Direttore: Aldo Varano    

LA CALABRIA e i PROVERBI. La moglie fa la casa e la moglie la sfascia

LA CALABRIA e i PROVERBI. La moglie fa la casa e la moglie la sfascia
casaC  Casa quantu mi stai

Il proverbio, che invita a non essere eccessivi nelle costruzioni, è a prescrizione multipla (costruire una casa sola,  megghiu na casa mpacciata ca centu, grande quanto serve e arredarla con l’essenziale) e serve a contrastare l’atteggiamento fustigato lapidariamente anche da Pirandello: “I siciliani mangiano come se dovessero morire il giorno dopo / e costruiscono case come se non dovessero morire mai”.

E i calabresi ‘cugini poveri dei siciliani’ sono, sia nelle costruzioni che negli abusi edilizi.

L’inibizione si giustificava con i costi, non solo economici, delle ‘frabbiche’: cu non sapi di casa mi faci nu furnu, cu non sapi di casa mi faci un pagghiaru (chi non sa quanto costa fare una casa provi a costruire un forno a legna, in genere a fianco della abitazioni, o un pagliaio, riparo di precario di pecorai o carbonari fatto di muri a secco e coperto di frasche), frabbica e liti / provati e viditi (le costruzioni, come le liti giudiziarie, sono lunghe e dispendiose; provare per credere), Casa frabbicata / fossa spalancata, ove si dispiega il timore di morire o per l’intensità delle fatiche collegate al costruire, per l’invecchiamento conseguente ai tempi lunghi o, infine, per entrambe le ragioni.

Se la casa è piccola bisogna trovare la moglie adeguata: Casa picciula e fimmina ngegnusa (casa piccola e moglie accorta) perché a mugghieri faci a casa e a mugghieri a spascia: la moglie prudente fa la casa e quella spendacciona la disfa, anche se il marito porta i soldi con il carro;  a mugghieri cu lu sgarru / poti cchiù d’u maritu cu lu carru.

L’alternativa sarebbe non sposarsi ma l’uomo solo è come una lampada spenta nel buio della vita: Casa senza fimmina / lumera senza focu.

Una volta costruita, la casa diventa fortilizio (ogni cani si faci forti a casa sua) da cui escludere gli estranei (cu ndavi casi grandi mi menti spini / e no mi dassa lloggiari furisteri di cui esiste una bella versione grecanica pis echi spiti megalo / mi vali na stasiusi sceni) specialmente se monaci o preti: megghiu spini / chi monaci o parrini.

Nella casa sono importanti le gerarchie (Mara la casa aundi canta la gaddhina, povera la casa dove comanda la donna e il marito sta zitto, y el gallo se calla, aggiunge la versione iberica), la conoscenza anche distorta delle dinamiche (sapi cchiù lu pacciu in casa sua / chi lu saviu in casa d’autri), la disciplina nel mangiare e nel dormire, anche e soprattutto per i figli, con l’invito a cercare alternative in caso di scarso apprezzamento dell’esistente: Pani jancu? / A casa tua!,  e, in caso contrario, l’invito perentorio a sloggiare: ccà non c’è puticha e non c’è lucanda / va duna lu culu a n’autra banda.    
Fatta la propria famiglia non bisogna occuparsi di quella degli altri, anche se sono parenti e se  crolla loro il mondo addosso: fora du me bizzolu (il bizzolu era la soglia di casa, su cui ci si soffermava a chiacchierare da bambini o a pettegolare da grandi, a perdere tempo, a mettere dunque vizi >bizze>bizzolu) / puru m’è me soru.

E quando la si abbandonava la casa, per poco o per tanto tempo, era importante non dimenticare la via che portava ad essa: non pèrdiri mai a via d’a casa.

Infatti per ogni uccello è bello il suo nido (puddhìa, puddhèa  / quantu è beddha la me folèa), anche il gufo, che passa per animale non molto sveglio: Ogni cuccugnàu torna sempri a li so’ rocchi.