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GENTE di CALABRIA. Ms AGOSTINO: noi calabresi, senza autonomia e senza progetto (2004)

GENTE di CALABRIA. Ms AGOSTINO: noi calabresi, senza autonomia e senza progetto (2004)
agos1   Monsignor Agostino, cos’è veramente la Calabria e chi sono i calabresi?

L’elemento della Calabria che continua a colpirmi di più é la sua, non si scandalizzi, irrazionalità.  Non é che noi manchiamo d’intelligenza, genialità, sentimenti, valori. Tutt’altro.  Ma quando siamo davanti alla realtà, forse perché non siamo mai stati capaci di gestirla secondo
il senso delle cose, ci perdiamo nel sentimento. Per cui, per esempio, un calabrese, non avverte che tu stai cercando qualche cosa. No. Dice che lo hai rispettato o no, che gli sei stato vicino o no. Di fronte a questa dimensione, che poi si esalta nel rapporto mafioso, noi perdiamo ogni dimensione realistica delle cose. A mio giudizio, in Calabria c’é, radicalmente, una profonda solitudine: più che cercare il senso delle cose, e quindi anche il senso del nostro sviluppo e della nostra ricerca, il calabrese si compensa quando s’é sentito amato, rispettato accolto. Anche gli stessi politici hanno difficoltà a capire questo. Certo, loro non devono essere direttori spirituali. Devono fare politica. Ma l’uomo calabrese ha bisogno di non essere lasciato solo, di essere incontrato. Ecco, io dico sempre che da noi il sentimento prende il sopravvento sul logico, sul logos.

Questo ci danneggia?

Da un lato sì, dall’altro no. Il lato no é questo: é una condizione che tutto sommato, ci fa vivere. Mi spiego: un calabrese basta che ti dica che lui é amico dell’onorevole X o Y e si accontenta. Ma questo suppone una carenza globale dell’uomo calabrese. Prenda i discorsi elettorali: arrivano lettere e letterine da tutte le parti. Posso anche capirlo, però é un bussare alle porte dell’altro ritenendolo amico perché ti ha incontrato una volta. Ma non c’é il rispetto della tua identità, della tua personalità, del tuo modo di vedere le cose. Il lato del danno é che noi andiamo avanti ad applausi, emozioni, affetti. La nostra Calabria ha bisogno di progettualità. Invece, questo danno la fa camminare a manovre e spinte secondo l’effetto, l’onda.

C’é solitudine perché siamo isolati o si riferisce alla condizione umana dei singoli, delle persone?

Tengo presente il senso della nostra storia. Non dobbiamo mai dimenticare che siamo una prua nel Mediterraneo, con 800 chilometri di costa. Da qui sono passati tutti, ci hanno usati e poi se ne sono andati lasciandoci solo qualche frammentino valoriale. L’essere dominati ci ha impedito nei secoli di essere noi stessi secondo una identità. I Bruzi hanno avuto una loro identità? Sì, hanno avuto l’influsso romano, tante altre cose. Ma la nostra eccletticità che c’identifica é frutto di tutti questi influssi non una elaborazione nostra.

Si può̀ sintetizzare la sua analisi dicendo che i calabresi non hanno autonomia?

Certo. Non abbiamo avuto come il Nord la civiltà della municipalità, l’autonomia dei Comuni. Cos’é capitato? S’è realizzato un transito curioso: quando nell’evo moderno sono finite le dominazioni di chi veniva da fuori dalla Calabria eravamo così abituati alla sottomissione che ci siamo inventati altri dominatori: “u signurinu”, “u gnuri”. Lo stesso fenomeno della mafia si snoda su questa linea. La mafia é un tentativo di dominare la situazione. Per questi motivi c’é in Calabria uno spazio in cui la reazione contro la mafia c’é e non c’é. Pensi all’usura, che é una realtà drammatica. Il calabrese che é caduto nell’usura - noi lavoriamo molto su questo - quando cerchiamo di farlo uscire ci risponde: “Però’nta ddu minutu mi rispettau. Mi ha dato i soldi...”.

Seguo il suo ragionamento: se i calabresi non hanno autonomia, nel senso da lei precisato, le classi dirigenti della Calabria cosa sono? Che tipo di consenso gestiscono?

Non vorrei essere frainteso su questo: ma non ritengo che abbiamo una classe dirigente in Calabria. Una classe dirigente vuol dire una classe che dà orientamenti, che apre strade, che sia apripista. La nostra politica, invece, allo stato attuale, si sta riducendo ad essere una politica sull’esistente. La crisi vera della nostra Calabria, dal punto di vista del futuro, la vedo in questo. Della modernità abbiamo assimilato soprattutto le idolatrie che sono in giro - nell’apparire, nell’effetto - ma la modernità in Calabria non ha sviluppo. Non ne abbiamo il potenziale? No. Il dramma più serio della nostra terra é che ci manca la progettualità.

Mi pare che lei non si riferisca a un progetto, a un programma, ma alla capacità di progettare?

Capisco che oggi é difficile pensare il nostro futuro. Ripeto: siamo la prua dell’Europa, aperti alle Afriche e al Medio Oriente. Ma ci dicono che dobbiamo essere europei. Non capisco come la coda possa incontrare la testa. D’atra parte, non esiste un pool, né lo si é mai cercato, di studiosi, politici, intellettuali che ci dica quale può essere il nostro sviluppo. Uno sviluppo, come si dice oggi, sostenibile, quelle che regge. Abbiamo energie e bellezze naturali: abbiamo mai affrontato, come in Romagna, i temi di una economia fondata sul turismo? Sì e No. A macchia di leopardo. Possiamo pensare alla Calabria come terra industriale? Non ritengo sia la nostra vocazione. Sia chiaro: servono microindustrie e microrealizzazioni ma il nostro futuro deve cogliere i vantaggi della nostra ubicazione e della nostra identità̀ proiettandosi verso il Medio Oriente e le Afriche. Una testa di ponte verso. Il porto di Gioia Tauro poteva essere il fiore all’occhiello: l’abbiamo ottenuto dopo tante fatiche. Ma cos’é? Quel che porta dove approda? Cosa gli diamo da riportare?

Lei dice: siamo una terra senza autonomia, non esiste un progetto autonomo, non ci sono classi dirigenti. Ma allora, chi ci governa, che fa?

A mio giudizio la classe dirigente che dovremmo sognare dovrebbe essere una classe dirigente geniale, cioè che intuisca dove sta andando la storia che oggi é globale, solidale, celere. Non possiamo uscire da questo schema. Non intendo emettere giudizi sulla nostra classe dirigente, avrei ben donde... Per esempio, i fondi europei pare non siano impegnati. Che significa? Mi chiedo: c’é una pianificazione sulle infrastrutture, la viabilità? Come diventiamo una testa di ponte nel Mediterraneo? Il discorso della politica... Attualmente c’é una crisi della politica. La politica deve essere prima di tutto una cultura, avere intuizioni, una visione del mondo e del bene comune. La classe dirigente? Si trova come chi avendo comprato una vecchia casa lucida e sistema le pentole, tenta un certo aggiustaggio. Ma il futuro di questa casa nostra, che é la Calabria, qual é?

Provo a spezzare la dimensione interamente negativa del suo racconto. Scandagli la sua memoria: ricorda vicende in cui si é tentato il recupero dell’autonomia?

Provo solo dei traumi a rovescio. La rivolta di Reggio, la crisi delle fabbriche di Crotone. La rivolta di Reggio aveva un fondo di irrazionalità. Se si fosse realizzato il progetto del capoluogo cosa avrebbe ottenuto Reggio? Cosa sarebbe veramente cambiato nella sua storia? Ritengo sia stato più un fatto emotivo e reattivo al non essere considerati. La Bibbia testimonia che San Paolo passò da Reggio. Essendo cristiano celebrò l’eucarestia col calice. Ci fu uno che scrisse un poema: noi siamo i primi calici d’Italia. Emotivamente può colpire, ma non dice niente, non serve, non fa futuro. La crisi dell’industria di Crotone da cosa dipendeva? Non si era capito il transito storico ed economico, le tendenze dell’economia. Ecco, mi sembra che non ancoriamo mai il nostro futuro ad alcune cose. Non sappiamo pensare e legare la Calabria ai ritmi di oggi per dare respiro alla nostra terra.

Nei trenta e più anni che abbiamo alle spalle la Regione ha mai tentato di uscire da questo schema?

E’ una domanda seria. Da una parte si vede qualcosa ma la mia impressione é che il cammino fatto sia soprattutto d’immagine. Siamo più bravi a Milano che non a modificare strutturalmente la nostra condizione. La prima modifica strutturale dovrebbe essere la viabilità, le infrastrutture. Ma ci irridono perfino negli spettacoli televisivi perché la Salerno Reggio Calabria é diventata sinonimo di eternità.

Vogliono fare il ponte.

Ma il Ponte cosa diventa? Un fatto di orgoglio? Noi siamo quelli che abbiamo il Ponte? Attenzione il Ponte é nella logica di un trasporto che può lasciarci ancor più provati, isolati. Passano e se ne vanno. Prenda Reggio, potrebbe crescere la sua solitudine.

Queste angosce, questi tormenti, queste speranze, sono nella coscienza e nella cultura degli uomini politici calabresi che ci governano?

Non credo... No, non credo proprio. Sono storditi da quella che la Bibbia chiama la rissa delle vigne, dallo scontro l’uno con l’altro.

Non se ne occupano, eh...

No, stanno attenti agli spazi di potere, negli ospedali e dove altro é possibile...

È un giudizio molto severo.

Che dirle... Come prete, per rimettere i peccati, devo prima riconoscerli. Non posso mai negare la mia coscienza cristiana. Io so che valgo in quanto parlo, opero, agisco, non per avere i tuoi complimenti. Parlo, opero, agisco, perché mi sforzo di dare un servizio, di far crescere i beni comuni. Ora questo c’é? Guardiamo la campagna elettorale: una celebrazione dell’io. C’é una crisi etica della politica. E in Calabria credo sia più marcata.

Perché? Sempre per assenza di autonomia e progettualità?

Certo, soprattutto per questo. Ma si può aggiungere anche un altro motivo: da noi non é cresciuta la sola società civile.

Non é cresciuta nel senso che non c’é, non esiste; oppure non riesce a pesare?

A destra e al manca ci sono fermenti, iniziative. A destra e a manca. Ma il fatto stesso che ci si rifugi nella raccomandazione, che si aspetti tutto dallo Stato e dalle istituzioni, che si ritenga di aver diritto a essere assistiti suggerisce debolezza e frammentazione della società civile. Lo Stato deve essere interprete di una societas, ma se non c’é la societas come pulsione, pensatoio, cervello, se vuole autocoscienza...

Riassumo. Le dice una società civile formata, autonoma, compatta non esiste. Ma allora le persone che parlano in Calabria dicendo di rappresentare la società civile imbrogliano anche loro?

Non credo che imbroglino. Diciamo che sono in una scollatura anche loro. Non vorrei dire che non hanno chiare la cose. Direi che sovrastano la società civile e quindi non diventano interpreti e profeti (profeta é una parola seria, la Calabria ha bisogno di profeti, di persone che la lancino nel futuro). Siamo figli della Grecia che aveva una cultura archetipa, che astrae. Non siamo nella linea di una certa modernità, della cultura engagé, impegnata. Mi chiedo: le nostre università quale incidenza danno al nostro sviluppo? C’é questa sinergia di tutte le potenzialità che pure esistono in Calabria? L’università della Calabria ha una proposta per lo sviluppo? Siamo una scacchiera, tante figure che non fanno un insieme.

Classi dirigenti non ne esistono. Società civile non ce n’é. Non é una visione troppo disperata, priva di possibilità e speranza?

Sposto l’angolatura della sua domanda. Come prete, come sacerdote, come vescovo spesso mi interpello e vedo che noi Chiesa in Calabria non siamo del tutto adeguati. Poi mi consolo quando incontro persone che mi sconfiggono. Ecco perché non possiamo entrare nella disperazione. Non voglio fare pianti: il mio obiettivo é sollecitare. Nessuno si può illudere di guarire senza una diagnosi della malattia. Ma vedo nel sottofondo della nostra gente che qualche cosa sta maturando. Specie tra i giovani. Per esempio, in Calabria c’é molto volontariato e questo é positivo. Ma c’é bisogno di un coordinamento di tutte le spinte e le energie. Nella riflessione politica e culturale, anche teologica, si affaccia spesso questa esigenza. Il Cardinale Martini diceva: come nel Medioevo arrivò Tommaso oggi avremmo bisogno di un teologo capace di sintetizzare tutti questi frammenti. Ecco, in Calabria dovremmo aspirare a una figura, o meglio ad alcune figure, che siano capaci di avere libertà da tutti i condizionamenti, che non pensino a fare effetto ma a sapere morire in croce se necessario. Persone capaci di sintesi e prospettiva. Non mi sto lagnando. Chiedo uomini nuovi, una etica nuova, una nuova societas capace di offrire stimoli e disposta a farsi interpretare da una classe dirigente nuova.

Tutte cose che non si vedono ancora all’orizzonte?

Anche a me piacerebbe di più che uno ci dicesse: guardate che dobbiamo sacrificarci per raggiungere questa cosa. Sarebbe diverso, si immetterebbe la società civile, ci si aprirebbe a uno sforzo comune e a quel che potrà avvenire. Abbiamo invece troppi applausi, troppe bandierine. La politica in Calabria ha bisogno di cultura. La cultura deve uscire dalle astrattezze e bisogna che si affermino nuove generazioni.

E se la cultura si sostituisse alla politica?

No, non é auspicabile. La cultura deve essere l’anima della politica. La deve accendere e provocare. Ma non può essere la politica.

In Calabria c’é questa tentazione: via la politica, passiamo agli intellettuali, ai tecnici, ai professori.

Non possiamo demonizzare la politica. Dobbiamo demonizzare l’uso che ne viene fatto. Sono piani diversi. Se la cultura diventasse politica non sarebbe più pensiero e fonte di azione.

Lei é l’uomo più autorevole della chiesa calabrese e ha coperto anche ruoli che vanno oltre la Calabria e il Mezzogiorno. E’ nato a Reggio, é stato il vescovo di Crotone e di Cosenza. Posso chiederle perché non é mai stato vescovo di Reggio?

Posso rispondere, e non vorrei creare sorprese o scandali, bisognerebbe domandarlo ai reggini.

Perché questa risposta?

Perché c’é stato un momento in cui la cosa era quasi conclusa. Ci sono stati alcuni reggini, alcuni preti reggini, che non lo hanno voluto.

Anche una parte della politica?

Questo l’ho sentito dire ma non mi costa. Potrebbe darsi, anche. Ma non sono scontento. Nemo profeta in patria, si dice. Ho lavorato con molta gioia dove ho potuto. Per esempio, quando non sono venuto a Reggio immediatamente dopo, due o tre mesi, venni eletto vicepresidente della Cei. Non mi sono mancati gli spazi. Ma certo, anche Reggio non sempre riflette. Forse l’ho un po’ perduta di vista. Per esempio, la città di Cosenza la vedo molto più̀ culturalizzata, anche se con inquietudini, con sottoboschi.

Un antico detto calabrese recita: Cosenza pensa, Catanzaro agisce, Reggio parla.

È fondato. In base all’esperienza che ho, é fondato.

Qual é stato il periodo più interessante della Calabria di cui lei ha ricordo? Quello in cui più spinto é stato il tentativo dell’autonomia?

Direi la presidenza della Regione di Guarascio. Lo giudico un momento positivo. Lui era una figura di grandissima onestà intellettuale e di alta prospettiva. Ci sono stati poi i momenti della prospettiva e della speranza. Sono avanti negli anni, ne ho 76, questo mi consente di dire che l’esperienza della guerra - mi salvai la vita quattro volte dalle bombe -, la fase immediatamente postbellica, quella successiva al fascismo e di recupero della democrazia e della rinascita, fu accompagnata da un processo culturale notevole. Si parlava del nostro futuro. Io ritengo che l’uomo non ha dentro di se il pathos di un possibile futuro sia povero. Sì, quello fu il periodo più ricco.

I calabresi, in qualche modo, ci vivono in questo quadro? Si adagiano? C’é chi descrive la Calabria ribollente di energie, imprenditori pronti a fare, progettualità diffusa compressa da un ceto politico asfittico e corrotto. È proprio così?

Ciò che ci fa sopravvivere é il pathos, il sentimento, che soppianta il logos, la logica. Tutto sommato ci accontentiamo delle parole. Si racconta che durante il terremoto mentre si scavava presente il Re venne estratto dalle macerie un vecchietto e gli mostrarono il re. Lui gli disse: “Che bello maestà. E dato che siete qui, perché non mi fate cavaliere?”. Ecco, tutto sommato, a differenza di altre culture meridionali che hanno imparato la sapienza del non farsi schiacciare dalla vita, in Calabria c’é anche questo ma soprattuto una forma di rassegnazione, di non apertura, di non corresponsabilità. Il cittadino é il costruttore della sua terra. Se non si arriva a questo resteremo in una sorta di passività. Non vorrei che lei, se scrive questa cosa, facesse una sorta di epitaffio funebre: lo dica con leggerezza, sappia dirlo. Il mio é un messaggio di speranza, un invito a scuoterci, a prendere nelle mani il nostro futuro.

Scusi se comprimo la complessità del suo discorso fino al rischio della banalità: Giuseppe Agostino, per la rottura di questa realtà, immagina una rivoluzione dal basso o dall’alto?

Mi aspetto una rivoluzione dal basso. Spero che la nostra societas si riscatti. Bisogna che diventiamo liberi. Lo dico perché siamo ancora clienti, abbiamo molti condizionamenti psicologici e forse anche intellettuali. Abbiamo integralismi che ci impediscono di confrontarci col moderno. Se la Calabria deve salvarsi, devono salvarla i calabresi.

Anche contro i politici che abbiamo?

Li devono orientare. Talvolta smontare. Nel momento in cui la politica diventa interprete di una società e non la sovrasta né la usa può accadere. Lo sforzo che faccio come vescovo é quello di promuovere il passaggio dalla religiosità alla fede. La religiosità é un rifugio, la fede é un principio di speranza. I calabresi devono conquistare la fede.

Se potesse parlare personalmente a ognuno dei calabresi che gli direbbe: fai...

Gli direi: siate dignitosamente calabresi, sentitevi portatori di una storia. Le nostre grandi figure non devono essere aquile che passano sopra di noi. Dobbiamo crescere nel nostro potenziale in verità, libertà, solidarietà. La politica deve interpretare il vivere sociale degli uomini. Siamo condizionati da rapporti emotivi invece che costruttivi. Non dico che siamo allo sbando. Ma i nostri sentimenti, le nostre tradizioni tutte nobilissime, quanto incidono sulla nostra storia? Da un po’ di tempo ho il pallino dei proverbi calabresi, vorrei avere il tempo per scriverci un libretto...

E cosa insegnano?

Gliene dico due che riassumono il senso delle cose che ho cercato di dirle: “E cam’a fari?”, che é il cedere, il rassegnarsi e il non far nulla. E se qualcuno fa, si sente rimproverare: “E cu t’ha fici fari?”.

Dove andrà a scrivere questo libro, monsignore?

Mi fermerò a Cosenza. Ho aperto il seminario maggiore. Mi sembrava che in una città universitaria ci dovessero essere anche gli studi teologici. Proprio in questi giorni ho avuto una notizia molto bella: il nostro seminario é stato riconosciuto, abbiamo anche i gradi teologici. Rimango un vescovo che va in quiescenza che é sempre occupato ma non é più preoccupato.

Ma qual é allora la sua Calabria?

Non posso dire che é Cosenza. Però Reggio... Sono un accanito tifoso della Reggina. Reggio rimane il mio cuore, la mia mamma. Forse però la fase più umana e più intensa é stata quella crotonese. Lì non c’é l’ipocrisia del mondo intellettuale.

È un giudizio feroce: gli intellettuali come corruttori del popolo.

Più che come corruttori, direi come assenti dal popolo. I crotonesi erano e sono un popolo che sa soffrire, gridare ma sotto sotto schietto perché sofferente.

Possibile che salvi solo Guarasci: Mancini, Misasi, Gullo, altri presidenti ...

Questi che lei cita sono stati parlamentari. Io mi riferivo alla Regione. Politici validi ne abbiamo avuti. Una volta pensavano. Misasi é stato un intellettuale. Anche Mancini é stato un grandissimo politico. Era anche un mio grande amico. Ci incontravamo spesso. Un uomo che aveva delle idee. Gullo era un uomo di grande valore.

Tutti cosentini, monsignore.

... Tutti cosentini...

A Catanzaro c’erano Foderaro, Spasari; a Reggio, Battaglia...

... Povero Pierino. Era mio compagno di scuola alle elementari. Siamo cresciuti insieme al rione ferrovieri. Ha sofferto nella vita. Gli volevo molto bene. Alcune volte i politici sono anche vittime, perché quando entrano nelle cose possono, loro malgrado, restare impigliati.

L’intervista é finita. La suorina che m’ha fatto entrare scivolando sul pavimento silenziosa, leggera e discreta come una nuvola spinta dall’aria, é sparita. Monsignor Agostino prende il vostro cronista sottobraccio e l’accompagna attraverso una fuga di saloni freschi dai soffitti altissimi. Passando a un tu gratificante, mi dice: “Pregherò per te. Lo so che tu credi di non credere. Ma non riuscirai mai a convincermi che é vero”. Apre in un sorriso il suo volto largo illuminato dagli occhiali trasparenti a goccia cerchiati d’oro e insinua con complicità paterna: “Il Vangelo dice che Dio é sopra di noi. Non devi avere una visione umana. Lì fanno le cose in grande. Sono convinto che c’é anche qualcuno, una commissione o qualche altra cosa, che si occupa di risolvere anche i casi come il tuo. Non preoccuparti”. Mentre lo bacio, lo ringrazio: “Spero proprio che lei abbia ragione monsignore”. (CalabriaNews, luglio 2004)

*disegno di marcello furriolo