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L’INTERVISTA. Massimo Canale: il Pd è paralizzato e i calabresi non percepiscono cambiamenti

L’INTERVISTA. Massimo Canale: il Pd è paralizzato e i calabresi non percepiscono cambiamenti
 Mcanale Massimo Canale è stato uno degli interlocutori che il Corriere della Sera ha scelto qualche giorno fa per tastare lo stato di salute del Pd calabrese. Il quotidiano, diretto da Luciano Fontana,  non è stato certo tenero nei confronti della gestione del partito. “Primavera tradita”,  l’eloquente titolo che descrive l’attuale delusione che si respirerebbe soprattutto tra i dirigenti e gli iscritti più giovani. Tra questi c’è proprio Massimo Canale, l’avvocato reggino che poco più di due anni fa sfidò Ernesto Magorno contendendogli la segreteria regionale, sostenuto dalla corrente cuperliana. Canale perse per pochi voti e si rimise a disposizione del partito. Tanto che il suo nome circolò anche tra i candidati alle regionali 2014, prima che la scelta ricadesse su Mario Oliverio. Da allora, piano piano, Canale ha abbandonato l’area di appartenenza diventando un dirigente assai critico e indipendente. Tanto che in occasione del referendum ha apertamente sostenuto il sì, in piena linea con le indicazioni renziane.

Che momento vive il Pd calabrese? Esiste davvero una crisi così grave come quella descritta dal Corsera?

“E’ del tutto evidente che il Pd vive anche oggi, così come la viveva al momento del congresso che mi vide contrapposto a Magorno,  una fase di stallo. Non esiste un dibattito politico aperto e franco sui temi importanti. E questo vale non solo per il partito regionale, ma anche per la federazione reggina e per quelle delle altre province. C’è una vera e propria assenza della politica che comunque coincide sempre con le cariche istituzionali. Uno dei veri mail del Pd è che il partito coincide sempre, o troppo spesso, con chi riveste cariche istituzionali.  Io ho sempre sostenuto che chi si occupa di partito non debba avere altre distrazioni se non quella di gestire il partito e creare la classe dirigente della Calabria».

Sta attribuendo delle responsabilità precise al segretario Magorno?

«Guardi, credo che questo sia il tema della politica ai giorni nostri. Lo smarrimento di un modo di relazionarsi con gli iscritti e i cittadini, quindi l’attività vera del partito, è un problema generale. Quando si è maggioranza, alla Regione come al Comune a Reggio, avviene una sorta di identificazione della classe dirigente del partito con chi ha cariche istituzionali. Si tratta di una colpa diffusa, anche mia, che si traduce  inevitabilmente in perdita di consenso».

Crede che sia stata questa la ragione dei risultati deludenti ottenuti al referendum?

«Ovviamente non ho verità assolute su questo, ma ritengo di sì. E’ chiaro che se un partito è del tutto assente nella vita della Regione, se si escludono gli impegni istituzionali dei nostri rappresentanti, si lascia il campo  libero ai fraintendimenti. Il partito ha rinunciato a relazionarsi con la Calabria. Con un atteggiamento diverso non avremmo stravolto diametralmente il risultato, ma probabilmente  non avremmo rimediato un batosta del genere».

Una giunta regionale di soli tecnici, la giunta dei “professori”, può aver aggravato questo distacco tra partito e calabresi che ha appena descritto?

«La valutazione che faccio sul governo regionale è che il cambiamento annunciato non si percepisce, sebbene immagino ci siano state numerose iniziative della giunta in questa direzione. Il cambiamento esiste in quanto percepito dalla gente e non in quanto rivendicato. Non abbiamo avuto la sensazione che tra il sistema di governo della precedente legislatura e quella attuale ci sia stato un stacco netto. Tuttavia non credo che dipenda dall’operato dei professori. Forse l’errore è a monte,  nel metodo di relazione con il territorio che il presidente Oliverio ha incardinato con la classe dirigente calabrese».

Che tipo di errore?

«Esiste una cesura netta tra la giunta regionale e cittadini della Calabria che non percepiscono l’attuale governo come di cambiamento. Siamo stati votati per rappresentare il cambiamento rispetto a Scopelliti. Questo obiettivo l’abbiamo mancato. Trovo che in Calabria, senza personalizzare troppo su Oliverio,  esista un pericolo di avvitamento della politica introno ai sistemi di potere che governano la Calabria. Dalla sanità alla depurazione delle acque, alle industrie che vivono di finanziamenti. Avremmo dovuto scardinare questo sistema e non perpetuarlo».

Sulla gestione della sanità poi si è impantanata la legislatura. Che pensa del rapporto Oliverio-Scura?

«Ritengo che questo dibattito incardinato da Oliverio sulla nomina del commissario non sia servito a nulla, almeno fino a oggi. Il commissario continua ad essere un altro. Anche l’ultima novella legislativa che ha rimosso l’incompatibilità tra la carica di governatore e quella di commissario non ha prodotto risultati, finendo col nuocere al presidente. Chiedere ripetutamente la mano a una bella ragazza che non ne vuole sapere di te finisce con il farti apparire goffo. Ma soprattutto non credo che i cittadini calabresi percepiscano  questa battaglia di Oliverio come un battaglia in favore degli ammalati e delle loro famiglie. All’esterno viene percepito come uno scontro di potere introno alla sanità che occupa la maggior parte del bilancio di sanità,  uno scontro su primari e infermieri».

Come se ne esce? Come può il partito riprendere il dialogo con i calabresi?

«Intanto si dovrà capire cosa farà Renzi da ora in avanti. In Calabria dovrebbe fare il Renzi e con la stessa determinazione iniziale con cui si è proposto in alternativa a coloro che avevano governato il Pd per decenni dovrebbe operare sul nostro territorio, facendo tesoro delle esperienze positive che ci sono state. Non mi riferisco solo a me, ma penso a tanti altri, a partire da Salvatore Scalzo che è  andato via e opera a Bruxelles. Parlo di tutte quelle esperienze si sono basate su campagne elettorali fatte per strada e in grado di costruire il consenso, senza doversi per forza appoggiare allo status quo. Serve un partito distante dalle stanze del potere che riprenda ad incontrare le persone e le associazioni. Altrimenti il rischio che corre il Pd sarà grande e i Cinque Stelle potranno facilmente far crescere i propri voti».

Massimo Canale farà parte di questo progetto?

«Non mi sto occupando di politica al momento. Ho deciso di non avere ruoli istituzionali, ma continuo ad essere un dirigente del Pd. Se dovessero realizzarsi le condizioni adatte sarò ben felice di contribuire al cambiamento del partito in Calabria come altrove».