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Sud senza voce sul referendum del Nord. Si riuniscano insieme le 8 regioni meridionali

Sud senza voce sul referendum del Nord. Si riuniscano insieme le 8 regioni meridionali
lega Ci interessa come meridionali il referendum che si terrà il 22 ottobre in Lombardia e in Veneto? Certo che sì. Il quesito sottoposto al voto per iniziativa dei due presidenti leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia, è chiaro. E recita così: «Volete voi che la Regione, nel quadro dell'unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l'attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 116, terzo comma della Costituzione?».

Si tratta in sostanza di una rivendicazione di maggiori funzioni alle regioni che le richiedono, in un periodo però in cui è diffuso un giudizio non positivo sul complessivo loro funzionamento ed è ampiamente popolare l'opinione di ricentralizzare alcune competenze ad esse delegate. Mentre assistiamo ad un regionalismo calante, due presidenti regionali della Lega si pongono l'obiettivo di rilanciare un regionalismo differenziato. Ma per ottenere questo risultato (anticipare alcune prerogative previste dalla Costituzione, anche se altre zone d'Italia non sono pronte) non sarebbe necessario un referendum: infatti è possibile già chiedere maggiori poteri con l'accordo degli enti locali del proprio territorio.

E allora, perché si deve tenere un referendum nella sostanza inutile? È evidente il vero obiettivo dell’iniziativa: il pronunciamento popolare serve solo a ottenere maggiore forza contrattuale per far valere il principio che il gettito fiscale di un territorio deve essere totalmente assegnato agli stessi che lo producono. Si tratta del cosiddetto «residuo fiscale», cioè la differenza fra le tasse pagate dai cittadini di una data regione e la spesa pubblica che rientra poi nella stessa area territoriale. Per la Lombardia, secondo i calcoli di Maroni, si tratterebbe di lasciare nelle casse della regione almeno la metà dei 54 miliardi di euro che essa dà al fisco nazionale, cioè 27 miliardi. In definitiva, la regione Lombardia rivendica per sé una cifra pari all‘intera manovra finanziaria del 2017!

Si tratta di una proposta irricevibile, espressione soltanto di un egoismo territoriale che la Lega negli ultimi tempi con Salvini stava cercando di attutire o di mascherare. Se quelle risorse realmente dovessero andare alla Lombardia, ben 27 miliardi verrebbero tolti a quelle regioni che hanno un residuo fiscale negativo, come succede per tutte le regioni meridionali, cancellando interi servizi che seppur ampiamente insoddisfacenti danno la parvenza di un minimo di civiltà. Insomma, dietro il referendum c'è l'obiettivo di una grande redistribuzione di risorse a danno del Sud.

Come si concilia ciò con l'intenzione dell'attuale governo di attribuire al Sud investimenti della pubblica amministrazione pari al peso della sua popolazione, cioè almeno il 34%? Il voto serve, dunque, a portare tanti cittadini lombardi e veneti a esprimersi sulla domanda implicita: siete favorevoli a sottrarre ingenti risorse pubbliche agli altri cittadini italiani e passarli a voi? Con una pressione politica evidente sul governo nazionale, e con una indifferenza per le conseguenze che questa eventuale ripartizione potrebbe arrecare alla già difficile condizione dei cittadini meridionali.

Ora se tutto ciò è coerente con la battaglia storica della Lega di una differenziazione dei servizi e delle opportunità degli italiani a seconda dei redditi prodotti e dei luoghi abitati, presupponendo che i lombardi e i veneti abbiano più diritti dei meridionali, cosa ha a che vedere con questa posizione la cultura politica del Pd ispirata ai principi di uguaglianza sociale e territoriale? Cosa ha che fare con questa impostazione il movimento Cinque stelle? Perché la cosa singolare è che questa richiesta di maggiori competenze (e di maggiori risorse da trasferire) è stata sostenuta in Lombardia e in Veneto anche dai gruppi consiliari del Pd, mentre i Cinque stelle l'hanno appoggiata solo nel consiglio regionale lombardo ma non in quello veneto. A sostegno delle posizioni della Lega si sono schierati tutti i sindaci Pd dei co muni capoluoghi (eccetto Pavia), tra cui quello di Milano, Giuseppe Sala, e quello di Bergamo, Giorgio Gori: insomma la Lega e autorevoli esponenti del Pd, in rapporto a rivendicazioni di differenziazione e disuguaglianze territoriali, sembrano pensarla allo stesso modo. Infatti, nonostante le prese di distanza del segretario regionale del Pd lombardo e del ministro Maurizio Martina, i gruppi dirigenti del Pd delle due regioni proponenti non hanno avversato seriamente il referendum, al punto che ieri Roberto Maroni ha potuto dichiarare: «La vittoria del sì sarà anche dei sindaci del Pd che stanno sostenendo questa sfida. Andrò a Roma con loro per avere più forza contrattuale».

In questa vicenda, dunque, ci sono alcune cose che non tornano. La prima riguarda la contraddizione tra la posizione sostenuta dal Pd con la riforma costituzionale respinta dagli elettori il 2 dicembre 2016, che prevedeva di cancellare alcune competenze regionali (quelle cosiddette "concorrenti") ritenute fonte di troppi contenziosi e di differenti interpretazioni, e di allargare invece le materie di esclusiva competenza dello Stato centrale. Cosa è successo per far cambiare così apertamente opinione a quegli stessi sindaci che a spada tratta avevano sostenuto le ragioni della riduzione delle competenze regionali?

Evidentemente una preoccupazione di perdere voti. Se ci si pensa bene, fu la stessa preoccupazione che spinse il gruppo dirigente dell'allora Pds a votare nel 2001 (a maggioranza) una riforma federalista che tanti problemi ha posto negli anni successivi agli equilibri politici, sociali, e finanziari dello Stato italiano. Si torna a ripetere lo stesso errore: la paura di perdere voti spinge alcuni dirigenti a sacrificare una apprezzabile virtù del Pd: quella cioè di essere una delle poche forze politiche a perseguire una politica di carattere "nazionale". La seconda riguarda l’imbarazzo che un successo del referendum potrebbe porre al leader disegnato, il meridionale Luigi Di Maio. Che faranno i grillini se dovessero andare al governo? Accetteranno che le risorse si distribuiscono in proporzione al gettito fiscale di ogni regione e non sulla base delle esigenze civili e sociali di ciascun territorio? E visto che le maggiori conseguenze negative dall'eventuale successo del referendum ricadrebbero sui cittadini meridionali, è venuto il momento di ascoltare la voce unitaria delle otto regioni del Sud. Si riuniscano prima dello svolgimento di questo referendum e dicano la loro, rompendo questo ingiustificato silenzio.