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LA CALABRIA e i PROVERBI. Quando l’asino non vuol bere è inutile fischiare

LA CALABRIA e i PROVERBI. Quando l’asino non vuol bere è inutile fischiare
 asino  Lu sceccu chi mangia ficari / si leva lu viziu quando mori

Un asino antropomorfo che coltiva un vizio eccezionale: quello di mangiare foglie di fico che certo non sono il più spregevole degli alimenti. Sintomo nella parabola delle stravaganze  cui i viziosi si dedicano fino alla fine dei loro giorni. Ma, d’altra parte, è noto che tra i cibi preferiti dagli asini c’è anche la gramigna (lu gustu di lu sceccu è la gramigna) che, a differenze delle foglie di fico, è un’erba medicinale e ricca di molte virtù. 

Quandu u sceccu non voli mbìveri / avissi vogghia mi nci frischi, dedicato a chi vuole indorare col fischio sirenico un’offerta, quella dell’acqua, che è essenziale ma deve essere necessaria: anche l’asino vuole mangiar quando ha fame e bere quando ha sete, non quando conviene al padrone che già dispone abbastanza di lui (ttacca u sceccu undi voli u patruni / puru mi si lu mangianu li cani) ma non può disporre della sua sete.

Quella della bevuta anarchica è una caratteristica non solo dell’asino: già i romani erano convinti che bos ad aquam tractus / non vult potare coactus.

Cu nci lava a testa ‘o sceccu / perdi l’acqua e la liscìa, dedicato a chi si propone di illuminare uomini che stanno bene nella loro condizione di servitù: e viene in mente Kant, illuminismo è l’uscita dalla condizione di minorità che ognuno deve imputare a sé stesso.

Lavare la testa no ma avere un po’ di pazienza fa bene anche al padrone: E chi facimu? Ampena u sceccu tira a puntata nci tagghiàmu l’anca? Ovviamente, e a maggior ragione, occorre essere ponderati nel reagire alle avventatezze degli uomini.

Puru nu sceccu ‘a fimmina nci piaci / basta chi ndavi u cappeddhu dove si stigmatizza la superficialità della scelta femminile: Le donne sono capaci di prendersi per marito anche un ciuco, purché ‘insignuriutu’, cioè con il cappello in testa (I.Chiappinelli Rianò, Proverbi e detti della Locride, p. 89).

U sceccu chi portau l’acqua / si la mbippi, l’asino che portò l’acqua se la bevve, quando l’acqua si portava a casa con i barili; detto di chi conferisce solo formalmente una cosa ad un convito e poi se la mangia lui stesso.

Fari u sceccu nt’o linzolu, si riferisce all’attività ricreativa fondamentale per l’asino che è quella di rotolarsi nella polvere ignaro degli impegni che lo attendono; così l’asino uomo spensierato che si rotola fra le lenzuola facendo finta di non capire quanto difficile sia la vita.

Lu mulu a la nchianata , lu sceccu a la pendina e lu cavaddhu a lu chianu ci parla dell’ottimizzazione nella scelta della vettura a secondo delle caratteristiche del terreno: il mulo va bene per il trasporto in salita, il cavallo per la pianura e l’asino per i pendii. 

L’asino a due piedi è pieno di vanterie che il quadrupede nemmeno si sogna (mi vantu e mi vant’eu / bellu sceccu chi su eu  (mi vanto e mi vanto io / bell’asino che sono) e, a volte, è cieco più degli asini nel far ricadere sugli incolpevoli le conseguenze delle proprie azioni: Li scecchi si sciarrìanu e li barìddhi lèvanu la furia (gli asini litigano e i barili che hanno sulle some si rompono).

Infine alcuni proverbi sulle transazioni asinine: ‘O sceccu bonu non nci mèrunu ciancianeddhi (l’asino buono non ha bisogno di sonagli), u sceccu bonu a la so staddha mori (l’asino buono muore alla sua stalla), i zagareddhi sulu ‘e scecchi d’i zingari: I nastri rossi stanno bene sulla cavezza degli asini degli zingari che, disabituati al lavoro e pieni di piaghe, hanno bisogno di fumisterie per confondere il compratore.

Ma gli zingari, buoni commercianti di bestiame scadente, a volte incappavano anch’essi nella transazione sbagliata come quel giovane innamorato della musica che scambiò un asino carico di grano con un organetto: haggiu cangiatu u ciucciu c’u ranu / e m’annu datu u zunghitizù!