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Calabria: condizione (pressoché) irreparabile, popolo confuso e in parte complice

Calabria: condizione (pressoché) irreparabile, popolo confuso e in parte complice
dalì A evocare un’immagine che definisca l’azione dello Stato in Calabria, e nel Meridione, si dovrebbe pensare ai modelli applicati dai paesi europei in Nord-Africa: cercare una forza che elimini, contenga, filtri i “problemi” che possano turbare la tranquillità del Vecchio Continente. Che quella forza sia buona o cattiva poco importa, poco è importato, a governanti e governati occidentali. È bastato che fosse, basta che sia, funzionale. Di quello che accade in quel territorio, consegnato a quel tipo di controllo, nessuno se ne chiede alcunché, fintanto che la contenzione sia valida.

Il fatto strano, per noi, è che questo modello di controllo non sia stato, sia, eseguito su un lembo di terra straniera, ma dentro i confini del Belpaese. Il fatto doloroso, per noi, è che quel territorio è stato, sia, il nostro.

Lo Stato centrale ha, ben presto, rinunciato a governare i suoi territori periferici, il nostro fra questi; delegandolo ai potentati locali, con funzione di eliminazione, contenzione e filtraggio dei problemi che ne avrebbero potuto turbare gli equilibri. Questo è accaduto per buona parte della vita unitaria del paese.

Se ciò è vero, l’idea di una nuova concezione statuale, degli ultimi tempi, di riappropriarsi di ogni parte del suo territorio non è facile a realizzarsi. Anzi, è del tutto irrealizzabile se ci si convinca che la questione da risolvere sia una pura e semplice questione criminale. E, a guardare le mosse dello Stato novello degli ultimi vent’anni, è chiaro che le sue mosse siano animate da questa convinzione. Che è una convinzione estremamente pericolosa, e inutile allo scopo.

Se per anni appoggi un potere locale che già da secoli era ingiusto, se lasci prosperare le disuguaglianze, il sopruso, il favore. Se consenti al peggio di farsi istituzione, se stai per decenni dalla parte della prevaricazione; poi non basta un’armata di cavalieri senza macchia e senza paura a risolvere tutto. Se lasci un’infezione libera di scorrazzare in un corpo intero, poi ti ritrovi un intero organismo da risanare.

La Calabria è stato questo, e lo è ancora, e la convinzione che sia solo un problema di mafia è una stupida illusione, a volte anche un alibi. È una intera società che uno Stato inetto, cattivo, complice ha progressivamente distrutto o contribuito a distruggere, e che adesso non potrà essere ricostruita con magie, illusioni o ulteriori distruzioni.

Anzi, la forza bruta rischia di essere il rimedio peggiore, perché per come è stata utilizzata di recente, schiaccia anche i buoni sulle posizioni dei cattivi, sbarra loro il passo a una società alternativa.

E ciò che serve è appunto questo: una società alternativa. Che potrà essere costruita smantellando pezzo per pezzo una società antica, radicata, forte, pervasiva. Una missione impossibile, quasi. Per ricostruire una società sana servono corpi sociali adeguati: intellettuali, politici, giudiziari, informativi, imprenditoriali. Serve un popolo che dal suo interno voglia cambiare e uno Stato che dal suo cuore ne appoggi il cambiamento. E al momento il popolo è sfiduciato, confuso, in parte complice e in parte colpevole, e lo Stato potrebbe ricadere ancora nella tentazione di ricorrere alle deleghe.