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VENETO e LOMBARDIA. Dopo i referendum il Sud (e l’Italia) sono più deboli

VENETO e LOMBARDIA. Dopo i referendum il Sud (e l’Italia) sono più deboli
lombardoveneto Era del tutto chiaro che lo scopo dei referendum in Lombardia e in Veneto non era quello di accelerare l'attuazione di un regionalismo differenziato (cioè assumere da parte delle regioni proponenti maggiori poteri a risorse invariate) ma tentare di cambiare radicalmente l'attribuzione delle risorse. Il presidente Zaia parla addirittura del riconoscimento di uno statuto speciale per il Veneto.

Ma Zaia non dimostra in cosa consisterebbe la «specialità» di questa regione, se non - appunto- nella richiesta di più risorse. Infatti, il principale obiettivo della Lega e dei suoi vari alleati nordisti degli altri partiti (compreso una parte del Pd) è stato sempre lo stesso, pur assumendo diversi connotati nel corso degli anni: secessione, indipendenza, autonomia o federalismo. Un tentativo in parte riuscito per quanto riguarda la ripartizione delle risorse: infatti, in tutti i settori (dalla sanità alla scuola, dall'università agli asili nido, etc.) i criteri adottati nel corso degli ultimi anni sono sempre stati forzati a favore delle regioni del Centro-Nord, come tante volte il Mattino ha dimostrato. Ma non basta ancora. Così come non basta aver scardinato e svuotato la questione meridionale del suo valore costituzionale. Nella riforma federalista del 2001 (voluta dal centrosinistra) fu addirittura annullata la parte dell'articolo 119 della Costituzione che prevedeva «contributi speciali per valorizzare il Mezzogiorno e le isole».

Il referendum di domenica scorsa scaturisce da quella sciagurata scelta di voler introdurre il federalismo in una nazione a forti disparità territoriali e di eliminare i vincoli costituzionali di solidarietà verso il Mezzogiorno d'Italia. È indubbio che il centralismo in Italia ha trovato sempre una giustificazione storica nella permanenza di fortissimi divari territoriali. Centralismo e meridionalismo si sono quasi sempre identificati e reciprocamente giustificati nel dibattito politico e culturale italiano. Le uniche eccezioni riguardano il pensiero di Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini e Guido Dorso, accomunati dal bisogno di riavvicinare nel Sud cittadini e istituzioni pubbliche, responsabilizzando la classe dirigente locale.

Fu fatta la scelta giusta nel 1861? E nel 1946? Sta di fatto che il federalismo non venne introdotto né all'indomani della conquista garibaldina del Sud quando un maggior rispetto delle diverse storie degli stati preunitari avrebbe consentito una più condivisa idea di nazione, né nel secondo dopoguerra quando all'indomani del disastro del fascismo (nel pieno fervore di ricostruzione economica, morale e civile della nazione) poteva essere lanciata la sfida di maggiori autonomie locali. Si è provato ad inserirlo nel 2001, quando le differenze territoriali si erano fatte così macroscopiche ed economicamente così rilevanti da far legittimamente temere (senza essere ottusi difensori del centralismo) che un sistema del genere avrebbe sancito in un modo definito gli squilibri.

I propugnatori dell'autonomismo in chiave antimeridionale continuano a sostenere che il principale beneficiario storico del centralismo sarebbe stato il Sud. La dimostrazione che questa tesi non ha nessun appiglio storico è data dal fatto che oggi, dentro uno Stato centralizzato mantenutosi sostanzialmente tale dall'Unità in poi, le aree territoriali più ricche e sviluppate si trovano al disotto e al di sopra del Po. Insomma, il centralismo non ha fatto male alle aree settentrionali. Il Sud, invece, si trova in questa paradossale situazione: il centralismo non lo ha avvantaggiato, ma senza di esso potrebbe stare peggio.

Dunque, i meridionali non avrebbero interesse a difendere l'attuale organizzazione dello Stato, perché il superamento del divario che tale organizzazione centralistica prometteva (e giustificava) non è stata minimamente realizzato, ma tuttavia non possono che temere ogni diversa riorganizzazione che faccia venire meno il compito fondamentale di garantire parità di condizioni e di opportunità anche in disparità di risorse e di reddito.

D'altra parte il Mezzogiorno non può minimamente essere soddisfatto del suo regionalismo: non c'è nessuna regione meridionale che grazie ai poteri assegnati dal 1970 in poi abbia cambiato le condizioni economiche e civili del proprio territorio. Perciò il Sud è più debole dopo il voto di domenica. Ed è più debole proprio perché in nessuna delle regioni meridionali si è operata una svolta; perché gli otto presidenti (tutti del Pd) si rifiutano di concordare una strategia condivisa da far valere nei confronti della classe dirigente del Paese; perché nella classe dirigente dell'Italia mancano voci e intelligenze meridionali; perché sono finiti i partiti-nazione che per un lungo tempo storico si sono fatti carico politicamente dei territori più deboli economicamente.

Ma soprattutto nessuno nel mondo politico, culturale e imprenditoriale ha il coraggio visionario di scommettere sulla cosa più semplice: per aumentare la ricchezza di una nazione, bisognerebbe che crescesse economicamente la parte che dà di meno in tasse e risorse solo perché è meno sviluppata. Elementare. Lo ha fatto la Germania, che tutti in Italia citano come esempio tranne in un caso: il modo in cui ha risolto, riunificandosi, il problema della sua parte più arretrata. Avvicinare, dunque, due territori diversamente sviluppati (in un lasso di tempo ragionevole) è un obiettivo assolutamente alla portata di qualsiasi nazione ben motivata. Ed è assolutamente conveniente dal punto divista economico.

Il pregiudizio antimeridionale è stato ed è solo un danno per l'economia italiana. Se l'Italia vuole tornare ad essere un paese-guida nel mondo globalizzato deve radicalmente modificare le sue priorità.

E il Sud è una di queste.

I riformatori in Italia, invece, stanno rinunciando alla riforma più radicale che esiste: cambiare il destino di una parte per rendere la nazione più ricca. Perciò il riformismo italiano è così debole: gli piacciono le riforme ininfluenti, mostra il coraggio su ciò che è inutile, mentre è timoroso e silenzioso su ciò che serve. Insomma, meglio girare in treno e tenersi lontano da questi temi spinosi. Ma il voto di domenica ci ha detto inequivocabilmente che o si sviluppa il Sud o la nazione scoppia. Non si può girare la faccia dall'altra parte.

*questo articolo è già apparso sul Mattino di Napoli