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LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Cattivi maestri di Giacomo Panizza

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Cattivi maestri di Giacomo Panizza
panizza   Un prete malmenato e ridotto in coma da una banda di ragazzi. Un giovanissimo che uccide un coetaneo per uno sguardo in più rivolto ad una ragazza. Un arresto eccellente che resterà alle cronache per il baciamano al boss. Tre episodi avvenuti a pochi giorni l’uno dall’altro in Calabria.

Il terzo più chiaramente legato ad uno specifico ambiente, i primi due, di fatto, sarebbero potuti accadere in qualunque periferia, ma tutti leggibili attraverso lo schermo della sottocultura ‘ndranghetista.

All’urgenza di una «sfida educativa alla pedagogia mafiosa», è dedicato Cattivi maestri di Giacomo Panizza (prete bresciano che vive da oltre trenta anni in Calabria, dove ha fondato la comunità Progetto Sud), pubblicato da Edizioni Dehoniane: il cui titolo va inteso «a rovescio, ironicamente opposto a come l’intendono coloro che sono interessati più alla conservazione di uno status quo ingiusto e vantaggioso per alcuni, piuttosto che alla ricerca di strade di giustizia valide per tutti.»

 «I nostri “cattivi maestri” non si appassionano prioritariamente alle cose ma alle persone – in particolare a quelle innocenti, bisognose di crescere e di emanciparsi –, con le quali si relazionano educandole, sperando che dall’interno di ciascuna sboccino pensieri propri, voglia di libertà, individualità, emozioni, dignità, fiducia e compassione. Non abboccano a falsi irenismi ma stimolano il risveglio delle coscienze, non si accodano a chi comanda ma accendono fuochi che scombussolano e inverano pensieri e legami abitudinari e scialbi.»

«Laddove una diffusa mafiosità fa il paio con i moralismi di basso profilo, servono maestri che vadano controcorrente per rafforzare l’educazione alla giustizia e alla legalità. Chi educa è chiamato a praticare la giustizia e non i legalismi, con spalle large allenate a sostenere di venire messi all’indice dai mafiosi e dai loro complici in affari che lo catalogheranno come “infame”, e a esporsi allo scherno di coloro che si auto-assolvono dalle proprie paure e vigliaccherie adducendo che chiunque pensa di riuscire a educare alla legalità non è altro che un illuso. Costoro, al modo dei mafiosi, stimano un sempliciotto chiunque si metta in testa di potersi occupare validamente della crescita dignitosa dell’infanzia e dell’adolescenza, delle famiglie e della società, della democrazia e del bene comune.»

Primo passo essenziale per ben educare è conoscere nel profondo «l’educazione totale, dura, mortale» che la mafia impartisce ai suoi figli, «una pedagogia coniata, sperimentata e trasmessa da loro, è un sapere che tramandano di generazione in generazione.»: «È un’educazione performante, al punto che essi intendono come “bene” ciò che dagli altri è inteso come “male”. Siamo di fronte a un’educazione totale poiché totale è il controllo operato da parte di chi educa e totalizzanti sono i metodi e i significati che trasmette a chi viene educato. Lo si deduce da come le diverse mafie – non solo La ‘ndrangheta – padroneggiano e manipolano i sentimenti e i valori della famiglia, da come usano e stravolgono i simboli e i significati religiosi, da come ritualizzano, premiano e castigano. .»

Il passo successivo è sapere che «“apprendere e insegnare” (…) sono due verbi all’infinito presente, mai racchiudibili in un tempo o in un luogo perché non sono automaticamente riproponibili dappertutto e per tutte le stagioni.» e che, chi insegna, deve essere disponibile a imparare da chi apprende.

L’obiettivo è cercare sempre rinnovate modalità educative e rieducative, che diano orizzonti nuovi sia a insegna che a chi impara: «Mi piace un mondo capire le cose da solo, come anche impararle dagli altri e insieme agli altri. Ho potuto così condurre azioni sociali e imbastire percorsi educativi anche con giovani che non credevano di poter imparare, cambiare e crescere. Insieme agli altri ho collaudato espedienti buoni per tenersi alla larga da pensieri di rassegnazione, ho re-immaginato scelte liberanti e messo in atto strategie per non farsi imbrigliare in rapporti clientelari e mafiosi. Per questo, a chi incontro sprovvisto di un alfabeto minimo, necessario per comprendere se stesso e la società, mi viene naturale proporgli di riflettere, leggere e dialogare, mentre con chi ha ruoli educativi capisco al volo quando si tratta di accompagnare i “piccoli” a crescere nella corresponsabilità dei diritti e dei doveri di cittadinanza, e tener duro quando si viene rimproverati di essere “cattivi maestri”.»

Giacomo Panizza, Cattivi maestri, Edizioni Dehoniane Bologna, euro 15