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Il depistaggio del Cono d’Ombra e la mancata sconfitta della ‘ndrangheta

Il depistaggio del Cono d’Ombra e la mancata sconfitta della ‘ndrangheta
cono dombra UNO. Fin dal suo apparire ho giudicato la teoria del “Cono d’ombra”, applicata alla ‘ndrangheta per spiegarne la sua vitalità e la sua forza come sua conseguenza, una sciocchezza. Sciocchezza, quando sostenuta in buona fede. Molto peggio, quando e se la buona fede non c’è. La teoria del Cono d’ombra ha sostenuto (e sostiene) che i giornali e la stampa, prima di tutto calabresi ma anche nazionali, hanno sottovalutato il fenomeno, mettendolo appunto in ombra, con silenzi e omissioni che hanno finito col favorire il radicamento e il dispiegarsi della sua devastante potenza. Una teoria, insomma, che scarica sul giornalismo e quindi sull’opinione pubblica i cui orientamenti il giornalismo riflette, prima di tutto della Calabria, pesantissime responsabilità: la ndrangheta è cresciuta perché nessuno ne ha parlato.

DUE. Ma su cos’è fondata la teoria del Cono d’ombra? Francamente non pare dimostrabile, né qualcuno ha mai provato a farlo andando oltre l’enunciazione enfatica del teorema. La sua affermazione è dovuta a un’espressione suggestiva (mutuata da Linea d’ombra, l’ultimo libro di Conrad) ripetuta ad ogni piè sospinto, col tacito accordo di tutti a non chiedere mai conto di cosa significhi.

In Calabria nessuno dei giornalisti che hanno oltre 40 anni ha scritto meno di migliaia e migliaia di volte la parola ‘ndrangheta. Quelli della mia generazione hanno al loro attivo migliaia e migliaia di articoli con cui hanno raccontato il fenomeno, ricostruito nomi e casati, delitti eccellenti come quello di Ligato, ripercorso intrecci alleanze parentele guerre, orrori privi di limite. Si può dire senza tema di smentita che le copie di giornali andate in giro per l’Italia in cui i giornalisti calabresi (o inviati) hanno raccontato la ‘ndrangheta assommano a parecchie centinaia di milioni. Sergi su Repubblica, Macrì sul Corriere (che spesso mandava gli inviati a dargli manforte), Enzo Laganà sulla Stampa, Manfredi sul Messaggero, Leporace sul Quotidiano, Varano sull’Unità (ma anche sul Secolo XIX e sull’Aga, una settantina di piccole e medie testare da Bolzano a Palermo di tutto il paese), Pollichieni su Gazzetta e Polipress (testate di media grandezza come il Carlino, la Nazione, Tempo e Giorno e altre decine, ecc), per non dire di un grande (e sottovalutato) maestro come Gigi Malafarina, del Giornale di Calabria di Soluri o dei giornalisti  (venuti dopo, come Badolati) o di Paolo Toscano. E di proposito non cito nessuno dei moltissimi (e - finalmente! - delle moltissime) diventati attuali protagonisti del giornalismo in Calabria, o calabresi che scrivono sui giornali dalla Calabria e dalle redazioni nazionali della grande stampa o sui giornali online reggini, calabresi e non solo. Di proposito, perché altrimenti l’articolo diventerebbe un lunghissimo elenco col rischio di lasciar fuori moltissimi. E mentre ho l’obbligo di chiedere scusa alle decine e decine di colleghi (veramente tantissimi) che di ‘ndrangheta hanno scritto senza mai nascondere nulla e rischiando le loro vite vissute nei paesi e nelle piazze gomito a gomito coi malacarne di cui scrivevano, non posso tacere dell’Ansa calabrese di Veltri e De Domenico o dell’Agi dei De Virgilio che hanno prodotto sull’argomento, e con continuità, una quantità di notizie e approfondimenti che non teme confronti se non con le redazioni di Roma, Milano e Palermo.

TRE. Il limite è forse stato quello di un cattivo racconto? Abbiamo scritto di soli morti ammazzati e killer straccioni coprendo colletti bianchi, politici e poteri deviati e quelli che oggi è di moda indicare come “zona grigia”? Abbiamo raccontato solo l’ultima istantanea di un malaffare inspiegabile e incomprensibile perché senza radici e connessioni col resto della società? Abbiamo semplificato il grumo terrificante che devasta ancora oggi la Calabria in un pulviscolo insensato o in una punizione divina impossibile da rimuovere ed alla quale, quindi, rassegnarsi? Anche queste sono sciocchezze. Gli unici due parlamentari con condanna definitiva per mafia, in un caso interamente scontata in carcere, si sono avuti in passato: si tratta di due reggini rivoltati come calzini per anni sui giornali e nei libri. Abbiamo raccontato i retroscena senza nascondere nulla sui sospetti degli interventi dei servizi segreti sull’Anonima sequestri quando qualcuno pagava per i sequestrati eccellenti mentre morivano quelli di serie B (in gran parte calabresi): per mesi inchiodati sulle prime pagine di tutti i giornali italiani (con almeno due articoli: cronaca e approfondimento o retroscena). A Reggio ci fu un momento in cui, con la sola eccezione di Orestino Granillo, tutti gli ex sindaci viventi della città di Reggio erano stati in galera o ai domiciliari e avevano “beneficiato” di centinaia e centinaia di titoli e reportage sui giornali. In gran parte firmati da giornalisti reggini e calabresi. In galera è stato un più volte sottosegretario di Stato reggino. Dal carcere sono passati tre potenti ex assessori regionali di Reggio o provincia. Libri, pubblicati in decine di migliaia di copie da case editrici di rango, anche europeo, hanno raccontato la storia di Reggio, del malaffare e delle mazzette coi nomi di mafiosi e politici, gli intrecci, i morti ammazzati e i progetti perversi. Un quadro organico di quant’era già apparso in migliaia di articoli di decine e decine di giornalisti calabresi. E sono stati i giornalisti calabresi, tre in particolare, a far crescere in tutto il paese l’inchiesta sulla massoneria deviata consegnata al silenzio una volta arrivata a Roma. (E non affronto qui il problema della produzione scientifica che va da Gambino a Ciconte ad Arlacchi, allo stesso Malafarina e al altre decine di autori, produzione che può venire diversamente giudicata e criticata ma che ha comunque alimentato un ampio dibattito imponendo attenzione sul fenomeno).

QUATTRO. Torno al Cono d’ombra. Io credo abbia funzionato come un grande (spesso ingenuo e involontario) depistaggio per allontanare dalla coscienza della Calabria (istituzioni, politica, magistratura, intellettuali, giornalisti) la domanda centrale di cui ancora oggi si ha paura e che ancora oggi si fa a gara per seppellire sotto la polvere.

E la domanda è: perché la Calabria non è riuscita a sconfiggere la ‘ndrangheta o comunque a colpirla ridimensionandola in modo significativo com’è accaduto per i Corleonesi in Sicilia e i Casalesi in Campania? Perché i casati più potenti della ‘ndrangheta hanno ancor gli stessi cognomi e sono formati dalle stesse famiglie con cui i giornalisti della mia generazione hanno riempito (già oltre un quarto di secolo fa) i giornali di tutta Italia? Cognomi, famiglie, quartieri le cui vicende ancora oggi i giornalisti di ultima generazione sono costretti a inseguire e ripercorrere come in un gigantesco Cinema Paradiso in cui per errore viene rimesso sempre lo stesso primo tempo del film senza mai passare al secondo? Chi ha sbagliato? Dove e perché? Cosa non ha funzionato? Cos’è venuto meno rispetto ad altre realtà in cui la storia delle devianze criminogene ha avuto altra storia e altri esiti?