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CHIZZONITI. Giustizia e informazione: perché tanta paura a far sapere i nomi di (presunti) poliziotti infedeli?

CHIZZONITI. Giustizia e informazione: perché tanta paura a far sapere i nomi di (presunti) poliziotti infedeli?
(rep)
ILL.MO SIG. PROCURATORE CAPO DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA

ILL.MO SIG. MINISTRO DEGLI INTERNI – PALAZZO DEL VIMINALE – ROMA
ILL.MO SIG. CAPO DELLA POLIZIA – PALAZZO DEL VIMINALE - ROMA
ILL.MO SIG. PREFETTO DELLA PROVINCIA DI REGGIO CALABRIA
ILL.MO SIG. QUESTORE DELLA PROVINCIA DI REGGIO CALABRIA
ILL.MO SIG. COMANDANTE GENERALE DELLA GUARDIA DI FINANZA – ROMA
ILL.MO SIG. COMANDANTE DEL GRUPPO PROVINCIALE DELLA GUARDIA DI FINANZA – REGGIO CALABRIA
ILL.MO SIG. PROCURATORE CAPO DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI CATANZARO


Frigido pacatoque animo, rassegno alla Superiore valutazione delle SS. in indirizzo, la nota che segue, volta non a dissacrare le Istituzioni reggine, ma semplicemente tesa a prospettare deferentemente una documentata riflessione critica, in perfetta sintonia con la schiettezza che mi è congeniale, (in claris non fit interpretatio), quindi, a voce altissima e nella qualità di difensore della Sig.ra Caterina Aronne, nata a Reggio Calabria, il 14/08/1972. Sicura parte offesa come dagli atti del proc. n. 6881/15 RGNR, Mod. 21, al cui coraggio e fiducia nella Giustizia è saldamente ancorato il recentissimo approdo cautelare nei confronti di cinque dei sei indagati (game over) connesso alla pregressa, intrepida denuncia, a firma della stessa risalente all’Aprile 2015.

La predetta ha, infatti, spontaneamente, prodotto un contributo investigativo (alla Guardia di Finanza delegata ex art. 370 c.p.p.), di fondamentale centralità e rilevanza, consentendo agli inquirenti, egregiamente coordinati dal P.M. Dott. Giovanni Gullo, di identificare una ben lubrificata organizzazione delinquenziale, che ha callidamente e per lungo tempo lucrato sulle patologie delle numerose vittime ludopatiche.

Legittimo e condivisibile appare, quindi, lo sconforto, la delusione e soprattutto la contaminante indignazione dell’aspirante parte civile (e non solo) nell’apprendere da un laconico, sgusciante ed ambiguamente protettivo comunicato stampa, all’uopo diffuso (2/08/2017), che i protagonisti della squallida vicenda siano rimasti rigorosamente anonimi. Lo stesso, afflitto ed affetto da perniciosa ansia minimizzante, schiva ed oscura, non solo i nomi, ma perfino le iniziali degli stessi,  la professione, il ruolo, mentre la sala giochi incriminata, è stata genericamente ubicata “in una popolosa frazione sud del capoluogo reggino”; nonché fra l’altro con una ragione sociale errata.

Il censurato dispaccio non rende merito inoltre al P.M. assegnatario Dott. Giovanni Gullo, il cui nome unitamente a quello del Dott. Antonio Scortecci, G.I.P. procedente, è stato sottratto alla doverosa conoscenza della collettività.

Sorgono, fatalmente, spontanei, diversi e inquietanti interrogativi: “Perché quando vengono indagati e/o cautelati, per qualsivoglia ragione, politici, professionisti, meglio se Avvocati o magistrati anche in pensione, extracomunitari, zingari, etc. (senza dimenticare il pubblico ludibrio riservato, ad esempio, alla Fondazione Unitas Catholica nell’Agosto 2015), si trasmettono alla stampa fotografie, nomi, cognomi, nomignoli, età, arti, mestieri e tutto quanto compatibile con la ben collaudata tecnica del divertito sputtanamento? La Giustizia è anche comparatio, per cui andrebbe spiegato, per quale arcano (ma non tanto) motivo nel caso di questi cinici biscazzieri arrestati (innocenti ex art. 27 Carta Cost.), anziché informare doviziosamente la stampa è stata esercitata un’insidiosa, reticente, gelida opzione quanto mai ostile alla completa, esaustiva ed ancorché sconcertante verità. In parte emersa ex post ( 4/08/2017), ma soltanto grazie alla professionalità del Dott. Francesco Tiziano, redattore della Gazzetta del Sud. Forse per narcotizzare il ruolo tenebroso del Sig. Andrea Benedetto, Sovrintendente di P.S. in servizio presso la Questura di Reggio Calabria, sottoposto alla misura cautelare di cui all’art. 285 c.p.p. e della Sig.ra Deborah Ioppolo, (cautelata ex art. 284 c.p.p.), moglie dello stesso, nonché della Sig.ra Daniela Spanti, (idem ex art. 284 c.p.p.), coniuge del Sig. Vincenzo Branca, Sovrintendente di P.S. (non indagato), anch’egli organico alla locale Questura?  Se questo è, qual è e quale può essere il senso della “lectio magistralis” di civiltà sociale, sistematicamente impartita a scolari e studenti ovvero, conferenze, convegni, meeting finalizzati a stimolare inversioni di tendenze secolari in ordine all’obbligo morale di rifuggire da qualsivoglia acquiescente complicità mafiosa, se poi affiorano trucchi dinamici di sconvolgente omertà istituzionale?

Perché tanta paura di far sapere che se, per un verso esistono poliziotti infedeli, per altro si apprezza la presenza dello Stato che li persegue, “sussurrando”, però, sul punto, soltanto ai parrocchiani e non al mondo intero come invece fa il Papa? Tutto ciò, già inaccettabile in un qualsiasi, normale consorzio civile, lo è ancora di più in una realtà esplosiva come quella reggina, sempre più smarrita e travolta da ancestrali contraddizioni e soprattutto da speranze disattese, per cui stupisce ancora di più il non avere aliunde avvertito la scolastica sensibilità di informare compiutamente la comunità. Trincerandosi dietro un anguillesco, vago ed inappagante cripto-messaggio che, neanche la famosa “curva rettilinea” del pensiero di Lenin potrebbe adeguatamente spiegare. Appare, infatti, illogico e contraddittorio predicare urbi et orbi fiducia nelle istituzioni, per poi assumere serpeggianti atteggiamenti difensivo-limitativi che, non solo non aiutano ad arginare l’omertà dilagante, ma traducono, altresì, ulteriori sopraffazioni in pregiudizio del sempre più vessato popolo reggino. Quello che, in attesa di eroici riformatori risorgimentali, deve continuare ad accontentarsi di ben coreografate passerelle esibite da parte di chi “sbarca” a Reggio con l’intenzione (anche sincera) di sovvertire tutto, imprimendo epocali “svolte” strategiche, per poi inciampare pericolosamente nella “svista” dell’astuto uso strumentale e distorto dell’informazione.

Non a caso, soltanto in data 5/08/2017 è finalmente emerso, con richiamo in prima pagina, lo status di “poliziotto” dell’indagato Andrea Benedetto, ma, per esclusivo merito del solito Francesco Tiziano che lo ha riproposto anche in data 8/08/2017, a seguito della sostituzione ex art. 299 c.p.p. da parte del GIP Dott. Massimo Minniti, delle misure ex ante applicate con quella gradata di cui all’art. 282 c.p.p. Seneca diceva: “Veritas numquam latet”. La verità viene sempre a galla!!! Non convince, quindi, la deplorevole opzione silenziante esercitata con artica disinvoltura che, fra l’altro, lungi dall’incoraggiare il ricorso alla denuncia, alimenta fisiologicamente la scettica diffidenza verso la stessa; con i nocivi rischi sociali che ne derivano. Laddove, si ostacola e si sacrifica acrobaticamente il “superiore interesse” mediatico pur solennemente tutelato dall’art. 21 della Carta Costituzionale. Riproponendo il perfetto paradigma di uno “Stato sconfitto”, simbolo evidente dell’abbandono della Calabria, ove, si avvicendano tantissime proiezioni istituzionali territoriali, puntualmente affette da epidemica “carrierite cronica con acuzie quotidiane”. “Veritas vel mendacio corrumpitur, vel silentio.  La verità  - Cicerone dixit - si corrompe o con la menzogna, o con il silenzio”!!. Rebus sic stantibus, non sfuggirà all’acuto pensiero delle Autorità Adite e quindi dell’ottimo Marco Minniti, primo calabrese e reggino ad essere assurto alla prestigiosa guida del Viminale (del quale, fra l’altro si occupa – cognita causa - anche la stampa estera - New York Times) e che lodevolmente ostenta orgogliosamente le radici bruzie (prosit!!!), che la meravigliosa Reggio, terra benedetta da Dio e maltrattata dagli uomini (non soltanto reggini), non ha bisogno di intriganti falsi profeti ma semplicemente, come diceva l’ex Direttore del Corriere della Sera, Piero Ottone: “Di qualcuno che sappia squarciare la cappa delle tenebre che grava perpendicolarmente sulla città”. Viceversa, se Reggio resta terre di conquiste, risulta rivitalizzata dopo oltre un secolo anche l’astiosa singolare “opinio” dello sprezzante Metternich che definì l’Italia: “Un’espressione geografica!”. Metafora ben adattabile dopo oltre un secolo anche all’opaca realtà reggina ove dilagano subdole intimidazioni perpetrate in pregiudizio di apprezzati giornalisti, che non risparmiano neanche il settimanale di ispirazione cattolica “L’Avvenire di Calabria” (incondizionata vicinanza e sincera solidarietà). Forse perché, recentemente ha avuto l’ardire e l’ardore, nell’ottica della defenestrazione dell’Assessore Marcianò, di titolare senza infingimenti: “A chi interessano i Lavori Pubblici?????”. In questa fosca cornice, appare particolarmente imbarazzante che, mentre i titolari ed i gestori di fatto e non della sala giochi siano stati sottoposti a misura cautelare, la stessa, nonostante la gravità delle imputazioni di cui al pregresso provvedimento cautelare, non è stata lambita da qualsivoglia provvedimento anche di natura amministrativa. Continuando ad operare (almeno fino alla data dell’8/08/2017), sebbene all’interno della stessa, gli indagati, fra l’altro “(…) per procurarsi un profitto abusando dello stato di infermità o deficienza psichica delle persone offese, le inducevano a compiere atti dagli effetti giuridici dannosi, dopo che le stesse avevano esaurito il denaro che recavano, abusando del loro bisogno spasmodico e patologico di gioco, le inducevano a contrarre prestiti ed elargivano (i cautelati) delle somme di denaro di importo variabile affinché potessero continuare a giocare all’interno della predetta sala giochi”. Evidentemente c’è chi esclude la reiterazione delle condotte oggi sub iudice all’interno della stessa, mediante la quale “i reati sono stati consumati” (art. 253 c.p.p.), mentre tutt’altra attenzione è stata invece riservata alla Fondazione Unitas Catholica, i cui locali sono stati sottoposti a sequestro, poiché utilizzati per consumare il reato (inesistente) di cui all’art. 591 c.p. Senza dimenticare il ricorso non sempre legittimo ad interdittive nei confronti di aziende operanti nel territorio cittadino e provinciale, indipendentemente dalla consistenza numerica dei lavoratori puntualmente licenziati. Si dirà: “Dura lex sed lex”. Ma ad libitum?

 Le considerazioni che precedono, pur contenute nei limiti della legittima critica all’esercizio delle funzioni e non inficiate da argumenta ad hominem, ove fossero ex aliis ritenute penalmente rilevanti, anche con riferimento alla previsione di cui all’art. 11 c.p.p., sono doverosamente rimesse al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro perché, a tenore dell’art. 326 c.p.p., possa, “svolgere le indagini necessarie per le determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale”. Ovviamente nei miei confronti! Conclusivamente, rammento a me stesso, che giorni addietro la sottoposizione di una funzionaria della Prefettura di Catanzaro a misura cautelare è stata tutt’altro che sterilizzata, come invece è avvenuto malinconicamente a Reggio nel caso di specie.

Con rispettosi ossequi.

Reggio Calabria, lì 09/08/2017.

 

 

 Aurelio Chizzoniti