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IL DIBATTITO. C’è molto vero nelle parole di Criaco, ma la sua non è tutta la verità

IL DIBATTITO. C’è molto vero nelle parole di Criaco, ma la sua non è tutta la verità
pasolini  Siamo abili nel cogliere al volo quando una foto diventa icona di questo tempo dove tutto accade e passa nel tritatutto mediatico. L’istante rubato al “mastica e sputa”, ci muove a dire la nostra, di pancia nel putiferio dei social, oppure, usando le facoltà di riflessione e discernimento in nostro possesso. L’istantanea di questi giorni è quella scattata durante lo sgombro della palazzina romana occupata abusivamente. Ha suscitato indignazione e rabbia, e portato alla luce il filo sottotraccia della memoria. E’ bene che sia così. Che la storia, la cronaca racconti ai nostri figli la verità di cosa questo paese sia impastato, che l’Italia non è quella del libro Cuore, ha anche un’ombra tenebrosa. Questa è la storia dell’uomo che vive l’ambivalenza e l’ambiguità di un cuore aperto oppure di tenebra che genera nefandezze, ingiustizie e crimini.

Alla conclusione del suo articolo Gioacchino Creaco afferma: “La foto di Roma è un inganno, perché buona parte dell’Italia non è per la carezza, ma per le braccia spezzate”, viene voglia di sottoscriverlo e magari, come tanti hanno fatto, pubblicarlo sulla bacheca di Fb. Ma qualcosa fa cortocircuito e si interrompe. Non per polemica, ma perché convinti della forza del dialogo, decidiamo di spiegarne le ragioni.

C’è molto di vero nelle parole:L’Italia vera è quella che ha trucidato Pasolini, e c’era tutta a martoriare il suo cadavere, perché questa non è terra per chi è troppo sensibile, troppo intelligente, troppo fragile. L’Italia, da che è una, non è la terra per i diversi, per gli altri. E’ rimasta amena nella forma ed è diventata nera nel cuore. È il paese del rancore, crea mostri per sentirsi migliore, li costruisce e li mette sul rogo”.

Ma capita a volte, che, ascoltando l’altrui pensiero, convincente, bene argomentato, condivisibile, d’un tratto si avverta una nota stonata, un passaggio o una conclusione che non è più la tua, che lascia dentro amaro, rabbia, non senso. Desolazione. Qualcosa che non ti appartiene. C’è del vero, ma non è tutta la verità. La Verità tutta intera. Senza la presunzione di avercela in tasca, la tua. Approvare significa perdere di vista ciò che per te è vita, umanità, speranza. Se la provocazione serve a scuotere, ben venga, non solo è giusta, ma doverosa per scuotere coscienze e menti assopite. Ma quando si fa convincimento profondo, che non ci si salva in questo paese, un paese “spietato” che può aver “ trucidato Pasolini”,  e aggiungo troppi altri che lottavano per la giustizia, la legalità contro le mafie e la corruzione, c’è però qualcosa che non torna. Se seguo questo pensiero entro in un tunnel nero da cui non si esce in nessun modo. Dove ci sono dentro tutti, o comunque una “buona parte di noi” sia per spezzare le braccia e le gambe ai crocifissi della terra, non è la verità tutta intera. E non per eccessiva sensibilità e fragilità interiore, qualora fossero due qualità negative, che spingessero comunque a dipingere la realtà come un trasparente acquerello. La vita ha tinte caravaggesche e va vissuta in modo incarnato senza distogliere lo sguardo. Ma vagliando le luci e le ombre. Ed è una storia che conosciamo bene, antica più di quella italiana, così ben tratteggiata da Criaco. Si tratta di una storia che ha 2000 anni, quella di spezzare le braccia e le gambe. E ancor di più, inchiodare mani e piedi e poi trafiggere il cuore.  
Da che parte stai, tu che guardi l’immagine di oggi e quella di allora? Da che parte sta il cuore di fronte alla scena? Senza illusioni che tutto si trasformi in buonismo e volemose bene, e su questo concordo con l’autore, ma se tutto fosse davvero un inutile, sterile, inganno che si perpetua da sempre, che ci facciamo noi qui? Guardiamo solo le immagini, scriviamo, ci indigniamo e poi tanto non è cambiato mai nulla. “Mastica e sputa”, canta De Andrè , parole misteriose, che ricordano un mestiere estinto svolto dalle donne che masticavano pezzetti di favo per “separare” la cera dal miele. Ecco noi dovremmo masticarle a lungo le storie, per separare ciò che sempre va diviso. Come il cuore umano che è come il favo, cera e miele.

 Se guardiamo l’ingiustizia proviamo rabbia, ma altro è vivere e morire da arrabbiati. Le carezze servono, non basta guardarle, bisogna saperle donare. Non fanno rumore, non “raggiungono traguardi”, ma silenziosamente capovolgono la prospettiva. Hanno una forza dirompente le carezze, sovversiva e rivoluzionaria.  Se compi quel gesto non resti più a guardare, non è più inganno. Sei dall’altra parte. Ed anche se fosse rimasto uno solo nella notte più buia di questo paese, sarebbe quella luce e quel gesto che ci sentiamo obbligati a seguire a dare senso, sostanza alla vita, all’umanità e alla speranza.

*foto di Pasolini, il poeta assassinato (da google)