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L'INTERVENTO. Ma i calabresi sono ribelli?

L'INTERVENTO. Ma i calabresi sono ribelli?
pima Per (s)fortuna (soprattutto di chi ha la pazienza di leggermi) non sono un sociologo o un antropologo, e, quindi, raramente mi avventuro in questi settori. Men che meno se si tratta di analizzare un popolo spaventosamente difficile e complesso come quello dei calabresi. Su questo argomento (i calabresi) mi faccio spesso delle domande, questo sì, ma non sempre riesco a trovare anche risposte convincenti ai miei quesiti. Ad esempio, siamo, dunque, noi calabresi, un popolo di generosi, o di irriducibili individualisti, del tipo “a tri parmi d'u xxxx meu, aundi pigghia, pigghia”? Siamo un popolo di cronici scansafatiche, o di muli da fatica dediti per tutta la vita a spaccarsi la schiena, senza un preciso orizzonte, un barlume di riscatto, un sentore, anche lontano, di “luce in fondo al tunnel”? Siamo un popolo di ignoranti, da ultimi in tutte le classifiche di merito, o di fieri discendenti degli antichi Greci e della cultura che li (ci?) rese noti e ammirati in tutto il mondo? Siamo un popolo di violenti e delinquenti (come spessissimo ci dipingono le colonne infuocate di Stella e C. Macrì dal Corrierone), o di miti e remissivi pecoroni, per i quali potrebbe ancora valere la celebre chiosa di Giuseppe Galanti (“Il popolo calabrese, per le oppressioni che soffre, è meno facinoroso di quello che dovrebbe essere”, 1792)?

Al riguardo ho le mie opinioni, è naturale, ma il pudore mi impedisce di avventurarmi pubblicamente in campi nei quali la mia scarsità di dati da analizzare non gioverebbe ad alcuno ed ad alcunché, mancandomi anche la vanità del presenzialista a tutti i costi. Un po' meglio mi riesce di esprimermi quando si tratta di provare a difendere la storia della mia terra dai maltrattamenti a cui essa è fin troppo spesso sottoposta da tanti “tiratori di giacca” che cercano affannosamente di adattare ai propri convincimenti i fatti (e sottolineo il “fatti”), cioè gli atti realmente accaduti e provati, non le invenzioni direttamente derivate dal proprio, personale, libro dei sogni. Talora in totale dispregio delle più elementari regole della scientificità, che, come dovrebbe esser logico, impone l'esibizione delle prove a sostegno di quanto si dichiara.

Può avvenire, così, di assistere a mirabolanti acrobazie dialettico-mentali, in base alle quali persone di dichiarata fede di sinistra (pare brutto, oggi, usare il termine “comunista”) si ritrovano a difendere la memoria di lugubri esempi del più retrivo totalitarismo (il fascismo fu quasi poca cosa rispetto all'assolutismo borbone), finendo con lo scoprirsi compagni di viaggio di quanti reazionari lo sono dalla nascita, molto spesso per tradizione di ceto di appartenenza. O, addirittura, di esaltare a dismisura gli esempi di bassa lega civile, quali i briganti, per un malinteso senso di identificazione di costoro con “i deboli che si ribellano alle ingiustizie sociali”: e giù, a stracciarsi le vesti, ed impiegare, per giunta, tempo ed energie per tentare l'impossibile impresa di ridare dignità a chi la dignità se l'è distrutta da solo, con l'orrore delle proprie azioni che tutto possono essere state, tranne che azioni di giustizia.

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Proviamo a cercare di capire e, alla bisogna, distinguere il grano dal loglio. Intanto, è utile porsi una questione: è (è stato), quello calabrese un popolo ribelle? Evitando le ovvie generalizzazioni quanto le pur sempre opinabili teorie socio-antropologiche, si può ben dire che sì, una componente ribellista ha sempre albergato nei cuori bruzio-magnogreci.

La si può ritenere suddivisa in tre categorie:

1) il finto ribellismo: è quello che minimamente ha come obiettivo la redistribuzione del potere, bensì la sua conquista violenta, ed il mantenimento ancor più violento, mediante la sostituzione o, più spesso (come ha mirabilmente spiegato Isaia Sales in un bel saggio sull' ”Italia mafiosa”), la co-gestione nell'ombra delle leve del comando: è il caso della 'ndrangheta, che di ribelle ha soltanto l'ovvia idiosincrasia a qualsiasi regola del vivere civile;

2) il ribellismo selvaggio ed istintivo: è nella reazione a torti (veri o presunti) subiti, che si materializza nel conseguimento di fini unicamente e prettamente personali (vendetta e faida ne sono le escrescenze più evidenti). Il bene collettivo non è un'opzione considerata, mentre, per il conseguimento del fine personale il ribelle istintivo e selvaggio non esita a porsi fuori dal contesto civile, in contrapposizione frontale con esso e con chiunque lo rappresenti, se di ostacolo. È, chiaramente, il caso del brigantaggio, che in Peppi Musolino e in Ferdinando Mittiga ha avuto, nel reggino, i suoi rappresentanti più conosciuti, e, incredibilmente, talora anche osannati e mitizzati;

3) il ribellismo sociale: nella percezione della Calabria fortemente inquinata da quella balorda, ipocrita ed antiscientifica teoria del “familismo amorale”, è il meno conosciuto e studiato. Anche, purtroppo, dai calabresi stessi. Eppure, dai tempi di Re Marcone, giù giù fino al giacobinismo ed ai moti liberali del 1821, del 1844, del 1847, del 1848, la lista dei calabresi che, magari con idee diverse, hanno dato prova di insofferenza al potere costituito, avendo per fine il ristoro collettivo, è parecchio lunga.

È assai curioso osservare, in merito, che molte delle energie anche di giovani ricercatori vengano attratte più dai misfatti dei balordi dediti allo sterile e sanguinoso (e sanguinario) brigantaggio che non alla riscoperta di figure che tanto hanno dato, talora al costo dell'olocausto personale, alla nostra Terra. Ed è curioso osservare come non ci si renda conto che tali operazioni sono del tutto funzionali al mantenimento nello stato di degrado da cui si pensa di uscire, a tutto vantaggio di chi si vuole combattere!

Eppure gli esempi non mancano: quanti, a Platì, conoscono le vessazioni subite in otto lunghissimi anni di internamento nell'inferno penale borbonico di Procida da Pasquale Miceli? Quanti, per rimanere ancora per un attimo al Risorgimento, sanno dei 33 (trentatre) religiosi perseguitati nel reggino per i fatti del 1847? E degli altri 32 (ben 65 in tutto!) che subirono la stessa sorte dopo il '48?

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Ma il ribellismo sociale calabrese non fu solo liberale e risorgimentale: anzi! Molta parte del radicamento degli ideali anarchici e socialisti, che non fecero certo sconti ai Savoia dell'Unità, si deve ad Atanasio Dramis, segretario e braccio destro del più noto anarchico Bakunin, che, poi, fu l'ispiratore del fallito tentativo rivoluzionario di Ricciotti Garibaldi a Filadelfia e nel nicastrese nei primi anni '70 dell'800.

Le tristi conseguenze della guerra commerciale con la Francia del 1887, come noto, diedero inizio al fenomeno dell'emigrazione di massa in Calabria, fino ad allora quasi esclusivo del Nord Est veneto e del Nord Ovest piemontese: non pochi furono i calabresi che in America come in Argentina, diedero vita a movimenti di ispirazione socialista o furono protagonisti delle lotte sindacali dei movimenti operai americani (almeno in 325 sono i calabresi che risultano ivi schedati come “attivisti”). “A differenza dei socialisti e degli anarchici” scrive A. Paparazzo nel bel saggio "Calabresi sovversivi nel mondo”, “che emigrano in preferenza negli USA e in America Latina, i comunisti calabresi preferiscono la Francia, …, ma Buenas Aires rimane la città estera più abitata dai “sovversivi” calabresi (ben 82)”.

Cosicché, per tornare a Platì, forse nessuno si ricorda più della generosità movimentista di Domenico Catanzariti, ivi nato nel 1883, emigrato da ragazzo negli USA, da lì espulso nel 1923 ed arrestato a Napoli per presunti rapporti con un'anarchica genovese; o di Giuseppe Condò da Cinquefrondi, Nicola Monteleone di Antonimina, o, infine, del bovese Fortunato Velonà, classe 1886, che, sempre negli USA, si distinse per l'attività antifascista e dissacratoria delle istituzioni mussoliniane, scrivendo pagine e vignette satiriche con lo pseudonimo di Fort Velona (senza accento), ecc. ecc. ecc.

Lottavano per un mondo migliore, non dimenticando la patria calabrese (”La voce Calabrese di Argentina” era uno dei tanti periodici diretti ai corregionali emigrati), anche in dura contrapposizione con le temibili organizzazioni mafiose: di Domenico Nucera Abenavoli, socialista di Roghudi dalle tormentate vicende personali e politiche, è un libello poco conosciuto, in cui la denuncia dell'oppressione mafiosa, anche e soprattutto contro i connazionali, è coraggiosa e puntuale, senza reticenze (e senza il sostegno dell'Antimafia di professione…).

Ma, a tutto questo importante patrimonio di idee e di lotta per l'emancipazione, si preferiscono le romanzate vicende dei Mittiga e dei Musolino: curiosamente, il fiorire di queste non certo esaltanti tendenze, va di pari passo con la riproposizione aberrante ed insensata di false tradizioni all'insegna di “sfilate storiche” o di storie di Duchi, Conti e Baroni, che, mi creda il lettore che abbia avuto la pazienza di arrivare fin qui, di veramente nobile avevano molto, ma molto, poco.