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Quando il Superprefetto De Sena spiegò: non si possono criminalizzare 2 mln di calabresi

Quando il Superprefetto De Sena spiegò: non si possono criminalizzare 2 mln di calabresi
desen Nessuno, senza conoscerlo, penserebbe mai che Luigi De Sena sia un poliziotto. Anzi, che fino qualche settimana addietro sia stato uno dei poliziotti più importanti del paese. Ricorda piuttosto un maturo gentiluomo di campagna dai modi e dalle abitudini raffinati. Abito grigio e morbido di buona sartoria, camicia celeste tenero con le sue tre iniziali anche lei fatta a mano, cravatta in tinta. Ha una parlata sciolta, senza allusioni.

Eppure è proprio lui il Superprefetto (ma non chiamatelo così perché reagisce subito: “Mi creda, io di super non c’ho proprio niente”), l’ultimo di una tradizione che annovera uomini (anzi, prefetti) di ferro come Mori, Marzano, Dalla Chiesa, De Francesco. Va dritto ai concetti. Preciso fino ad apparire in curioso contrasto col clima ovattato che è capace di spandere intorno. Sarà suggestione, ma sembra il commissario Maigret con la faccia di Jan Gabin quando crea una atmosfera soft per far meglio scattare le sue trappole micidiali.

Comincio: lei che è meridionale… Ed è subito interruzione: “Oltre che meridionale, meridionalista. Ci tengo”. Il cronista va avanti chiedendogli cosa pensasse della Calabria prima di venirci come Superprefetto, una domanda giusto per rompere il ghiaccio. De Sena invece ne approfitta subito per andare al sodo. Racconta di quando come Direttore centrale della polizia criminale aveva fatto un piano per la Calabria e di quanto avesse insistito per una strategia “che guardava non soltanto al sistema sicurezza ma al sistema socio economico, alle Associazioni di categoria e del Volontariato, al credito e ai sindacati. Un programma che andava ben oltre il sistema di sicurezza vero e proprio e la competenza esclusiva delle forze di polizia per investire e sollecitare il sociale che dev’essere uno degli strumenti per creare un’intensa attività di prevenzione”. Chapeau! Non era una vanteria. E’ proprio meridionalista il signor Superprefetto, convinto com’è, secondo il meglio del filone democratico del meridionalismo italiano, che la mafia non è solo ordine pubblico ma problema sociale e di cultura. Chapeau! Anche perché approfitta di una domanda generica per piantare subito, con una cortesia e una amabilità che imbarazzano, i paletti fermi delle sue fermissime convinzioni.

Insisto sull’idea che aveva ed ha dei calabresi. Si rigira tra le mani una sigaretta che non osa accendere e tormenterà per tutta l’intervista: “Sa negli uffici non si può fumare”, dice con aria sconsolata. Racconta: “La Pubblica Amministrazione e anche la cultura o la giustizia, in tutto il territorio nazionale, vengono esercitate dai meridionali e anche dai calabresi. Al di fuori del contesto territoriale originario i meridionali e i calabresi assumono posizione di assoluta autorevolezza. Il distacco dal territorio produce un esercizio della grande intelligenza e cultura che li fa apprezzare ovunque”. Grandi servitori dello Stato, scrittori, professionisti autorevoli, scienziati in ogni posto, e qui perché no?”

Non ha neanche bisogno della sollecitazione, il Superprefetto. “Evidentemente il territorio è condizionante. E indubbiamente c’è poi anche questa sottocultura che fa riferimento alla presenza delle associazioni criminose. Almeno fino a un certo punto”, aggiunge inserendo un sofisticato distinguo. “Ma tenga presente che nella nostra storia c’è stata una forma di assistenzialismo che ha portato i meridionali a essere sempre disponibili alla destinazione di assistenza. Non di sostegno, ma di assistenza. Questo è uno dei punti, ne ho parlato anche alla conferenza regionale presente il ministro dell’Interno on. Pisanu, per mandare un segnale di continua attenzione al territorio. In effetti sì, c’è una stranissima combinazione sui nostri territori che impedisce l’esprimersi delle qualità che noi attribuiamo ai meridionali, e vorrei dire in particolare, ai cittadini calabresi”.

“Se si può spezzare la spirale? Sì, servono colpi di maglio. Uno, pesantissimo, bisogna darlo alla criminalità organizzata: questo è poco ma sicuro. Ma non si può arrivare a questo soltanto con le forze di polizia, che comunque in Calabria fanno un lavoro eccezionale. Sono necessarie una convergenza e una solidarietà istituzionali che forse prima non si apprezzavano. O almeno, non erano molto praticate”.

De Sena si riferisce “Alla realtà dell’Amministrazione generale. Ho notato che manca un dialogo a livello interistituzionale. Su tutte le problematiche. La sicurezza – torna a insistere sul concetto architrave di tutto il suo ragionamento - non deve più considerarsi un fatto delle sole forze di polizia. La sicurezza, che sfocia poi nel sociale, deve avere dei protagonisti che vanno ben oltre. Le forze di polizia devono concentrarsi in una attività specialmente di prevenzione”. Come dire: la sicurezza non è uno dei problemi ma la condizione al cui interno si risolvono tutte le altre questioni. Precisa: “Sì, una precondizione. Ma se si considera come qualcosa di allargato.

Lo stesso Ministro ha richiamato l’attenzione su questo. La Pubblica Amministrazione deve offrire, specie nelle aree meridionali, servizi ineccepibili. Deve essere efficiente ed efficace”. Scandisce: “Io credo che quando proponiamo la cultura della legalità dovremmo fare come Pubblica Amministrazione un po’ di autocritica. Autocritica per verificare se noi realmente siamo cultori di legalità nell’erogazione dei servizi al cittadino”. Lo provoco: può esplicitare? Mi pianta gli occhi addosso e avverte: “Possiamo proporre e sostenere la cultura della legalità se al nostro interno, come apparato burocratico, diamo segnali di efficienza ed efficacia. Molto spesso i servizi burocratici non rispondono a questo. Ed è grave se accade in un’area particolarmente rassegnata, dove la rassegnazione costituisce una fascia grigia di convivenza, talvolta addirittura inconsapevole, tra perbenismo, illegalità e criminalità. Per esempio: la lentezza dei servizi – una certificazione, una autorizzazione, un qualsiasi atto dell’Amministrazione a cui il cittadino ha diritto – incide sul consenso che il cittadino presta all’Amministrazione. Fa pensare: le cose vanno sempre così, andranno sempre così, sarò costretto ad attendere tempi lunghi, meglio se esercito in un altro modo un diritto che l’Amministrazione non mi consente di esercitare”.

Ma la situazione calabrese è migliore o peggiore di quanto ha immaginato quando gli hanno proposto di venire in Calabria? Il Superprefetto è certo: “Vivendo il territorio mi sono reso conto che qualcosa di meglio c’è”. Insisto: l’immagine della Calabria fuori dalla Calabria è peggiore della realtà? “Secondo me, sì. Non si comunica in maniera corretta. Vede, della Calabria o se ne parla male o non se ne parla. Non è possibile che in Calabria non ci sia nulla di buono. Se poi si viene a stare qui si constata che non è così, che qualcosa di buono c’è, come in tutto il Mezzogiorno. Solo che in base alla rassegnazione, alla tolleranza del cittadino Meridionale verso i fenomeni negativi, non siamo in condizione, non comunichiamo le cose positive. Non si parla mai, per esempio, di una iniziativa conclusa. Mi sono preoccupato di far chiedere ai sindaci l’elenco di tutte le iniziative positive che sono state fatte. Non per controbilanciare la comunicazione o attenuare la violenza e la veemenza della ‘ndrangheta, ma per dire: il fenomeno esiste, violentissimo, preoccupantissimo, inquietante, specie alla luce del delitto Fortugno, ma perché non si parla mai anche delle altre cose? Le propongo un paradosso: è una regione dove abbiamo un clima che a dicembre sembra primavera. Ma se non capita una disgrazia ambientale del clima non se ne parla mai. Eppure questo potrebbe creare ricchezza, dare prospettive”.

Riparto dal suo concetto di tolleranza verso le negatività, cioè dell’assuefazione e dell’accettazione. Gli dico del cane che si morde la coda. I cittadini accusano lo Stato di inadeguatezza. Lo Stato si lamenta che con cittadini omertosi non si può far nulla per diventare adeguati. Me lo dice il signor Superprefetto come si spezza la spirale? E qui De Sena con poche battute cancella una tradizione antica di giustificazionismo lamentoso e di pregiudizi sull’omertà quasi biologica dei calabresi: “Cominciamo, intanto, a stabilire che il circuito si spezza attuando la sinergia istituzionale che porta lo Stato a un certo livello di credibilità. La prima mossa la deve fare lo Stato. Deve farla l’apparato burocratico. Questo è poco ma sicuro. Solo allora potremo proporre una rivoluzione culturale, che si può fare perché ci sono le intelligenze, i protagonisti giusti, un territorio che offre anche queste possibilità. Banalizzando: i due milioni di cittadini calabresi che vivono su questo territorio non possono essere criminalizzati. Se le chiedessi quanti sono i criminali cosa mi risponderebbe?”.

Per la verità, osservo, le domande dovrei farle io, ma se proprio insiste

direi poche migliaia, forse anche meno. “No, no, non quantifichiamo. Potrei sbagliare per eccesso. Mentre posso sbagliare per difetto nella percentuale delle persone perbene potrei sbagliare per eccesso sui criminali. Ma mi creda ci sono le condizioni per farcela”. Ora che ha rotto il tabù (sempre falso) dello Stato castigamatti che picchia in testa i cittadini omertosi, gli chiedo un altro passo in avanti, di dirmi se c’è molto da fare in Calabria per ricostruire il volto dello Stato a cui lui pensa. “Certamente, c’è molto da fare. Ma il primo passaggio deve essere la credibilità dell’Amministrazione sul territorio. Una volta che s’è consolidata questa credibilità, anche in maniera graduale, avremo sicuramente dei risultati positivi”.

M’inserisco. Ma non ha paura il Superprefetto De Sena: nel momento alto della sconfitta lo Stato prende uno dei suoi numeri uno, stimato da tutti nessuno escluso (centrodestra, centrosinistra, centro sotto e sopra) e lo invia per risolvere tutto. Non ha paura di tutte le aspettative che il suo arrivo ha creato? Si capisce perfino dal tono della voce che lo considera un argomento serio. Si sforza per essere preciso fino alla pignoleria: “Indubbiamente è un compito arduo. Ma devo dire che ho un’assistenza istituzionale del Ministero e del Ministro Pisanu che ha seguito fin dall’inizio con grande attenzione le vicende calabresi. Una assistenza adeguata al compito che devo svolgere. Ho precisato, non al Ministero dove lo sanno, ma a tutti gli altri, che una svolta di questo tipo non può realizzarsi nel giro di pochi mesi. E’ una svolta che si può proporre al cittadino e nei contesti di vivibilità del territorio ma esige tempo. La sottocultura che si è istaurata su questo territorio si può combattere e la si può vincere gradualmente soltanto con gli input che arrivano dallo stesso territorio che devono essere esattamente metabolizzati dalla Pubblica Amministrazione. Come ha detto il presidente Loiero nessuno ha la bacchetta magica. Possiamo però lavorare su degli step, degli step di avanzamento che vedano la Pubblica Amministrazione prima protagonista di una riflessione e di una maggiore predisposizione al servizio pubblico”.

Ma se l’obiettivo è questo quand’è che Luigi De Sena potrà dire: vabbè, non ho finito ma due o tre cose fondamentali le ho fatte. Ed è a questo punto che il signor Superprefetto mi regala un’inedita primizia: “Le dico che un pallido primo risultato di questo programma Calabria, che non è ripeto un programma di sicurezza e basta, sempre sulla base di un atteggiamento coerente della pubblica Amministrazione, un primo pallidissimo risultato credo di poterlo raggiungere entro un anno. Diciamo entro dicembre del 2006. Parlo di un pallidissimo risultato”. Gli chiedo di rivelarmi qualcosa di più, di dirmi di che si tratta. “No. Deve consentirmi di sorvolare su questo perché c’è una parte estremamente riservata che riguarda proprio il settore della sicurezza”.

Quindi, nel dicembre del 2006 saremo ancora sotto rispetto a quel che ci serve ma un passo avanti rispetto ad oggi? “Sì. Parliamo di un mezzo punto in più a favore dello Stato. Ma un mezzo punto in più può innescare una sinergia positiva. Può creare un volano perché l’anno successivo non si abbia un altro mezzo punto in più ma un bel po’ di altri punti”.

Gli ricordo Mori, Marzano, Dalla Chiesa, De Francesco. I Superprefetti danno la sensazione che lo Stato ogni tanto si difende e si nasconde dietro le sue facce migliori e più determinate. Non l’avverte il rischio della ripetizione di un dramma che ogni volta, al di là di piccoli aggiustamenti, lascia intatte le sofferenze di grandi comunità? La risposta è immediata: “Lei fa un raffronto con personaggi di altissimo prestigio che hanno operato in epoche completamente diverse”. Ha ragione ma come loro anche lei sarà alla fine giudicato: “Certo. Ma, ripeto, siamo in epoche diverse. L’accostamento a Mori, Dalla Chiesa e altri, deve tenere conto che oggi abbiamo una normativa molto evoluta. Allora non c’erano neanche le leggi necessarie. Io vivo una situazione migliore da questo punto di vista. Oggi le norme esistono. I poteri assegnatimi sono di un presidente della Conferenza regionale sulla sicurezza spostato a Reggio Calabria, insieme al potere di ricevere le informative dei servizi di informazione. Sono due condizioni certamente indispensabili”. I Servizi fanno subito drizzare le orecchie a qualsiasi cronista: saranno usati contro la ‘ndrangheta?

“Credo – è la risposta - che per come si sono atteggiati e per le informative che forniscono possono dare un grandissimo contributo. Le ho detto dei poteri che ho. Ma, secondo me, il migliore potere è quello dell’esercizio della normale intelligenza umana che deve intercettare degli omologhi nell’ambito del territorio”.

Gli chiedo a bruciapelo quanto dovremo ancora aspettare noi calabresi, specie quelli del Reggino. Quanto tempo ci vorrà per tornare persone libere in tutte le contrade, senza condizionamento di ‘ndrangheta? La risposta è cauta: “Non mi azzardo a fare pronostici temporali. L’unico a cui posso attenermi è quello che le ho già fatto: entro un anno il sistema della vivibilità e sociale può avere un mezzo punto in più. Poi discuteremo. Indubbiamente, il mandato è molto oneroso. Lei mi ha chiesto cosa mi prefiggo. Rispondo: vivendo qui qualcosa di positivo l’ho riscontrato. Bisogna lavorare su questo”.

Gli ricordo di Dalla Chiesa: arrivato a Palermo valutò il fastidio o l’untuosità con cui veniva accolto. E a Reggio? Come vive qui un prefetto in missione speciale? “Non le posso rispondere – dice sorridendo. Sono qui da 32 giorni tutti di lavoro intensissimo, di studio, di incontri. Mi rifaccio da quello che ho detto prima: la stragrande maggioranza dei calabresi è costituita da persone perbene che hanno il diritto di avere una vivibilità quotidiana accettabile. E’ il mezzo punto che possiamo accreditarci in un anno. Sulla mia vivibilità personale la rinvio al prossimo colloquio quando avrò capito meglio le istanze che nel frattempo, per l’esposizione mediatica di cui sono stato oggetto, sono arrivate sul mio tavolo”.

E Fortugno? Verremo a capo dell’omicidio? Avverte: “E’ un argomento di esclusiva competenza dell’autorità giudiziaria. Posso dirle soltanto che quelle autorità stanno lavorando in maniera intensissima. Non posso fare altro che auspicare una soluzione di quel caso”.

Gli chiedo ancora: se si potesse sedere al caffè come una persona normale coi commercianti e gli imprenditori succhiati dal racket, i disperati in mano agli usurai, con quelli che vivono l’incubo di figli senza prospettiva, che gli direbbe? “Che possiamo insieme migliorarci. E per la verità devo dirle che, e la cosa mi ha sorpreso, mi hanno fermato, soprattutto giovani con la faccia pulita che mi auguro che nessuno tenti di strumentalizzare, che hanno istanze nuove, non solo personali ma sociali.

Ho detto a tutti: possiamo migliorarci. E gli ho anche detto: certo il primo passo lo dobbiamo fare noi. Lo Stato. Non si scappa”.

*dicembre 2005
**disegno di marcello furriolo