Direttore: Aldo Varano    

REGGIO. Il tesoro del Palazzo della cultura Pasquino Crupi

REGGIO. Il tesoro del Palazzo della cultura Pasquino Crupi
Caro Direttore, sono stato sempre convinto che Reggio, detto in modo semplice e non banale, è una città tutta da scoprire. Tanti valori, vecchi e nuovi, sono nascosti, sconosciuti. Spesso manca anche solo un cartello, un segnale, un riferimento di qualunque tipo, e così edifici, opere, tracce preziose di storia, di cultura, di arte, rimangono ignote alla quasi totalità dei cittadini (per non dire dei turisti). Già una decina di anni fa, un libro di Daniele Castrizio, Maria Rosaria Fasci e Renato Laganà (‘Reggio. Città d’arte’, 2005), raccontava molto bene dei tanti edifici di pregio sparsi per la città.

E a volte, le risorse, anche se visibili, note, e fruibili, non hanno tutta la visibilità, la notorietà, e la fama, che meriterebbero.

Ho avuto recentemente modo di visitare il Palazzo della Cultura di Reggio Calabria ‘Pasquino Crupi’. E’ un posto a dir poco straordinario, il cui valore merita di essere sottolineato. Non esagero. Lascia a bocca aperta la quantità e il valore delle opere che ci sono. Grandi nomi della pittura del Novecento. Sironi, Ligabue, Guttuso, De Chirico, Fontana, Rosai, Carrà, Sassu, Cascella, Dorazio, Migneco, e tanti altri. Oltre a opere di ‘stranieri’, come Dalì. Sembra un po’ uno spaccato del Museo del Novecento di Milano. Ma in questo caso siamo a Reggio Calabria, ‘piccola’ città del profondo Sud. Non credo che sia così frequente trovare in un unico museo una così ampia varietà di grandi artisti del Novecento.

Oltre al valore immenso delle opere esposte, altre tre cose mi hanno colpito.

Innanzitutto, la presenza di tante opere di artisti calabresi (penso per esempio a Tommaso Minniti). Unire grandi pittori italiani e stranieri, che occupano ormai un posto nella storia dell’arte mondiale, con artisti calabresi, di valore tutt’altro che trascurabile, è un’operazione interessante e apprezzabile, che stimola a conoscere artisti che altrimenti rimarrebbero nell’ombra. In alcune sale è perfino consentito a ciascun cittadino, che magari artista nella vita non è, di esporre una sua opera. Si direbbe, un museo aperto alla comunità e al territorio.

In secondo luogo, la cortesia, la disponibilità, la professionalità e la competenza del personale, incluso i membri delle associazioni che accompagnano nella visita. Sono stati tutti, semplicemente, impeccabili.

E infine ho avuto anche l’impressione di una grande attenzione alla cura dei dettagli per tutto ciò che concerne l’esposizione, e anche alla sicurezza. Certo, c’è ancora molto da lavorare, il Museo è partito da poco, ma lo stato dell’arte (è il caso di dire!), è già notevole. Si sta lavorando bene.

A proposito di cose su cui lavorare, penso che siano due le questioni cruciali: accessibilità e, per l’appunto, visibilità. Il Palazzo della Cultura non è facilmente raggiungibile. Anche in auto, non è agevole raggiungerlo, parcheggiare, le indicazioni sono carenti. E poi manca ancora un sito web, la comunicazione, la promozione. E’ insomma una risorsa nuova, e ancora, immeritatamente, sconosciuta. Anche qui forse la costruzione di reti e collaborazioni, con altri enti e istituzioni, come è accaduto con successo per il Museo Nazionale, potrebbe certamente dare benefici.

Ultima osservazione. Sullo sfondo, non va dimenticato come è nato il Palazzo della Cultura. Opere sequestrate alla mafia ritornano a disposizione della collettività. Il grande significato di questa operazione, la portata etica, rende ancora più importante questa nuova straordinaria risorsa per la città.  

*Certet-Bocconi e Università della Valle d’Aosta