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IL LIBRO. Appunti per un naufragio di Davide Enia (Sellerio editore)

IL LIBRO. Appunti per un naufragio di Davide Enia (Sellerio editore)
enia  “Appunti per un naufragio” di Davide Enia, ed Sellerio, è uno di quei libri che restano dentro e non vorresti arrivare all’ultima pagina. Lo scorso luglio è stato presentato a cura del FAI, con un relatore importante, Vito Teti. Enia, scrittore e uomo di teatro ha conquistato il pubblico per l’ironia e la versatilità, a cui s’aggiunge l’uso gradevole del dialetto e dell’inflessione palermitana. Come spesso accade, se si è padroni della parola, ci si concede senza timori alle contaminazioni, in questo caso siciliane, foneticamente potenti, come il termine“picciriddu”, o “scruscio”, ed efficacemente esplicative di stati d’animo, come il dolore che si prova all’improvviso e “a tavola ru pettu si grapa!”.

Nel romanzo la linea maschile di una famiglia, padre, figlio, zio, è sottolineata fortemente all’interno di un drammatico affresco  di storie che fanno la Storia, in una ricerca di senso che vedrà intrecciarsi le vicende degli uni e degli altri. I primi non sono osservatori estranei, si lasciano contaminare, perché non si può fotografare da lontano, “bisogna essere vicini all’evento”, spiega il padre medico-fotografo a Davide, che, tra mille silenzi e difficoltà,  invita il padre sull’isola dove la Storia si dipana. L’esperienza servirà per ricostruire un lessico di sentimenti e memorie e abbattere il muro di pudore del non detto, che  scava abissi di silenzio tra i padri e i figli. Davide scopre che suo padre, nel fotografare particolari, continua un dialogo silenzioso con il nonno. Relazione che continua adesso con lui: “E’stato questo essermi padre, si chiede Davidù,seguirmi in silenzio mentre cammino tra spine e macerie,  senza perdermi di vista?”. Osa chiedere il perché della scelta: “Papà ,perché hai fatto il medico? –  crollano le difese: “ per fuggire da quello che avrei voluto fare davvero: lo scrittore”.

Tutto ha inizio presso un luogo del Mediterraneo, contenitore emblematico di opposti, tra Africa e Europa.Lepas, scoglio eroso dai venti, un tempo famosa per le spiagge incontaminate, oggi per essere approdo di disperati che nessun muro e nessun mare riuscirà a fermare. Oppure Lampas, luce che vince le tenebre? Di tenebre gli uomini ne incontrano molte dentro e fuori di se stessi. Soprattutto dentro. Perché di fronte al pericolo, due istinti si fronteggiano: proteggersi o aiutare il prossimo. Non è facile di notte scorgere quella lampada, può capitare a tutti di chiedersi, come l’amica di Davidù, che al primo sbarco sotto casa sua, dice:”chiudiamoci dentro”. Ma nel medesimo istante in cui la frase è formulata, un’altra emerge con maggiore forza: “Ma che c.. stiamo facendo? Andiamo a dargli una mano”.  

E’ in questo scarto di attimi che si decide da che parte stiamo, se vogliamo compiere il “reato di umanità” oppure abbiamo smarrito il senso del nostro vivere. La scrittura di Enia intreccia il passato prossimo e il presente, così che certi dialoghi sembra restino sospesi, per ritornare molte pagine più tardi. Essi sottendono vicende cruciali che lo scrittore volutamente interrompe perché il travaglio non è ancora giunto a termine. Siamo intorno al 2012 a Lampedusa, dove lo scrittore si pone in ascolto di quello che sta accadendo sull’isola. Alle “domande smisurate” di Davide,  fanno eco testimonianze umanissime e drammatiche. Ascolto intenso e riserbo immenso si fronteggiano. Il gigante sommozzatore che non vuole registrazioni e vorrebbe non dover più scendere nell’abisso del Mediterraneo e di se stesso.

Il samurai del mare che in una bambina rivede sua figlia, il medico Bartolo e la sua preghiera inesaudita. Non è facile raccontarsi. Questo è il romanzo in cui il pudore è il grande e invisibile protagonista. Non riguarda soltanto le persone che lo scrittore cerca, incontra e ascolta. Tocca il nervo scoperto degli affetti familiari. Lo zio paterno,Giuseppe, anche lui medico, nefrologo all’ospedale di Reggio Calabria, durante la stesura del libro sta lottando contro la malattia. “Per me zio Beppe è il sapore di pane e panelle”. Sta aspettando suo fratello e suo nipote in quegli ultimi giorni che gli sono concessi. Come in un cerchio che si chiude, le storie dei naufraghi, una nuova e diversa vicinanza tra padre e figlio, la memoria ricostruita, permettono l’incontro con lo zio Beppe, perché in quel libro di naufragi, lui sa di esserci e chiede al nipote se c’è un approdo per lui.

Gli attori principali di questo romanzo sono uomini e donne e bambini di cui non conosciamo il nome perchè un giorno: “nascerà una epica di Lampedusa…. le nostre parole non riescono a cogliere appieno la loro verità. Possiamo nominare il momento dell’incontro, mostrare i corpi dei vivi e quelli dei morti nei documentari…. raccontare di mani che curano e di mani che innalzano fili spinati. Ma la storia della migrazione saranno loro stessi a raccontarla… ci vorranno anni… saranno loro a spiegarci gli itinerari e i desideri, …  e saranno loro a spiegarci cosa è diventata l’Europa e a mostrarci, come uno specchio, chi siamo diventati noi”. In questo passaggio sta  il cuore del libro, lo spiega e ne giustifica il travaglio. Attraversare il mare in tempesta, fare naufragio, affogare, essere salvati, per ciascuno una vicenda umana unica e irripetibile. L’autore può raccontare di Lampedusa perché ha attraversato il suo mare, senza scappare dalla imminente perdita di Beppe. Perché chi ci è caro non sarà mai una memoria, un ricordo. “Il tempo accade sempre nel presente. E nel mio presente il nostro rapporto esiste sempre. Tu sei sempre con me”, saprà dirgli trovando bellezza, “troppa per piangere”. I naufraghi un giorno non tanto lontano racconteranno e noi, se ancora non l’abbiamo capito, sapremo chi siamo diventati.

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