi non aveva pane a casa sua era veramente da compiangere; maru (maru < dall’agg. greco mavros, nero, povero, da cui l’aggettivo nniricatu, molto usato a Reggio) a cu non avi pani a lu so zurgu! U zurgu era una cesta a forma di nassa, con l’apertura in alto, in cui si riponeva il pane perché non ammuffisse.

Anche il pane non deve essere abbondante, deve essere adeguato alle esigenze: Lu cchiù esti comu lu picca (il più è come il poco) Cu ndavi pani assai mangia di notti quando invece, normalmente, bisogna dormire.

E la giusta dose di pane deve essere complementare, per i bambini, alla giusta dose di scapaccioni: “Botti e panelli / fannu li figghiòli belli”.

Infatti i le cose sontuose non danno la felicità: Panza china fa cantari e non cammiscia nova, non la camicia nuova fa cantare ma la pancia piena.

Cu si marita si cuntenta un jornu, cu mazza u porcu si ccuntenta n’annu; qui si fronteggiano l’effimero, il sontuoso pranzo di nozze che dura però solo una giornata, e il cibo di lunga durata, le proteine del maiale.

Certo il giorno della macellazione è una festa per parenti e vicini (Mazzasti lu porcu e ti chiudisti, hai macellato il maiale ed hai chiuso la porta, era una censura indecorosa per chi la riceveva) ma poi occorreva centellinare ogni parte per tutto l’anno o, comunque, fin oltre pasqua e le sue quaresime.

Era raccomandata la solitudine del mangiare perché, altrimenti, o si veniva distratti dalle chiacchiere (Quandu si mangia non si parra chi si cumbatti cu la morti) o occorreva entrare in competizione per l’accaparramento del cibo col rischio di strozzarsi: cu mangia sulu non ngruppa mai (non si strozza, non si soffoca per bolo che va nel canale della respirazione).

Ma c’era anche chi, per troppa solitudine per assenza momentanea di persone care, non riusciva lo stesso a mandar giù i bocconi: A cu mangia sulu mancu ci cala.  

Le carni conservate vanno distribuite con parsimonia, come se fosse peccato mangiarle o, in ogni caso, segno di vizio, di cattiva abitudine alimentare: saddizzu / malu ti mbizzu, // suppizzata / mala mparata (salsiccia ti educo male, soppressata male abituata).

Meglio la fetta unta che, però, ai bambini non garbava molto: Pani cu l’ogghiu / no lu vogghiu.

Comunque il mangiare è necessario altrimenti l’affamato mangia di nascosto, rubando anche: Lu mangiari è di ragiuni, cu no mangia a ‘mpalisi mangia a mucciuni.

E poi si sa che, non potendo campare d’amore come Giufà, la buona salute viene dai buoni cibi: U russu veni d’u mussu.

Le pentole, infine, siano di buona fattura: Avi a èssiri ben fatta la pignata / mi veni la minestra sapurita.