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REGGIO COM’ERA. Prima Comunione, feste, cibo e regali

REGGIO COM’ERA. Prima Comunione, feste, cibo e regali
miran Maggio è il mese delle comunioni. E partendo dalla festa della Comunione si può svolgere il filo della storia degli ultimi 50 anni.

Subito dopo la guerra, emergendo dalla fame che fu vera e terribile cominciarono a vedersi gli effetti di un timido benessere che poi si sarebbe diffuso largamente. Facevamo la Prima Comunione con il vestito della festa, che poi avremmo usato in altre dozzine di cerimonie, magari anche qualche taglia più grande (era del fratello maggiore, o di un cugino, o di uno zio, riadattato dalle abili mani delle donne di casa, spesso e volentieri sarte artigianali). Poi, con un giglio in mano, si faceva il giro dei parenti, che regalavano caramelle, o qualche lira (pochissime).

A fine anni ’60 ai vestiti iniziarono ad aggiungersi le feste. Casalinghe, naturalmente. Il giradischi, la Coca-cola, i panini con il cotto e le patatine. Durante la Messa le femminucce indossavano mini abiti da sposa con virginali coroncine di fiori finti sul capo. I maschietti dei completini blu con la cravatta (alcuni anche il papillon) e i calzoni corti e le calze bianche. Solo pochi, con i genitori anticonformisti, o quelli che frequentavano i collegi ecclesiastici, indossavano il saio bianco. Per i bambini di strada degli anni ‘70 indossare il saio era una condanna. Anche guardando le foto dell’epoca si può vedere ad occhio nudo la tristezza nei loro occhi. Il pensiero di una vita monastica, in quell’epoca di rinnovamento culturale, era davvero improponibile. Oggi indossano tutti il saio, ma ho l’impressione che non siano tanto interessati. E poi c’è la festa, ed i regali, e tutto passa, come passava allora.

Alla cerimonia partecipava la parentela intera, comprese le zie che ti sbaciucchiavano insalivandoti e i prozii burberi che sovente si sbronzavano. Tutti i cugini, qualche amico. Il giradischi suonava i dischi da ballare allegramente, ma ballavano soprattutto i genitori. Cose tipo “Il Ballo di Simone”, o “Stasera Mi butto”. In altre case si suonavano allegre tarantelle, in altre ancora si recitava il Rosario. I figli dei più benestanti festeggiavano da “Conti”, e poi a scuola rompevano i maroni con il racconto delle squisitezze.

I regali segnano un distinguo profondo tra ieri e oggi. I neo-ragazzi ricevono meraviglie tecnologiche che allora esistevano solo nei film di fantascienza. Microtelecamere subacquee, computer più potenti di quello che mandò l’uomo sulla Luna, cellulari che rispondono come Hal 9000 di Odissea nello Spazio, piattaforme per giocare che neanche la fantasia più sfrenata avrebbe sognato. Nelle loro facce si dipinge la felicità.

Ieri invece, l’incubo delle penne d’oro. Che poi erano laminate d’oro, e anche a rivendersele non c’era niente da guadagnare. Tre, quattro penne d’oro, anche per chi la penna non la usava neanche a scuola. E poi pendagli, sempre d’oro, per la collanina. Quasi tutti a tema sacro. E i gemelli da polso. Che sarebbero rimasti sotterrati in un cassetto per tutta la vita. Orologi con il cinturino in similpelle. C’erano i regali riciclati. Una zia famosa per la sua tirchieria mi regalò una copia di “L’opera di Carducci nella critica di Marvasi”, di un autore sconosciuto che neanche google lo riporta. Altri regalavano bomboniere ricevute in matrimoni. “Per la sua stanza”, dicevano, porgendo un portacenere a forma di tartaruga.

Erano le feste dell’epoca. Così teneramente naif. Così lontane dall’edonismo contemporaneo. I matrimoni e gli sposi sull’auto scelta tra le migliori di quelle di amici o parenti. Poteva anche essere una Fiat 128. La chiesa e gli abiti e la sfida secolare tra donne sulla palma della più elegante. Le scarpe cacciate sotto il tavolo, ieri come oggi. I fiori e il ristorante. Lo sfarzo del presente era inimmaginabile. Per non parlare del cibo.

Ho ritrovato un menù del 1971: antipasto di prosciutto crudo e melone, quello che oggi mangiamo annoiati in spiaggia. Primo piatto: tortellini con la panna. Il pasto per antonomasia degli studenti fuori sede. Sembrava una squisitezza, una cosa fuori dal comune. Secondo a base di roast - beef con patate al forno e pollo arrosto. Il luogo era il Kalura, altro locale di prestigio a Reggio. Oppure alla sala Venus, a Melito, i maccheroni col sugo di capra, ma li potevi avere anche con il sugo semplice. Oggi in qualsiasi pranzo di matrimonio si trovano ricette ed intingoli degni di Louis Vatel.

Le feste erano allora soprattutto occasioni per ritrovarsi. Non erano frequenti. Non c’erano né i soldi e neanche il tempo. C’era il piacere di stare insieme. Per ballare, con le sedie disposte attorno la stanza, e i genitori a sorvegliare se durante i “lenti” qualcuno diventasse più audace. Per chiacchierare. Anche per pavoneggiarsi, certo. Ma quello è rimasto, identico. È nella natura dell’uomo.

Oggi invece le feste sono talmente frequenti da azzerare la loro importanza. Compleanni, onomastici, la fine della scuola, l’inizio della scuola, la licenza media, il diploma, e così via. Quasi tutte celebrate fuori, spesso con faraoniche cene.

Festeggiai i miei diciotto anni a casa con qualche amico e i calzoni fritti e gli arancini del forno sotto casa. Ricevetti una bici da corsa e un orologio al quarzo con la musichetta. Il miglior regalo me lo fece la nazionale, che quel giorno sconfisse l’Argentina ai mondiali del 1982. Poi andammo con due amici a bere una birra in una pizzeria semideserta. Sapevo cosa era la felicità.

I diciotto anni di un ragazzo contemporaneo durano tre giorni. Giochi di fuoco, film, nottate in discoteche noleggiate per l’occasione. Cene con ventuno portate. Il pre -diciottesimo. Il post- diciottesimo. Regali da mille e una notte.

Ma loro, i ragazzi, niente. Dovrebbero essere felici come rondini in primavera, invece niente. Sempre con queste facce annoiate e arrabbiate. Con questo sarcasmo infelice e caustico.

Non so se oggi sia peggio. Il miglioramento economico è sotto gli occhi di tutti. Basti pensare ai tortellini con la panna al pranzo di matrimonio. Ai regali tristi.  È soltanto diverso. Forse la regola del capitalismo consumista che il possesso di beni sia un viatico per lo star bene è falsa. Forse “possedere” sottrae energia all’essere, e allo stesso gusto di condividere. Forse, semplicemente, “il troppo è trippa”, come dicevano i vecchi saggi.

Sicuramente una differenza c’è. L’individualismo sfrenato ha reso le feste occasioni per diventare stelle per una sera. Eroi, ma soltanto per un giorno, come scriveva il Duca Bianco.

Feste di solitudine, nell’era dell’opulenza superflua.