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Mimmo Gangemi nella la Città di Pietra

Mimmo Gangemi nella la Città di Pietra
zungri Impattarono in un alto costone. Un unico e compatto blocco di arenaria, di un tenue marrone, digradava, ripido e tra strapiombi da vertigini, dagli altpiani delle Serre vibonesi, scendeva frettoloso, con tratti a picco, fino al fondo di un fosso dove scorreva un torrente. Vi si quietava prima di affrotare il versante opposto, altrettanto ripido, vestito di ulivi e di macchia mediterranea. Lì, in un tempo imprecisato tra il XII e il XIII secolo, la sorte aveva condotto i passi dei monaci basiliani, partiti dall’Oriente per scampare alle persecuzioni dell’iconoclastia.

Approdati in una spiaggia del Golfo di Sant’Eufemia, avevano puntato le alture in cerca d’un nuovo inizio, risalendo il corso della fiumara Malopera – quella del fosso – d’estate un’acqua timida che ergeva appena un fruscio dal silenzio della natura, d’inverno, con le piogge, una dannazione che urlava prepotente la rabbia e portava rovine.

Quando furono ai piedi della rupe, lo decisero il luogo dove fermare i giorni, per la terra fertile e generosa di sorgive, la posizione difendibile o di facile fuga, la piena visuale sul mare ostile la cui linea di confine con il cielo tenere sempre d’occhio per avvistare le predatrici navi saracene già al primo loro sorgere dall’orizzonte acquoso.

E il blocco di arenaria non pareva troppo complicato da domare per piegarlo alle modeste esigenze della vita monacale. E infatti si arrese, lasciandosi sventrare, penetrare gli intestini. Ne vennero antri a uno o più livelli, a pianta rettangolare, quadrata, circolare, con tetti a cupola e prese d’aria. Nelle pareti, incassi e nicchie, per i letti, le icone, le suppellettili. Finché le grotte furono ambienti da vivere, con il grosso spessore dei muri che rendeva minime le escursioni termiche, frescura in estate e un clima temperato in inverno. Oltre alle celle dei monaci, aree per il culto, magazzini per il grano e le derrate, cisterne, palmenti, una calcara per realizzare il grassello di calce. Anche i percorsi interni, scalinate per lo più, e gli ingegnosi sistemi di canalizzazione dell’acqua piovana e di sorgiva li sagomarono nell’arenaria.

I monaci si offrirono agli ’indigeni’ arricchendo le conoscenze in campo agricolo, artigianale, urbanistico persino.

Quel villaggio strappato alla montagna, una testimonianza unica nel suo genere, è a ridosso di Zungri, un paesino del vibonese il cui nome è la storpiatura di un termine greco traducibile con ’pietra’. Ed è noto come la ’Città di pietra’. O ’insediamento rupestre degli Sbariati”, dal soprannome degli ultimi proprietari del sito, dove il dialettale ’Sbariati’, più che ’sbandati’, è da intendere ’sfollati’, in connessione con i monaci in fuga, sfollati, appunto, dalle terre d’Oriente.

Pure scavate nell’arenaria, le neviere, vasche sotterrate dove i nevari conservavano la neve, proteggendola con paglia perché durasse fino in estate, quando serviva anche a fare la scirubetta, l’antenata della granita, assieme quella neve ghiacciata e vino cotto.

Alle neviere è riconducibile la venerazione per la Madonna della Neve – il nome Maria Neve è frequente a Zungri. Nell’altare dell’omonimo Santuario è esposto il quadro della Sacra Famiglia – con la Madonna, il Bambino, Sant’Elisabetta e San Giovanni – di pregevole fattura, realizzato nella prima metà del Cinquecento da un artista di bottega o di scuola raffaellesca, forse Giulio Romano, forse Santi Di Tito. Leggenda vuole che sia stato rinvenuto accanto a quelle fosse, dietro un cespuglio innevato. In più, il dipinto mostra una finestra aperta su un monte sfumato che sembra l’Esquilino. E questo riporta all’evento miracoloso della nevicata di Roma nella notte tra il 4 e il 5 agosto del 358, quando la Madonna apparve in sogno a due patrizi e al Papa Liberio I e volle che fosse edificata la chiesa che poi prese il nome di Basilica di Santa Maria Maggiore.

Non è dato sapere se l’immagine conceda miracoli. Certo è che, quando nella seconda guerra mondiale la ’Città di pietra’ fu utilizzata come riparo dai temuti bombardamenti degli Alleati sul vicino accampamento dei soldati tedeschi, il cielo, dacché era di un azzurro che pareva avessero impiegato tutta la notte per lustrarlo, a che si coprì per intero di nuvole basse che impedirono dagli aerei la vista giù e di sganciare la morte. In quei giorni in una delle grotte nacque una bambina.

La ’Città di pietra’ la riscoprirono negli anni ’70 i turisti stranieri che affollavano la vicina Tropea. Era sepolta sotto una foresta di spine e se ne stava perdendo la memoria. Decenni che nessuno dei locali vi si avventurava: incuteva timore per la credenza che in quegli antri vagassero gli spiriti degli antichi monaci e che fossero lamenti di anime restie a separarsi del mondo i lugubri ululati del vento che s’incuneava impetuoso nella vallata, impattava nel costone e ne penetrava le cavità.

Oggi che i visitatori la percorrono a migliaia è il segno importante di un passaggio, l’intatta rappresentazione di un’irripetibile civiltà rupestre.