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LA CALABRIA e i PROVERBI. Chi è povero è infelice, ma è più infelice chi è solo

LA CALABRIA e i PROVERBI. Chi è povero è infelice, ma è più infelice chi è solo
  solitudine         Maru è lu nudu / ma è cchiù maru cu è sulu.

Maru’ è aggettivo derivante  da un originale greco ‘a-mauros’ (a- privativa + radice mar-, uguale a quella di mar-mor, brillo, fiammeggio come il marmo), che ha dunque  generato amauro-ô, oscuro, affievolisco, cancello, vivo nell’oscurità.

In greco calabro si è generato mavru, probabilmente da una pronuncia dotta di a-mauros che ha frainteso l’identica grafia codicistica di V- e U- che ha, inoltre, perso per aferesi la vocale iniziale, originariamente fornitrice del senso poi conservatosi anche senza di essa.

Mauro è anche cognome abbastanza diffuso in ambito calabro-siculo; in area grecanica si trasforma anche in soprannome, Micu Mavru.    

La parola ha dato luogo in Calabria a un vero e proprio lemmario che non si trova in alcuna altra lingua; si veda La lingua della valle dell’Amendolea - Vocabolario Fraseologico, Reggio Calabria 2006, sub voce.

Per quel che qui interessa assumiamo i due significati di persona morta, per il quale non brilla dunque più la luce (maru me nonnu, mara me mamma, maru me frati, Maru Petru, etc. etc.), che vive nell’Ade, verrebbe da dire, undi non vidi non suli e no luna, e povero, miserabile, indigente, infelice di cui intendiamo analizzare alcuni  esiti proverbiali.

Il detto che abbiamo messo in epigrafe stabilisce una graduatoria tra la povertà estrema, di chi non ha nemmeno i vestiti indosso, e la solitudine; quest’ultima è male ancora più grande di chi è nudo.

C’è analoga gradazione tra l’indigente e l’impotente, l’affetto da malattie menomanti: maru a cu non avi / e tristu a cu non poti.

Maru a cu non avi a nuddu, povero chi non ha nessuno, ha il medesimo significato applicato a chi non ha avuto discendenti.

Diversi proverbi invitano a non fidarsi della generosità altrui: Parenti, parenti / mara la casa chi non avi nenti, povera la casa che non ha sostentamento, maru cu non avi pani a lu so zurgu, povero chi non ha il pane nella sua dispensa.

Mara la pecura c’avi a dari la lana è detto che invita a non indebitarsi pensando poi di non onorare gli i impegni presi.

Non manca la connotazione di classe della povertà: maru a cu servi nobili e patruni / mangia dill’urtimi e mori di li primi; il servitore dunque mangia male e muore giovane.

La vocale privativa si è conservata, forse per assonanza con l’aggettivo ‘amaro’ che ha significato analogo, nel proverbio, che è anche distico di canzone popolare, amaru all’omu ch’i fimmini cridi / lustru di paradisu non ndi vidi: qui si evidenzia ancora una volta il significato di ‘poveretto’ attribuito al credulone verso la parola femminile che, pertanto, rimane privo della ‘luce del paradiso’, perciò nell’oscurità.

Anche l’ignoranza è sintomo di povertà: tu mi dicisti ed eu amaru criju / chi prima veni giugnu e dopu maju, tu mi hai detto ed io ignorante credo / che prima viene giugno e dopo maggio. 

Amaru a cu nasci pòviru / c’ogni ventu lu rizzola, qui il povero è sventurato dalla nascita ed ogni soffio di vento lo manda a gambe all’aria.  

Chiudiamo con un proverbio bilingue in cui la condizione di ‘povertà’ riguarda il ‘malutempu’ dello straniero:

  1. a) Chiovi, chiovi / e malu tempu fa, / e maru è lu straneru / ch’in casa d’altri sta;
  2. b) Vrechi, vrechi / ce àcaro cherò echi/ ce mavro ene o sceno/ ti ston spiti to addò steki.