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LA STORIA. Giovanni e la sua vita arrangiata

LA STORIA. Giovanni e la sua vita arrangiata
kandi   Di continuare a studiare Giovanni non aveva più voglia. Quel diploma da ragioniere gli era costato fin troppa fatica. Adesso, che non aveva più l’obbligo di svegliarsi al mattino presto per prendere la littorina, era finalmente estate e per lui la scuola era terminata per sempre, poteva starsene a godersi le lenzuola di lino, che il terragno dell’Aspromonte entrando dalla finestra rendeva fresche anche in quella afosa estate. Si sforzava, più per le insistente del padre, ma con scarsi risultati, di immaginare ciò che sarebbe potuto essere il futuro. Di una cosa era certo, non si sarebbe mosso dal paese. Sentiva che era la sua vita, il suo mondo e per niente al mondo avrebbe rinunciato a quelle poche case e a quella gente poca. Aveva ottenuto, più per le sue insistenze presso un parente colonnello, di essere esonerato dal dover prestare il servizio di leva militare, quindi nulla lo avrebbe potuto distogliere da quella sua ferma determinazione.

Don Gesualdo, il padre, continuava a ripetergli che quello era un modo di intendere la vita “arrangiato”, da individuo senza ambizioni e speranze. Ma Giovanni no, non sarebbe andato da nessuna parte, né per studiare e né per lavorare. Tuttavia, con un diploma da ragioniere in tasca, in quella Calabria di quella fine degli anni sessanta, non c’era che da sperare nel primo concorso Pubblico locale. Nel frattempo, Giovanni sapeva che passata l’estate il padre gli avrebbe impedito di rimanere nell’ozio e lo avrebbe costretto ad andare nell’ingrosso di alimentari che egli portava aventi con successo: “Di un ragioniere ne ho bisogno, quindi piuttosto che pagarne uno forestiero….”.

Giovanni, a dire il vero, nell’ozio ci sarebbe rimasto quanto più a lungo possibile, amava leggere e sognare, nel chiuso della propria stanza. Inoltre, con una madre ed una sorella in casa pronte in ogni momento nel servirlo, non poteva sperare di meglio. Ma Don Gesualdo sarebbe stato un ostacolo difficile da aggirare e sul fatto che egli dovesse pur fare qualcosa sarebbe stato irremovibile. Del resto, la prospettiva di essere costretto a lavora a fianco del padre, inorridiva Giovanni. Sapeva cosa volesse dire stargli accanto, non sarebbe durato.

Non che avesse molte alternative, ma una si presentò inaspettata. Se avesse accettato di occuparsi del tabacchino dello zio Peppino, il quale voleva cedere l’attività in quanto anziano e con l’intenzione di raggiungere i figli che avevano fatto fortuna altrove, poteva in un sol colpo, risolvere la questione. Don Gesualdo, sul tabacchino dello zio ci sperava da parecchio e non gli parve vero di cogliere l’occasione al volo. Giovanni acconsentì ancor più di buon grado! Tra la fretta di zio Peppino e le esigenze, diverse ma coincidenti, di don Gesualdo e Giovanni di acquistarlo, passata l’estate l’affare fu concluso.

In casa, ora che la strada era tracciata, ora che i destini si erano consolidati, si era instaurata un atmosfera di serenità mai respirata prima. Persino Don Gesualdo, che dell’imprecazione per tutto era un maestro, non si lamentava e non brontolava più di tanto.

Era un bel ragazzo Giovanni, educato e dai modi oltremodo garbati. Questa sua naturale bellezza ed eleganza lo rendevano particolarmente attraente presso ragazze del paese e non solo. Presto, presso il tabacchino, che faceva anche da edicola, le visite delle ragazze si fecero sempre più assidue e numerose. Del resto, anche in quegli anni ed in quel contesto, nessuno aveva molto da ridire. Giovanni era un buon partito per come era e per il solo fatto di essere figlio di Don Gesualdo, se a questo si univa il fatto che già così giovane aveva una sua propria attività, non c’era dubbio che era l’oggetto del contendere.

Tra le tante, Giovanni ne aveva scelta una, al più schiva, quella che meno delle altre si era recata presso il tabacchino, quella che era diventata rossa solo a rivolgerle una parola. Nel contempo, dava corda a tutte e tra queste anche a qualche già donna fatta, sposa e madre di gente di rispetto, che non chiedeva altro che le si desse corda. Ma Giovanni non era stupido e non si spinse mai oltre. Solo una cosa Giovanni non poteva immaginare, che quella sua condizione, per così dire privilegiata, che quel tabacchino di cui era diventato proprietario provocava molti, troppi mal di pancia.

Sta di fatto, che con la naturalezza con la quale alcune cose accadono in certi contesti, Giovanni ebbe solo il tempo di vedere un lampo che squarciò il buio della notte. Una fucilata lo colse in pieno volto e della sua bellezza rimase sin da subito solo il ricordo. Morì sul colpo, di una morte asciutta, quanto il marciapiede di pietra lavica, arido e caldo, sul quale si afflosciò lentamente il suo corpo. Quanto le parole in più che nessuno avrebbe più speso sul suo conto. Le indagini, che pure ci furono, non portarono a nulla, se non ad acuire l’infinito sconforto ed ha mortificare la speranza dei più. L’unica sua colpa, del tutto inconsapevole, quella di essersi ostinato a rifiutare un destino, quello di andar via, che altri avevano già scritto per lui. Colpa, dopo la sua morte, che non volle condividere la ragazza che arrossiva, la quale lasciò il paese e di lei non se ne seppe più nulla. “Cherchez la femme”, per la morte e per la vita, dalle nostre parti!

*foto della Strada di Manau con donne, Kandinskij, 1910.