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TEATRO PRIMO. Dora in avanti di Domneico Loddo

TEATRO PRIMO. Dora in avanti di Domneico Loddo
dora in avanti Quando a scrivere un monologo teatrale è Domneico Loddo, non sai mai cosa aspettarti. È stato così anche ieri sera con lo spettacolo teatrale Dora in avanti interpretato da Silvana Luppino che valorizza e arricchisce l’atto unico, un testo complesso e difficile ma che fa finta di non esserlo troppo. Quando entra in scena, al pubblico sembra già di sapere tutto della protagonista: una donna aggressiva, nevrotica che frequenta un corso Zen per gestire il tormento che la disturba con scarsissimi risultati; e dirotta l’attenzione dello spettatore con elementi affrontati con spirito ludico: la poesia Patafisica “la scienza delle soluzioni immaginarie”, i palindromi, e ancora il cinema di Kieslowski. Ma è tutto un gioco, come la vita, in cui Dora è la protagonista, l’antagonista, ma anche l’autrice e regista. Silvana Luppino incarna il ruolo di Dora con intensa partecipazione. Appassionata e lucida gestisce con naturalezza la gamma di emozioni che attraversano il personaggio. Invita il pubblico all’interazione, ammicca allo spettatore, chiede conferme del suo essere, del suo esistere come Dora e tutto diventa un gioco dentro e fuori la scena, dentro e fuori la vita di ciascuno di noi, in cui ognuno si riconosce. “La vita è una penetrazione. Altrimenti non  ce ne andremmo tutti in giro a cercare di lenire i dolori di questa bolgia chiamata esistenza. Nessuno neanche immagina quanto possa essere grande la disperazione di un altro, perché è troppo occupato ad accudire la propria” così dice Dora ferma, immobile nel tempo del suo passato, dell’irrisolto rapporto col padre polacco che l’ha abbandonata; sembra quello il problema, e forse lo è, ma solo per cominciare. Il dramma che racconta in scena è un altro. E di dramma in dramma, la costruzione del lavoro teatrale si fa circolare, e come in un domino le tessere restano in piedi solo per poi farle cadere, svelando il mistero che si cela dietro quel figlio che Dora ha partorito e che le è estraneo. Estraneo e abbandonato tra le braccia del padre del bimbo, che non è il marito di Dora perché... Ma se volete conoscere la storia andate a teatro!

Per tutto il resto, Domneico Loddo indaga sul dolore dell’esistere, sulla difficoltà di vivere affrontando i propri mostri puntando dritto all’uscita che “è dentro”, magari con l’aiuto di qualcuno o forse meglio di no, visto come è andata a finire per Dora. Racconta la rabbia di ogni uomo, e scandaglia con quella sua penna usata come un bisturi tra le parole, rintracciando quelle perfette per descrivere la sofferenza chiusa nei silenzi delle donne, nel loro parlare inestinguibile di cose da poco, fornendo una serie di interrogativi per i quali non esistono uniche risposte, ma ognuno può tentarne qualcuna. I personaggi di Domneico Loddo non hanno problemi: hanno subito traumi. Sono soggetti feriti in modo quasi sempre insanabile e la loro ricerca sul palcoscenico è sempre vana. La vita così diventa un girare a caso, un riavvolgere il nastro dei ricordi per inciamparci continuamente fingendo che si tratti di qualcos’altro. Interviene il gioco, l’incastro dotto, con le piccole fobie dell’autore, le sue manie, i suoi interessi più vari, che si manifestano nel talento di rendere lieve il disperato dramma sulla scena.

Un meritato applauso anche alla regia di Christian Maria Parisi che saputo rendere tutta l’angoscia del testo e ha fatto materializzare in un’ombra, l’incombente coprotagonista assente di Dora in avanti: il padre.

Andare a teatro è giocare a nascondino tra noi e il palcoscenico vivo, capace d’incarnare vite possibili e impossibili, per poi, come sempre, nella catarsi uscirne migliori.