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LA CALABRIA e i PROVERBI. L’Arte a chi sa farla, il biscotto a chi non ha denti

LA CALABRIA e i PROVERBI. L’Arte a chi sa farla, il biscotto a chi non ha denti
treccani    Danci l’arti a cu la sapi fari / e lu biscottu a cu non avi denti

È preferibile dar da mangiare il biscotto (il pane duro, infornato due volte, non i ‘pavesini’ o i ‘savoiardi’) a chi è sdentato anziché far realizzare qualcosa a chi non ha le competenze.

L’arti qui sta per mestiere artigiano; iva all’arti o, anche, ‘o mastru chi voleva sfuggire alla zappa e emergere di qualche millimetro nella scala sociale; e l’apprendistato del discipulu era anche scuola di vita tesa a scoprire se fosse intenzionato a sacrificarsi oppure se fosse un perdigiorno.

In ogni caso si trattava di educazione permanente, perché l’arti non si finisci mai di mparari.

Poi poteva darsi che l’adolescente cambiasse in corsa, che da barbiere si facesse falegname, ma nella società contadina le cose che uno aveva imparato servivano sempre (mpara l’arti e mèntila da parti).

L’importante era saper fare qualcosa e più cose si sanno fare meglio è: omu , cavallu e cani, quantu òpera tantu vali (uomo, cavallo e cane, vale in proporzione delle cose che sa fare). Naturalmente chi sa fare le cose complicate riuscirà in quelle semplici, anche se non le ha mai fatte: cu faci còfani faci panara (chi fa le ceste per il basto riuscirà anche a fare i panieri).

Cu si manìa non penìa (chi ha abilità manuali non soffre) e, ancora, cu ndavi un mesteri a mani / non mori mai di fami (chi la il mestiere in mano non patisce mai la fame).

In ogni caso l’artigiano poteva quanto meno vantare l’autonomia nelle scelte: u mastru pignataru menti a manica undi voli.

Gli artigiani erano gelosi l’un l’altro e, quando avevano da fare qualcosa in comune, addossavano agli altri la responsabilità di qualsiasi errore.

I barbieri erano i più criticati tanto che, facendo rima con ‘mugghieri’, entravano sempre nelle combinazioni paremiologiche spregiative: sartu e barberi non campa mugghieri, scarparu e barberi non campa mugghieri.

A volte lo stesso artigiano, pur dedicandosi a due di mestieri, non riusciva lo stesso a ‘campare’ adeguatamente figli e moglie.

Ma anche i falegnami non se la passava tanto bene: U mastru d’ascia / juornu e notti sempri alliscia / fa bagulli, stipi e casci / ma la vurza è sempri liscia, (Spezzano, 145) e figuriamoci il forgiaru (fabbro): U forgiaru / mina ‘a mazza e manticìa / ma si stringi la currija, cioè il fabbro pesta col martello (mazza) il ferro arroventato dal carbone soffiato dal mantice (manticìa) ma sempre la cinghia stringe.

I scarpari ticchi ticchi / sempri poveri  e mai ricchi (con l’onomatopea del battere col martello sulla ‘forma’).

Poveri e male in arnese, gli artigiani: scarparu scazzu e sartu ch’i pezzi ‘o culu.

Proverbi contradditori, dunque, sulla fortuna e sulle prospettive di ‘lavoro autonomo’: quelli negativi provenivano di certo dalle classi agrarie mentre quelli positivi maturavano di sicuro negli ambienti urbani.

*Ernesto Treccani, La lunga strada, 1957, olio, 100 per 50