Direttore: Aldo Varano    

LA CALABRIA e i PROVERBI. Ma 100 figli non mantengono un genitore

LA CALABRIA e i PROVERBI. Ma 100 figli non mantengono un genitore
figli Quant’è bella la vera amistati / mamma cu figghi e soru cui frati

Il proverbio, che abbiamo scelto per introdurre i rapporti intrafamiliari, presenta la forma amistate < dal latino amicitas che si trova in molte lingue romanze (provenzale, lingue iberiche, italiano) e che ancora non ha subito l’apocope, con il conseguente accento sull’ultima sillaba, si è conservata ancora nelle lingue sarde in dis-amistade, inimicizia; la vera amicizia è dunque quella della mamma con i figli e dei fratelli di entrambi i sessi fra di loro.

Rimane escluso dalla struttura prescrittiva il padre-padrone, quasi estraneo agli affetti e legato ad un irrinunciabile ruolo autoritario.

Ma un altro proverbio recupera il ruolo paterno, unitamente a quello della madre, in prospettiva post-mortem: figghi ndi fazzu /  frati, soru e mariti ndi mbrazzu / ma senza  mamma e patri comu fazzu? (figli ne faccio / fratelli, sorelle e mariti li posso abbracciare / ma senza mamma e padre come posso riparare?).

Ma la mamma ha un posto privilegiato, la mamma è l’arma per difendersi ma anche la mamma è l’arma nel senso di anima, la parte più nobile degli esseri umani, si veda il siciliano confidenziale armuzza mia, mia piccola anima.

I guai dei genitori aumentano con l’età dei pargoli: figghi pìcciuli / guai pìcciuli // figghi grandi / guai grandi // figghi maritati / guai dupplicati.

Il rapporto genitori – figli non è intercambiabile: nu patri e na mamma cuvernanu centu figghi / e centu figghi non cuvernano un patri o na mamma (Una padre e una mamma curano la crescita di cento figli / ma cento figli non ristorano i genitori al momento del loro bisogno).

A maggior ragione i nipoti che godono di ogni premura e poco rendono, come i virgulti succhioni rispetto al tronco dell’albero: niputi pùtali / e quando jèttanu / tornali a putari (i nipoti vanno potati / e quando ricacciano / occorre potarli di nuovo).

Figuriamoci i poveri mariti che vengono considerati sangue estraneo dai familiari delle mogli e posposti ad essi: u toi ‘o toi / ‘o stranu quando poi (dai le cose tue ai membri della tua famiglia e dai agli estranei solo ciò che ne rimane), maritu maritu / scursuni di cannitu (marito marito / serpe da canneto), u maritu è bonu sulu p’a gamba i supra (il marito serve soltanto per appoggiare la gamba sul suo corpo e stare comode durante il sonno), pacenza arma / me maritu non è comu a me mamma!, sii paziente anima mia / che mio marito non è benevolo come lo è stata mia mamma.

La prima cosa da fare appena sposati è isolare il malcapitato dai suoi familiari, segnatamente dalle donne: socira e nora / centu migghia fora (suocera e nuora devo abitare a distanza di cento miglia), la vera maritata / senza sòcira e senza cugnata (la sposa è a suo agio quando è lontana dalla mamma e dalla-le sorella-le del marito).

Ovviamente, una volta operata la cesura, un marito buono ed uno cattivo non sono da mettere alla pari: u maritu bonu ti pingi / u maritu malu ti tingi (il marito buono ti fa assumere il colorito delle donne ritratte dai pittori / il marito cattivo ti inguaia, letteralmente ti fa diventar nera di rabbia e di miseria).