Direttore: Aldo Varano    

L’INTERVENTO. ‘Ndrangheta e comunisti nella storia della Calabria

L’INTERVENTO. ‘Ndrangheta e comunisti nella storia della Calabria
Caulonia   Ho letto con grande interesse il libro di Isaia Sales “Storia dell’Italia mafiosa”. Un lavoro serio e fuori dai luoghi comuni che normalmente si leggono sulla criminalità organizzata e sul Mezzogiorno d’Italia.

Secondo l’autore le mafie sono un fenomeno legato alle classi dirigenti italiane: “la storia delle mafie meridionali non è storia di semplici organizzazioni criminali, bensì la storia dei rapporti che l’insieme della società (locale e nazionale) ha stabilito, nel tempo, con questi fenomeni criminali, e viceversa, è storia dei rapporti che il crimine organizzato ha allacciato con il mondo esterno.”

Non c’è alcun dubbio che la mafia siciliana sia stata storicamente legata alle classi dominanti dell’Isola e della capacità di queste di intessere rapporti saldi con i governi nazionali. E’ stato così anche per la “Camorra” soprattutto nell’Ottocento.

E’ stato così anche per la ndrangheta? Oppure la ndrangheta ha avuto una origine ed una evoluzione diversa? Tenterò di dare una risposta: la ndrangheta è nata come strumento delle classi subalterne, collegata alla storia del ribellismo calabrese. Non a caso si collocò a “Sinistra” e fu soprattutto comunista.

 Nel febbraio del 1945, Roccaforte del Greco è indicata come la Stalingrado della Calabria per l’altissima percentuale di militanti comunisti. Molti di loro, o quasi tutti, erano anche ndranghetisti. Sindaco del paese è un calzolaio Orlando Cassini, comunista e, probabilmente, ndranghetista. Un sindaco calzolaio è già una rivoluzione. Infatti le antiche classi dominanti non accettano la sua nomina. Succedono dei disordini. Un gruppo di facinorosi circonda la casa del sindaco che si barrica dentro con la moglie, la suocera, un fratello e quattro figlioletti tremanti. Gli assedianti riescono a penetrare all’interno dell’abitazione. Cassisi è armato. Spara e uccide uno degli assedianti e mette in fuga gli altri. Verrà arrestato e destituito da sindaco, quindi prosciolto per legittima difesa, ma resterà comunista.

Solo un mese dopo i fatti di  Roccaforte la rivolta esplode a Caulonia. I rivoltosi di Caulonia “arrestano” i carabinieri e le guardie forestali, istituiscono il “tribunale del popolo”, sequestrano la famiglia del pretore, minano i ponti di collegamento al paese, armano un esercito di contadini scalzi, malvestiti, spesso analfabeti, proclamano la “Repubblica”. Processano e condannano, spesso arbitrariamente, (sulla scia di quanto avveniva nei tribunali dello Stato), i presunti “nemici della popolo”.

I grandi giornali nazionali bollano “la Repubblica di Caulonia” come una rivolta di ’ndrangheta, utilizzando soprattutto i precedenti penali del sindaco comunista, Pasquale Cavallaro. “[...] Il parroco Amato è stato barbaramente ucciso nella sua dimora di campagna. Egli non aveva che un nemico, il delinquente sindaco Cavallaro [...] Costui, che non avrebbe potuto essere elettore, da 18 mesi era a capo dell’amministrazione comunale. Nella Locride, purtroppo, tutta la malavita e tutta la mafia trova ricetto nelle fila del Partito Comunista” (da Il Popolo, organo della Democrazia Cristiana). Un anno più tardi ad Africo (vecchio) i “comunisti” andranno all’assalto della stazione dei carabinieri, utilizzando finanche bombe a mano. Protestano perché un militante del partito era stato fermato, portato in caserma e picchiato al solo scopo di rubargli un paio di scarpe nuove. I rivoltosi sono capeggiati da un ex ergastolano: Santoro Maviglia.

Qualche anno più tardi Nicola D’ Agostino, sindaco comunista di Canolo, e capo della ndrangheta locale, viene mandato al confino. Il PCI difende con forza il sindaco di Canolo, sul piano teorico con uno scritto di Rosario Villari e Adolfo Fiumanò sulla rivista “Nuovi Argomenti”; sul piano politico con un vibrante intervento di Mario Alicata contro il confino di polizia.

Del resto, ci sono documenti inoppugnabili che dimostrano il legame tra il PCI e la ndrangheta.

Nel 1944  Adalino Bigotti, dirigente nazionale del PCI, annota nei suoi verbali, redatti nella federazione di Reggio Calabria, l’esistenza di squadre d’azione composte “esclusivamente di elementi di malavita, da usare, secondo l’intenzione dei compagni, per “azioni di difesa” all’interno delle quali “il caposquadra è per lo più un maffioso come pure il vice caposquadra. Mentre il commissario è sempre elemento politico con funzioni di controllo e propagandistiche, e diritto di veto. I compagni garantiscono della bontà del sistema” (Piero Bevilacqua).

Secondo Bilotti, Eugenio Musolino, futuro deputato alla Costituente e autorevole esponente del partito (per il quale aveva scontato una decina di anni di carcere), afferma: “Nella provincia di Reggio quelli che hanno dieci in condotta sono elementi passivi, quelli che hanno zero in condotta sono elementi combattivi di fronte ai padroni”.

Per esercitare il dominio sulla società calabrese sino alla seconda metà del secolo scorso, le classi dirigenti non avrebbero avuto alcun bisogno della ndrangheta, disponendo già -ed arbitrariamente-  delle caserme dei carabinieri, dei commissariati di polizia, dei tribunali, delle preture e di qualsiasi altro centro di potere.

Anzi qualsiasi nucleo popolare armato sarebbe stato visto come potenziale pericolo.

Il Partito comunista utilizzando una propria intelligente chiave di lettura della società, decifrò la ndrangheta come una risposta, sicuramente sbagliata, alla violenza secolare delle classi dominanti.

Una società di uomini liberi, più giusta, più uguale e più umana, sarebbe stato il naturale antidoto alla ndrangheta.

Non è un caso che finché in Calabria le lotte sociali e le speranze di riscatto popolari furono forti, la ndrangheta restò un fenomeno decisamente minoritario e marginale.

Tutto cambia quando le classi dirigenti, a metà degli anni cinquanta, decidono di trasformare la ndrangheta in strumento di governo. Nel giro di pochi anni riescono a piegare le poche cosche “ribelli” assicurando privilegi ed impunità alle cosche “docili” e “collaborative”.

La ndrangheta diventa parte del sistema di potere dominante, accetta le regole del “capitalismo” selvaggio, stipula patti simili a quelli già in atto con la mafia siciliana.

I capi ndrangheta diventano progressivamente impresari del crimine, “padroni” tra i padroni.

Nello stesso tempo la progressiva estinzione della “Sinistra”, come strumento di lotta e di speranza per gli “ultimi”, ha aperto un varco sempre più ampio alla penetrazione della nuova ndrangheta nella società.

La presunta lotta alla ndrangheta che le forze politiche conducono, solo a parole ed a rimorchio di alcuni PM, serve solo a nascondere la rinuncia a sterilizzare il ventre da cui la ndrangheta nasce. Da ciò discende l’assoluta inefficacia di una “lotta” trentennale che non ha sconfitto la ndrangheta ma ha consentito che in nome della “legalità” e di una presunta “morale”  il più  imponente drenaggio di risorse dal popolo alle oligarchie politiche, burocratiche, finanziarie del nostro Paese.

Non so se partendo dal libro di Isaia Sales ed osservando “l’evoluzione” della ndrangheta in Calabria, si possa arrivare alla conclusione che non si sconfigge la ndrangheta se non cambiando il “sistema”. Non occorre una rivoluzione ma solo un autentico rispetto verso la Costituzione.